I Lombardi intanto non sapevano adagiarsi nella servitù; anche spogliati della nazionalità, nutrivano quel patriotismo che più non produce ispirazione ma ambasce; speravano nell’insurrezione, nell’assassinio, nell’Inghilterra, ne’ Francesi principalmente, interessati a danno di Carlo V per vendicare il re prigioniero: ma la reggente di Francia (ne abbondano prove) riceveva i progetti e le speranze degl’Italiani, poi li trasmetteva all’imperatore, onde persuadergli che imminesse una generale conflagrazione, e farlo così più agevole agli accordi. Ma Carlo duro, finchè il re prigioniero condiscese alle condizioni impostegli (1526 14 genn.), cioè di rinunciare alla Borgogna, al dominio sopra la Fiandra, l’Artois, il Napoletano; sposar Eleonora di Portogallo sorella di Carlo; conferire al Borbone i feudi confiscatigli e il ducato di Milano; come statichi consegnare i figliuoli. Mercurino Gattinara italiano, gran cancelliere di Carlo e l’unico fra’ costui agenti che mostri carattere elevato[236], gli suggeriva di tener Francesco sempre prigione, o liberarlo senza patti: e Carlo ben vedea che questi erano inattendibili; ma, più che l’acquisto della Borgogna, forse importavagli disonorare l’eroe di Marignano, l’ultimo paladino, col mostrarlo codardo se osservava la condizione, e mentitore se falliva. Di fatti il re cavalleresco credè lecito ingannare chi lo violentava; e appena restituito in libertà, aduna a Cognac (18 marzo) i grandi, che lo dispensano da un accordo estortogli, e pel quale intaccava illegalmente l’integrità del regno, e votano due milioni d’oro per rinnovare la guerra.
Un re e l’altro a vicenda si accusano di fellonia, e si preparano di armi; il Gattinara stende una consultazione per dimostrare che Francesco ha tutti i sette peccati capitali, e perciò lo si deve guerreggiare; Francesco, confortato da Clemente VII e da’ Veneziani, entra in una santa lega (22 maggio), di cui si chiamavano protettori il re d’Inghilterra e il papa, e che aveva per iscopo di liberare i suoi figliuoli, assicurare allo Sforza il Milanese, al papa Napoli, all’Italia l’indipendenza.
E buona cagione di sperare davano la gelosia eccitata dall’insaziabilità austriaca, lo scompiglio delle finanze di Carlo V, e la disperazione che spingeva gl’Italiani ad avventurarsi ad ogni estremo, dopo che da trent’anni soffrivano il turpe supplizio, inflitto ad una popolazione inerme da una soldataglia feroce e ribalda. Sciaguratamente i nostri mancavano di capi; quelli che per rubare e soperchiare affrontavano la giustizia o vendevano il valore, erano sprovvisti del vero coraggio che nasce da sentimento, e stavano separati dalla nazione; i Governi aveano disimparato la fermezza d’altre volte; l’ingerenza guelfa di Firenze andava in dileguo; Venezia provvedeva giorno a giorno; il papa se ne vivea tra due. Perocchè, a tacere le promesse che Carlo gli raddoppiava, lo spettro dell’ingrandito Lutero lo sgomentava, sicchè nella rovina d’Italia sperò almeno la salvezza della Chiesa, mediante l’ingrandimento di Carlo ch’egli credeva cattolico infervorato, e al quale suggeriva una lega coi principi ben pensanti, onde estirpare a ferro e fuoco la velenosa pianta. Ma se l’imperatore Massimiliano avea protetto Lutero dicendo, «Un giorno potrà venire a taglio», Carlo V tenne il papa collo spauracchio de’ crescenti eresiarchi e del minacciato concilio.
Rottasi la guerra tra Francia e l’Impero, con ardore l’assunsero i nostri, sentendo che non era fatta «per un puntiglio d’onore, o per una vendetta, o per la conservazione d’una città, ma si trattava della salute e della perpetua servitù di tutta Italia»; e sperando «veder rinnovare il mondo, e da un’estrema miseria Italia cominciare a tornare in grandissima felicità». Son parole del datario Ghiberti[237], il quale a don Michele Silva così ragionava delle cose di qua: — Vi scrissi che, se nei Francesi non era in tutto estinta ogni virtù, e il re di Francia corrispondesse a quello che diceva di voler essere con noi per liberare Italia e i figliuoli, e vendicarsi delle ingiurie di Cesare, ancor noi saremmo uomini, e ci ajuteremmo per non istare a discrezione del malissimo animo di Cesare. Così abbiamo continuate le nostre pratiche tanto, che alli 22 del passato fu conchiusa in Francia la lega tra noi, re di Francia, Veneziani e duca di Milano, lasciando loco al re d’Inghilterra d’entrarvi fra tre mesi, come tenemo per certo che farà. Se i Francesi tengon saldi, ed io sia creduto, faremo che Cesare conosca quanto perde per essere stato sì ingrato a Dio ed agli uomini del mondo. Senza forza son certo non ne possiamo aspettar altro che male; nessun conto della Sede apostolica; una sete infinita di regnare per fas et nefas; e tanti mali, che spero in Dio non sia per sopportar più tanto disprezzo delle cose sue»[238].
Il duca d’Urbino, capitano dei Veneti, marcia sopra il Milanese, mentre Guido Rangone e lo storico Guicciardini in qualità di luogotenente vi vengono coi papali. Ma i Collegati non sapeano operare d’accordo: a Clemente sembrava gli mancassero de’ dovuti riguardi; il Medeghino, che da questo riceveva gran somme per soldare Svizzeri, le spendeva a proprio incremento; il duca d’Urbino, vantandosi imitare Fabrizio Colonna indugiatore, strascinava la guerra evitando le battaglie; «le provvisioni de’ Francesi, amplissime in parole, riuscivano ogni giorno più scarse di effetti, massime che Francesco era entrato in nuove trattative coll’imperatore». Tutto ciò riduceva miserabilissime le condizioni della Lombardia, «lacerata con grandissima empietà dai soldati della Lega; i quali, aspettati prima con grandissima letizia dagli abitatori, aveano, per le rapine ed estorsioni loro, convertito la benevolenza in sommo odio: corruttela generale della milizia del nostro tempo, la quale, preso esempio dagli Spagnuoli, lacera e distrugge non meno gli amici che gl’inimici; perchè, se bene per molti secoli fosse stata grande in Italia la licenza dei soldati, nondimeno l’aveano infinitamente augumentata i fanti spagnuoli per causa, se non giusta, almeno necessaria; perchè in tutte le guerre d’Italia erano stati malissimo pagati. Ma come dagli esempj, benchè abbiano principio scusabile, si procede sempre di male in peggio, i soldati italiani, benchè pagati, cominciarono a non cedere in parte alcuna alle enormità degli spagnuoli; donde non meno desolano i popoli e i paesi quelli che sono pagati per difenderli, che quelli che sono pagati per offenderli» (Guicciardini).
Capitanava gli Spagnuoli Anton de Leyva, che, «non gli bastando di tôrre agli uomini insieme colla vita la roba, faceva ancora metter fuoco nelle case, e tutto quello ch’egli trovava ardeva barbarissimamente»; e al duca d’Urbino, che gli mandò a domandare qual modo di guerra fosse quello, rispose, sè aver commissione da sua maestà di dover così fare a tutti coloro i quali obbedir non la volevano; perchè il duca gli fece rispondere: — Se voi farete il fuoco, io cocerò l’arrosto, e abbrucerò quanti posso pigliare de’ Tedeschi» (Varchi).
Costui, con Alfonso d’Avalos nipote del Pescara, accampato a Milano attorno al castello che era ancora tenuto dai Francesi, aspettava ogni tratto l’assalto de’ Collegati o degli Svizzeri, tiranneggiava per mantenere un esercito senza paghe, e con supplizj atroci e inesplebili esazioni eccitava sommosse, le quali giustificavano nuovi rigori e nuove ruberie. Non avendogli un gentiluomo fatto di cappello, mandollo a morte; del che irritato il popolo si ammutina, sforza la corte vecchia uccidendo cencinquanta fanti di guardia, prende il campanile del duomo, ne trabalza le sentinelle, e alcune centinaja di vite vi si consumano combattendo. Ma i lanzichenecchi mettono il fuoco a diversi quartieri della città: gli Spagnuoli, accorsi dal contorno più numerosi, mandano al supplizio o in esiglio i capipopolo, il resto tengono a discrezione. Due volte la plebe levossi a rumore per impetrare null’altro se non che i militari cessassero le violenze: n’aveano promessa, e subito raccheti si era da capo, nel tumulto avendo la plebe peggiorato le condizioni saccheggiando. All’avvicinarsi dell’esercito della Lega rinacque la speranza d’esser liberati, e il popolo quanti Tedeschi trovava divisi uccideva; poi rizzò barricate, e dai tetti e dalle finestre lanciava la morte sulle truppe sopraggiugnenti[239]. I nobili però, in cui si era confidato, non ardivano mettersi capi della riscossa, e tentennarono in parlamenti, finchè il Leyva potè rispondere colle forche all’agitazion popolare; gran numero di cittadini di qualità furono mandati in bando, altri vi andarono volontarj, e Milano fu abbandonata non al saccheggio, ma al lento sanguisugio dei soldati[240].
Alloggiati per le case, e non paghi d’aver mandate a sperpero le campagne, a sacco le botteghe, teneano legato ciascuno il proprio ospite, per potere ad ogni voglia coi tormenti estorcerne se alcun che avesse nascosto. Il Leyva non badava che a trovar nuovi modi di estorcer denaro; fece arrestare i prevosti affinchè notificassero gli arredi d’oro e d’argento delle chiese nascosti; un giorno proibiva, pena la vita, d’uscir di città; un altro ne dava licenze a prezzo; al domani proibiva di vender pane se non bollato coll’aquila imperiale. Le botteghe stavano chiuse; le ricchezze delle case e gli ornamenti delle chiese non erano sicuri perchè i soldati, sotto specie di cercare dove fosser le armi, andavano frugando per tutto, sforzando i servi a manifestarle, e insieme contaminando i corpi. «Donde era soprammodo miserabile la faccia di quella città, miserabile l’aspetto degli uomini ridotti in somma mestizia e spavento; estrema commiserazione ed esempio incredibile della mutazione della fortuna a quegli che l’avevano veduta poco innanzi pienissima di abitatori, e per la ricchezza dei cittadini, per il numero infinito delle botteghe ed esercizj, per l’abbondanza e delicatezza di tutte le cose appartenenti al vitto umano, per le superbe pompe e suntuosissimi ornamenti così delle donne come degli uomini, e per la natura degli abitatori inclinati alle feste ed ai piaceri, non solo piena di gaudio e di letizia, ma floridissima e felicissima sovra tutte le altre città d’Italia; ed ora si vedeva restata quasi senza abitatori per il danno gravissimo che vi aveva fatto la peste, e per quelli che si erano fuggiti e continuamente si fuggivano; gli uomini e le donne con vestimenti inculti e poverissimi; non più vestigie o segno alcuno di botteghe o di esercizj, per mezzo dei quali soleva trapassare grandissima ricchezza in quella città; e l’allegrezza ed ordine degli uomini convertito tutto in sommo dolore e timore;... alcuni per finire tante acerbità e tanti supplizj morendo, poichè vivendo non potevano, si gittarono dai luoghi alti nelle strade; alcuni miserabilmente si sospesero da se stessi» (Guicciardini).
Eguali trattamenti soffriva Lodi da Fabrizio Maramaldo, uffiziale calabrese, che fu poi l’uccisore del Ferruccio; sinchè Luigi Vestarini, sorpresa una posterla, v’introdusse i Collegati (1526 24 giugno), che costrinsero gl’Imperiali a sfrattare. Questo fatto aperse ai Veneziani la via di congiungersi coi Pontifizj, e di spingersi sovra Milano, forti di numero e d’artiglieria. Il duca d’Urbino, o diffidente delle truppe italiane, o voglioso di veder umiliati i Medici, che un tempo l’aveano spoglio del suo ducato, negò sempre assalire: una volta si mostrò fin sotto la porta Romana; poi indietreggiò con tal dispetto di tutti, che Giovanni de’ Medici volle rimanervi solo con le sue Bande nere una giornata, e potè ritirarsi senza che alcuno l’offendesse. Così si lasciò che il Borbone arrivasse con rinforzi da Genova; e mentre i Confederati, dopo ricevuti i soccorsi svizzeri condotti dal Medeghino, tenevano quattro giorni a marciare da Marignano a Casoretto, passeggiata di tre ore, il castello di Milano fu costretto capitolare (24 luglio), pattuendo la libera andata a Francesco Sforza, cui più non rimasero che Lodi e Cremona, cedutegli dai Confederati.
Altrettanto fiacchi erano i procedimenti della Lega in Toscana; Siena, spiegata la bandiera imperiale, non potè essere forzata dai Fiorentini, mostratisi inettissimi battaglieri[241]; nè Genova da Andrea Doria ammiraglio dell’armata papalina.