Qualche ritegno alle masnade posero Ugo di Moncada e il cardinale Pompeo Colonna, il quale, venuto per godere dell’umiliazione dell’emulo, s’impietosì ed aperse il suo palazzo a quanti vi ricovravano; molti cardinali riscattò, a molti diede pane. I cardinali non presenti a Roma si erano raccolti a Piacenza, risolvendo sottrarsi all’oppressione col trasferire ancora la sede in Avignone: ma il cardinale Cibo nipote del papa, che già aveva contribuito a mantener in fede le rumoreggianti Legazioni, distolse i prelati da un passo che avrebbe dato l’ultimo tuffo all’Italia. Ah! ben avea vaticinato il veneziano Girolamo Balbo, quando disse a Clemente VII: — Fabio Massimo temporeggiando salvò la repubblica romana; voi temporeggiando rovinerete Roma e l’Europa»[248].

Di queste calamità cavano profitto i nemici de’ Medici, e Firenze congeda i nepoti del papa, ne abbatte le insegne e gridasi libera; i Veneziani riprendono Ravenna e Cervia; Sigismondo Malatesta entra in Rimini; Alfonso d’Este ricupera Modena. A quai dolorose meditazioni dovette allora essere condotto Clemente dagli effetti disastrosi della sua perplessa politica! Aspettava pur sempre che arrivasse l’esercito della Lega: ma Guido Rangone, che il conduceva, nol credè bastante ad assalir quelle masnade, quantunque sparpagliate dietro al saccheggio; atteso che una divisione avea dovuto staccarne per custodire Firenze. Disperato d’ogni soccorso, il papa dovette capitolare, obbligandosi a rimanere ostaggio dell’esercito con tredici cardinali sinchè fossero pagati quattrocentomila ducati, cedere Parma, Piacenza e Modena, ricevere guarnigioni cesaree ed aspettare gli ordini dell’imperatore.

Carlo V aveva di quest’assassinio la colpa di chi volge sopra la campagna un torrente, senza prevedere i guasti ch’egli non potrà impedire[249]. O perchè in fatti nulla potesse sovra quelle bande sbrigliate e chiedenti paga, o perchè volesse illudere il mondo e la coscienza propria, decretò e fece preghiere per la liberazione del papa, vestì il bruno, mandò ai potentati per iscusarsene innocente: ma insieme gli piaceva che i politici comprendessero com’egli fosse in grado di vendicarsi di chi propendeva a Francia; laonde non diminuiva d’uno scudo il riscatto del pontefice, anzi procurava trarlo in Ispagna, e «si credeva per li più prudenti che l’intendimento suo fosse di volere il papato a quell’antica semplicità e povertà ritornare quando i pontefici, senza intromettersi nelle temporali cose, solo alle spirituali vacavano. La qual deliberazione era, per gl’infiniti abusi e pessimi portamenti de’ pontefici passati, lodata grandemente e desiderata da molti, e già si diceva infino da plebei uomini che non istando bene il pastorale e la spada, il papa dover tornare in San Giovanni Laterano a cantar la messa» (Varchi).

Pubblico lutto e generale indignazione prese la cristianità del trattamento usato alla metropoli del mondo e al capo della Chiesa; e tesoreggiata esecrazione contro l’Austriaco, ad Amiens (1527 18 agosto) si collegarono Francesco I ed Enrico VIII all’intento di rimettere in libertà il papa e i figliuoli di Francia, garantire allo Sforza il ducato di Milano, e reprimere le trascendenze di Carlo V. Questi tacciò Francesco d’aver fallita la parola, datagli quando lo sprigionò; e dichiaravasi pronto a mantenerglielo da persona a persona; Francesco gli diè la mentita secondo le regole; ne seguì sfida, ricambiaronsi i cartelli[250], assegnarono il campo e il giorno ove duellare. Se l’avessero fatto e fossero entrambi periti, quanto sangue e pianto risparmiato! ma elusero il combattimento lasciandolo alle nazioni; e la povera Italia, regalata anche della peste, doveva prepararsi a nuove battaglie.

Mentre Andrea Doria, staccatosi dal papa che nol pagava, a nome di Francia s’impadronisce di Genova, il Lautrec mena di qua dalle Alpi trentamila Francesi; e avrebbe potuto strappar la Lombardia alle deboli guarnigioni imperiali, se anch’egli non avesse barcollato nelle risoluzioni: avuta di sorpresa Alessandria, Pavia, invano difesa dal conte Lodovico Belgiojoso (1527 1 8bre), lasciò da’ suoi saccomannare e vituperare alla tedesca[251], per vendicar la vergogna che la nazione francese v’avea avuto dalla presura del suo re; poi risparmiando gli orrori d’una egual liberazione a Como e Milano, batte la marcia verso Roma per soccorrere il papa.

Quivi si muor di fame, non osando i villani portar roba sul mercato; i capitani cesarei, sprovvisti di moneta, non possono staccare i soldati dal sangue e dall’avere de’ Romani; e poichè Clemente, sebben mettesse all’incanto cinque cappelli cardinalizj per centomila scudi, e ducento altri mila ne accattasse a ingordi interessi (Segni), non basta a raccogliere le somme convenute, i Tedeschi levano rumore, facendo gran vista di volerlo trucidare. Vescovi, arcivescovi e primari di Roma, da lui offerti statichi, tre volte in catene furono condotti in Campo de’ Fiori, e minacciati della forca se il denaro tardasse; poi serbati come l’unico pegno per ottenerlo, infine poterono sottrarsi ubriacando i furibondi. Clemente stesso riuscì a fuggire travestito (9 xbre); ma si trovò in una strana cattività morale: ai Francesi doveva riconoscenza come a suoi protettori; Enrico VIII d’Inghilterra negava operare a suo pro se non proferisse il divorzio tra lui e Caterina d’Aragona zia di Carlo V; questo minaccia deporlo se a tal domanda accondiscenda, protesta di non desiderar che la pace, ma non chiamasi mai soddisfatto delle garanzie che il papa gli dà di non contrariarlo: onde questo si rimise di nuovo alla sua politica, oscillante nella sottigliezza delle antiveggenze; e per tener tutti buoni, tutti disgustò.

Tra siffatte ambagi, la peste e i soldati, non so qual peggio, continuavano le desolazioni in Roma. A questi l’imperatore aveva mandato ordini o piuttosto raccomandazioni di rispettare il papa; sapeano che il Lautrec s’avvicinava; d’altra parte, denari non poteano omai più aspettarne[252], e tanti morivano, che si asserì, degli assalitori di Roma, dopo due anni, non un solo sopravvivesse. Pertanto le masnade volteggiarono per Otricoli, Terni, Narni, Spoleto, tribolando e taglieggiando, sicchè a volta i paesani dettero nelle campane, e li tagliavano a pezzi; e le case o vuote o lasciavansi aperte.

Le antiche fazioni rincalorivano, e vendette esercitavansi a furore tra Orsini e Colonna, tra Guelfi e Ghibellini, sempre a maggior esterminio del paese. — Non è stato possibile (scriveasi al conte Baldassarre Castiglioni) contenere li signori Colonnesi dalla vendetta contro l’abate di Farfa (Napoleone Orsini), perchè il signor Giulio e il signor Camillo Colonna hanno abbruciato e distrutto qua più castella, che non abbruciò lo abate case, nè si sono contenuti di non offendere ancor gli altri Orsini, che non aveano parte negli errori dello abate, bruciando anco lo stato del cardinale Orsini e l’abbadia di Farfa, che è cosa ecclesiastica, donde pur oggi son venuti a nostro signore de’ frati, alli quali non è rimasto un calice, non un paramento, non una lampada da tener accesa in onore di Dio. Di che è dispiaciuto gravemente a nostro Signore; ed avendone fatto querela con quelli signori di Napoli, è pur venuto ordine che desistano, ma in tempo che già è fatto quasi ciò che si poteva fare a distruzion del paese, e pur anco l’arme non son posate. Non mi basteria un quinterno di carta per narrare tutta la perturbazione di questo paese; per che, come in un corpo dopo una lunga infermità spesso qualche malo umore si risente, così restando il paese afflitto e debile della gran ruina dell’altro anno, ogni dì si sente qualche nuova afflizione. Scrissi già a vostra signoria lì danni che avea fatto l’abate di Farfa nelle terre dei Colonnesi: ultimamente, per chiarire ognuno che quel che faceva era contra la mente di nostro Signore, ha trattato le terre di sua santità come quelle del signor Ascanio, saccheggiato Tivoli, fatti prigioni, e tutte le crudeltà possibili; poi levatosi di là, e andato per congiungersi col signor Renzo per Marca, ha fatti tutti li mali portamenti che può. Dall’altra parte il signor Giulio e il signor Camillo hanno abbruciato non solo le castella dell’abate e degli altri Orsini, ma saccheggiato anco Anagni, e fatto in Tivoli del resto di quel poco che l’abate ci avea lasciato: il signor Giambattista Savello ha fatto il simile nella Sabina per una controversia che ha col reverendissimo Cesarino: seco è anco il signor Cristoforo Savello, il signor Pirro di Castel di Piero, Ottaviano Spiriti, e molti altri di quelli che, non per servire a sua maestà cesarea, ma per coprirsi sotto l’ombra di quel nome, vogliono esser tenuti imperiali. Questi tali con la fame grande che è per tutto, e con la licenza del rubare si tirano dietro buon numero di gente, e le terre dove entrano si ponno mettere per ruinate, come occorse l’altro dì a Rieti, dove essendo stati ricettati amichevolmente per essere quella terra molto ghibellina, come drento, cominciarono a saccheggiarla; ma avendo già saccheggiata una parte, li Reatini si risentirono, e presono l’arme, e li ributtarono fuora con uccisione di circa trecento».

Otto mesi era continuato lo sperpero di Roma, quando gl’Imperiali (17 febb.) sopravanzati s’indussero ad uscirne, e Napoleone Orsini vi entrò, eroe tardivo, scannando quanti infermi aveano essi lasciato. Udito gli armamenti di Francia, l’Orange andò a chiudersi in Napoli, dove lo raggiunse il Lautrec, il quale, sempre in attesa degli accordi ch’erano in pratica, o de’ soccorsi svizzeri, guasconi o veneti, avea procrastinata la marcia: e dopo unitesegli le Bande nere stipendiate dai Fiorentini, contava sessantamila uomini. Soggettato il Napoletano colla facilità che è solita dove ai popoli non importa qual sia il padrone, e abbandonate al saccheggio e alla strage le città che prendeva, si opponessero o no, cinse Napoli per terra, mentre per mare l’assaltava Andrea Doria. Questo, praticando sul mare quel che gli altri per terra, avea posto in essere dodici galee per proprio conto; e ruppe la flotta castigliana venuta a soccorso, uccidendo lo stesso vicerè Moncada che la comandava, e prendendo il marchese Del Vasto, il principe di Salerno e molti gentiluomini.

Intanto s’ode che Carlo V manda un esercito per la via di Trento col feroce duca di Brunswick; nuovo spavento ai sopravvissuti. Anton de Leyva, che non avea mai rallentata l’oppressione di Milano, ne mena fuori le truppe acciocchè non muojano di fame e di peste, e congiuntosi al Brunswick, che dilagavasi saccheggiando pel Bresciano e il Bergamasco, ripigliando Pavia con altri scempj, assedia Lodi, che unica rimaneva ai Francesi fra l’Adda e il Ticino, e che vigorosa si sostenne, finchè un tifo che chiamavano mal mazucco gittasi in quell’esercito, ne stermina duemila in otto giorni; gli altri disfatti tornano in Germania, qui rimanendo il Leyva a proteggere Milano. Alla lor volta allora ingrossavano i Francesi, condotti da Francesco di Borbone conte di Saint-Pol, ripigliano Pavia (19 7bre) con nuovo sterminio di vite e di robe, e s’accostano a Milano.