I Milanesi eransi lusingati che il connestabile di Borbone userebbe alcun riguardo per un paese che gli era stato promesso: ed egli prodigò compassione e buone parole; ma intanto gli dessero trentamila ducati. Somma esorbitante per città consumata; pure tutti per abbonirlo si tassarono: ma come l’ebber data, non ritirò i suoi soldati, nè in veruna guisa assicurò gli abitanti da truppe, a cui già gran tempo l’imperatore non dava soldi, e che chiedevano a piena gola il saccheggio d’una ricca città. Al Morone, divenuto allora suo prigioniero, domandò centomila scudi per riscattarlo, e avendo questi risposto essergli impossibile dare tal somma, gli mandò il prete, il ceppo e il boja; poi s’accontentò di trentaduemila, esprimendo nel breve di liberazione cum nihil sit magis necessarium pecuniæ, et sumtus sint ingentes et fere intollerabiles; e se lo prese a segretario ed anima de’ suoi consigli.

Papa Clemente, scombujato il senno in quell’affollarsi di avvenimenti, porse ascolto all’ambasciadore imperiale Ugo di Moncada, che vantavasi discepolo del Valentino, e che, nel mentre ingrossava truppe sul confine napoletano, promette ridurlo in pace coll’imperatore e coi Colonna che guatavano armati dai loro castelli. Fu astuzia diplomatica, poichè non sì tosto Clemente ebbe stipulato col Lannoy vicerè di Napoli e congedato le truppe, il cardinale Pompeo Colonna[242], ch’eragli stato competitore al papato e che sperava da Carlo essergli surrogato, d’intesa col Moncada, raccozza ottomila villani (7bre), e pel Laterano li guida su Roma, saccheggia Transtevere e il palazzo Vaticano, e gran parte del borgo Nuovo, con quanti cardinali e prelati si lasciarono cogliere. Clemente invia deputati a patteggiare, e intanto eccita alla difesa il popolo: ma a questo che caleva d’un papa cagione de’ suoi mali? Egli dunque pensa rinnovar le scene della Roma antica aspettando gl’invasori sul proprio trono e nella maestà della tiara; poi, come più prudente, preferisce il salvarsi in castel Sant’Angelo: ma non vi trova vittovaglie per tre giorni, onde gli è forza capitolare, pattuendo di perdonare ai Colonnesi e richiamare di Lombardia le sue truppe e la flotta che bloccava Genova. Sì dure condizioni gl’imponeva il Moncada stando a ginocchi e cogli atti di maggior riverenza, onde il papa ricordò quel del Vangelo, Davangli schiaffi e diceano, Salve re de’ Giudei. Svilita la sua dignità, e compromessa la sua reputazione d’accortezza, appena libero disdice la tregua ai Colonnesi, toglie il cappello ai loro cardinali, avventa sulla lor testa le scomuniche, sulle lor terre Renzo di Ceri e Paolo Vitelli, che ai ridenti dintorni del lago d’Albano e fin agli Abruzzi recarono uno sterminio da cui più non si ristorarono; e di Marino, Montefortino, Zagarolo, Subiaco e di quattordici altri villaggi non rimasero che le macerie. Quali eran più fieri all’Italia, i difensori o gli aggressori?

Ma l’avere, secondo i patti, dovuto i Pontifizj allontanarsi dall’esercito della Lega, tolse a questa ogni nerbo e il titolo di santa. Poteva però ancora ben sostenersi contro Tedeschi che l’imperatore non era in grado di pagare; ma questi si rivolsero a Giorgio Freundsberg, comandante del Tirolo. Costui, infervorato nelle dottrine di Lutero, giurava pel sacrosanto sacco di Roma, e portava allato capestri di seta e uno d’oro per istrozzare i cardinali e l’ultimo de’ papi. Col proprio credito e con pegno trovati denari, e mostrando le grasse prede che altri faceva in Italia, ammassa trentacinque compagnie di lanzichenecchi, scende per val Sabbia, Rôcca d’Anfo e Salò nel Bresciano senza assaltare veruna città forte; e poichè la Lombardia era esausta, prende accordo col Borbone di campeggiar Roma, ringorgata dell’oro smunto alla cristianità. Ecco dunque da quattordicimila Tedeschi, cinquemila Spagnuoli, duemila Italiani, cinquecento uomini d’arme, e forse mille cavalleggieri[243], ciurma di lingue e di religioni varie, senza disciplina, senza magazzini, senza bagagli, non d’altro in cerca che di prede, non rispondendo agli uffiziali se non Pagatemi, traversano lentamente l’Italia, diffondendosi su larghissimo spazio per trovar da vivere come uno sciame di locuste.

Giovanni delle Bande nere, non sentendosi bastante ad affrontarli, li bezziccò alla coda con tale insistenza, che lo denominarono il Gran Diavolo; ma presso a Mantova un colpo di falconetto lo mandò a morte, di soli ventotto anni; e la fine precoce, e quando maggior bisogno se n’avea, fece vantarlo come il valorosissimo tra gl’Italiani.

Alfonso duca di Ferrara, che vedeva i papi trasmettersi da un all’altro la voglia di spodestarlo, sovvenne gl’Imperiali di buona artiglieria e munizioni, purchè presto sbrattassero i suoi paesi[244]. Il duca d’Urbino poteva reciderne la marcia: ma per conservare la gloria di non esser mai vinto, subiva l’obbrobrio di trascurar le occasioni di vincere; al vanto di liberar Roma preferiva il gusto di vendicarsi di Clemente VII; e per quanto lo pregassero Machiavelli e Guicciardini, si consumò nell’assedio di Cremona, contento di difendere il Veneto. Lannoy mosse incontro all’esercito del Borbone per concertare con questo sul da farsi; ma quella ciurma efferata gridò: — Niente pace, niente patti», impedì ogni colloquio, e fu assai se gli risparmiò la vita: tanto i capitani stessi erano in balìa de’ soldati. Clemente, trascinato dalle sonore promesse di re Francesco, e dalla perfida tregua del Lannoy, poi abbandonato da tutti all’approssimare del formidabile esercito, cercò riconciliarsi l’Estense, e far denari vendendo cappelli, ciò che fin allora avea ricusato, inducendo i cittadini a spontanee offerte, invocando quegli alleati che fiaccamente aveva abbandonati.

Intanto quella bordaglia che s’intitolava imperiale, irreparabile come la lava del Mongibello, spinta da inesorata fatalità come le torme di Alarico[245], procedeva, saccheggiando le terre che s’erano arricchite con saccheggi precedenti. Agognavano Firenze; ma le genti della Lega s’erano postate in modo che il Borbone, schivando l’affrontata (1527 gennajo), pel Valdarno di sopra si sgroppò sopra Roma. Traverso a strade rotte e fangose inoltravano, lasciandosi dietro la desolazione; il papa udiva ogni giorno che Brisighella, che Meldola, che Russi, Acquapendente, San Lorenzo, Ronciglione erano state fracassate; onde affidava la difesa di Roma a Renzo di Ceri degli Orsini. Costui avea servito i Veneziani contro la lega di Cambrai, e il suo corpo di fanti italiani fu il primo che sapesse tener testa ai battaglioni svizzeri e spagnuoli; sostenne valorosamente l’assedio di Bergamo, ma credendo che l’Alviano l’avesse in quell’impresa disajutato, passò al soldo di Leon X, che l’adoprò a conquistare Urbino; a stipendio di Francesco I devastò l’Italia, e difese Marsiglia dal Borbone, al quale adesso non poteva opporre che una ciurmaglia inesperta, senza coraggio nè disciplina, eppure vantavasi salverebbe Roma e l’Italia.

Però gli uomini, presi da terror panico a quello sbaratto, gemeano e rabbrividivano, anzichè pensare al riparo: pochi giovani armatisi, inesercitati e sfavoriti dai Ghibellini che rideano al trionfo degl’Imperiali, vanno in fuga all’apparire di questi (5 maggio). Il Borbone accampò ne’ prati sotto Roma; e poichè l’esercito collegato lo serrava alle spalle e la campagna era talmente sperperata da non trovar vitto, determinò abbandonare la città del cattolicismo e delle arti alla ingordigia di barbari e protestanti. I lanzichenecchi mancando di scale, s’ajutano coi loro spadoni per ascendere la mura: il Borbone monta dei primi verso porta San Spirito, ma un colpo di fuoco lo stende morto (6 maggio); aveva trentott’anni. Già il Freundsberg s’era ritirato[246], tocco da un accidente d’apoplessia; onde l’esercito rimase senza capi che potessero frenare quell’avidità di vendetta, di ruba, di sacrilegio, e in due ore fu presa la città Leonina. Gl’invasori, pel ponte Sisto cacciatisi di qua dal Tevere, trucidano i Romani e le guardie svizzere, che ancor resistessero; il resto è abbandonato irremissibilmente alla sfrenata furia di quarantamila masnadieri e dei villani dei Colonna, che sopravvenivano al nuovo strazio allettati dal precedente. Traverso al lungo corridojo che lo congiunge al Vaticano, Clemente fuggì in castel Sant’Angelo, coperto da monsignor Giovio col suo mantello violaceo perchè gli aggressori nol conoscessero, e di là potè vedere la città sua in preda alla brutalità soldatesca ed all’ira luterana.

I saccheggi del tempo d’Alarico e Genserico non offrono nulla di così tremendamente schifoso come quel che avveniva nel meriggio della civiltà, in nome del re Cattolico. Spagnuoli cattolici, Tedeschi luterani, Italiani scredenti non pareano più emularsi che nel fare a chi peggio, non soltanto ai ricchi e al clero, ma all’innocente popolazione. Unitisi a suon di tamburi e pifferi, davano l’assalto ad un palazzo, mentre di dentro si adoprava ogni mezzo di difesa, moltiplicandosi così gli attacchi e le ragioni del nuocere. Molti, già riscattatisi a gran prezzo dei Tedeschi, sono ripigliati dagli Spagnuoli, e toccano nuovi strapazzi, e torture e taglie nuove. Matrone e fanciulle vanno ad osceno ludibrio sugli occhi de’ padri e de’ mariti incatenati. Vi furono genitori che scannarono le figliuole, matrone che invocarono un pugnale per sottrarsi all’obbrobrio; nè il tempio le proteggeva; che dico? neppur la morte preservava i cadaveri dalla contaminazione.

Letterati e artisti, ammucchiati allora a Roma dalla protezione dei Medici, ebbero tutti a soffrire, e ne empirono le memorie loro e l’Italia ove si dispersero. Il Sansovino architetto, Maturino e Polidoro da Caravaggio e gli altri scolari di Rafaello fuggirono: il Peruzzi fu costretto fare il ritratto dell’ucciso connestabile di Borbone: Marco Dente intagliatore ravegnano fu ucciso: Marco Fabio Calvi, suo compatrioto, traduttore d’Ippocrate, uomo d’incontaminata gravità, morì di miseria: il pensatore Telesio, vantato per sapienza e virtù, fuggì ignudo: Cristoforo Marcello, vescovo di Corfù, ebbe la casa saccheggiata dai Colonnesi prima, poi dai Tedeschi, i quali gl’imposero la taglia di seimila ducati, e non potendo egli pagarla, l’incatenarono a un tronco d’albero e gli forarono le unghie, tanto che dallo spasimo, dall’intemperie e dal digiuno morì[247].

Nelle stanze vaticane, dove era dipinto Attila arrestato dalla spada dei santi Apostoli, i Tedeschi accesero fiammate che affumicarono i mirabili dipinti di Rafaello: i celebri arazzi di questo furono rubati, essendo ai Luterani gioja lo strapazzo delle cose sacre e il distruggere l’idolatria dei quadri e delle statue. Si traevano dai conventi le vergini per essere violate a gara nelle orgie imbandite sugli altari coi sacri vasi. Gente briaca, messisi a vilipendio i cappelli cardinalizj e i parati ecclesiastici, menavano lubriche danze. Posto il cardinale d’Araceli in un cataletto, il portano per Roma con esequie beffarde; indi il mandano in groppa d’un Tedesco a mendicare di porta in porta il riscatto. Neppure dalle tombe astennero le scellerate mani; e un anello fu strappato dal dito di Giulio II, postuma punizione del suo Via i Barbari. Delle bolle papali stabbiano i cavalli; chiamano un prete perchè accorra col viatico, e condottolo in una stalla, vogliono forzarlo a dar la comunione a un asino, e perchè ricusa l’uccidono; indi accoltisi in una cappella del Vaticano, contraffacendo parati e cerimoniale, degradano il pontefice, e ad una voce acclamano a succedergli Lutero. Elettosi poi per capo Filiberto principe d’Orange, rizzarono trincee contro il Castello, tutti i viveri della città riducendo in borgo, talchè di fame e rabbia molti Romani s’appiccarono o affogarono.