Ancora prima del XII secolo introducevansi statuti particolari, i quali poi furono ridotti in iscritto, e si mantennero anche dopo modificata o tolta l’indipendenza comunale. Erano ordini speciali, acconci alle convenienze civili e politiche di ciascuna comunità; mentre il diritto romano, contenente i dogmi di generale equità, applicabili negl’interessi e privati e pubblici, restava legge comune. A questo poteasi far richiamo anche a petto del forestiere: gli altri non valeano che fra gli accomunati, modificavano od abrogavano il diritto romano, ed erano interpretati alla stretta lettera. Il concetto legislativo v’è per lo più espresso imperfettamente, con locuzioni inesatte e vane ripetizioni, sminuzzandosi ne’ particolari anzichè generalizzare i concetti: spesso didattici più che imperativi, lasciano troppo all’arbitrio del magistrato; esprimendo una società casalinga, anzichè regolata da interessi universali e dalla forza, ove non è bisogno di grandi precauzioni perchè manca quel supremo stromento della tirannia, l’esercito stabile[2].

Innovazioni vi si faceano di frequente, ma non radicali; deduceansi dal bisogno istantaneo, non da norme generali e filosofiche; voleasi mantenere la distinzione delle classi, creduta base della civile convivenza[3]; voleasi rispettare certe forme anche dopo che aveano perduto il senso: facile soggetto di riso a chi ignora come le forme siano la prima espressione e l’ultimo rifugio del diritto[4].

Nel secolo XV l’erudizione, vagheggiando l’armonia dignitosa della città antica, rivelata nel Corpus juris, rese evidente la sconnessione dell’edifizio gotico: i popoli raccolti attorno ai principi non aveano più bisogno di domandare alla Chiesa regole per gli atti, protezione per gl’interessi, provvedendovi gli ordinamenti municipali e il diritto romano: il potere principesco affaccendavasi ad abbattere la feudalità, circoscrivere la giurisdizione canonica alle materie ecclesiastiche, e i municipj agl’interessi comunali sotto la vigilanza dello Stato.

L’irreparato movimento de’ tre secoli precedenti avea fatto o che i nobili scegliessero alcuno de’ suoi, il quale coll’unirli li rendesse potenti ad opprimere il popolo; o che il popolo affidasse ad alcuno la sovranità onde sottrarsi all’oppressione dei molti. Ed essendo più facile contentare chi non vuol essere oppresso che chi desidera opprimere, i tirannelli si mostravano propensi al popolo, e impedivano le soperchierie dei nobili, non foss’altro per soperchiare essi a maggior vantaggio.

La nobiltà non era ad un solo modo costituita. In Lombardia e in Toscana i feudatarj erano stati repressi dalle repubbliche, e accasatisi nelle città, vi s’abbellivano d’arti e di maneggi. Funesta vitalità conservavano invece nella Romagna e nel regno di Napoli, dove mescevano ambiziosi divisamenti e guerre parziali, o vendevano indecorosamente il valore. Però neppure nei due primi paesi i nobili erano pareggiati al popolo nella giustizia e nel concorrere alle cariche; potenti nell’accordo e nell’uso delle armi, cercavano soperchiarlo; questo a vicenda ergeva a loro contrasto le maestranze; e gli uni contrapponendo agli altri non l’eguaglianza, ma privilegi ottenuti od usurpati, e movendosi non per accordo d’interessi, ma per opposizione di questi, rendeansi impotenti a ben costituire una repubblica. Quindi moto continuo d’altalena, e «riforme fatte, non a soddisfazione del ben comune, ma a corroborazione e sicurtà della parte; la qual sicurtà non si è ancora trovata, per esservi sempre stata una parte malcontenta, la quale fu un gagliardissimo stromento a chi ha desiderato variare»[5].

Ogni governo tenea dunque la mira a sventare i feudatarj ed erigere i cittadini, onde nell’eguaglianza ottenere quella centralità di poteri che desse la forza; men tosto per raziocinio che per istinto sentendo «che alcuna provincia non è mai unita e felice, se la non viene tutta all’obbedienza d’una repubblica o d’un principe, com’è avvenuto alla Francia e alla Spagna»[6].

I nostri n’erano ben lontani. I signorotti, che aveano ereditato delle antiche repubbliche, stavano attenti a conservarsi, ma dal crescere li rattenevano tre barriere, i baroni, il popolo, le vicine repubbliche: talchè insufficienti a regnare, bastanti a impedirne altri, versavano continuamente in contrasti, inganni, violenze.

Costituire freno ai prepotenti e tutela ai deboli doveva essere scopo comune; ma parve che tutti i mezzi vi fossero spedienti, e troppo avremo a vedere quanto se ne scegliessero di scellerati. Intanto proseguivano tutti gli atti del dramma storico del medioevo; l’indipendenza comunale, il concatenamento feudale, le città suddite a città, il principato civile, il principato ecclesiastico, il capitano di ventura, le guerricciuole; ma fra loro faceansi strada il soldato gregario, la grande conquista, la raffinata letteratura, la politica sottile nelle arti, estesa nel concetto. Supremo intento professavasi la pace, e credeasi assicurarla fra le provincie mediante il principato, fra i principati mediante l’impero: ma quest’unità materiale sotto un individuo dispensava dal cercare l’unione degli spiriti, la concordia morale; all’originale affaccendarsi degl’individui si sovrapponea quella astrazione che chiamasi Stato; smarrito il vecchio ideale, cercavasi penosamente il nuovo, cioè quella ragion di Stato che è calcolo d’interessi positivi per cui si devano collegare o nimicare i governi, o d’interesse di principi che non riguardano più all’intera cristianità, sì bene alla propria famiglia.

E appunto il sovrapporsi militarmente della monarchia alle sminuzzate signorie fu l’opera di quest’età. Coi principati non era venuta la quiete, non l’ordine, non l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge; vacillando l’ordine della successione quando non poteasi invocare la legittimità da dinastie sorte di fresco, nè riconosciute che di fatto, ad ogni vacanza disputavasi del dominio, e chi l’usurpasse sapeva di poterlo far legalizzare dai sofismi o dalla forza. Costretti a conservarsi in mezzo a nemici, i tiranni non badavano a moralità di mezzi; e alle corti anche de’ migliori poteasi avere scuola di politica tortuosa, di corruzione, di perfidie. L’inganno credeasi ragionevole arte di vincere, nè facea vergogna più che ai Beduini il rubare e ai Romani il tenere schiavi e gladiatori; errore di raziocinio, più che malvagità d’animo; e il Machiavelli professa che pei grandi uomini è vergogna il perdere, non il guadagnare coll’inganno. Di tal passo procedeano Luigi XI in Francia, Enrico VII in Inghilterra, Ferdinando in Castiglia, Giovanni II in Portogallo, Giacomo IV in Iscozia, terribili iniziatori che non faceano divario di mezzi nell’abbattere il passato, e restringere nell’unità nazionale i confusi elementi del medioevo. L’Italia, perchè centro delle negoziazioni, maggiori esempj offriva di quella politica, di cui fu accusata inventrice, e rimase vittima. Buoni principi v’erano, ma non istituzioni che il bene perpetuassero; e quel fiero pittore dell’età sua, il quale osò dire ciò che gli altri osavano fare, soggiunge: — I regni, i quali dipendono solo dalla virtù d’un uomo, sono poco durabili, perchè quella virtù manca con la vita di quello, e rade volte accade che la sia rinfrescata con la successione: onde non è la salute di una repubblica o d’un regno avere un principe che prudentemente governi mentre vive; ma uno che l’ordini in modo, che morendo ancora la si mantenga».

Concentrati gli affari ne’ principi e ministri, nacque la politica di gabinetto, e la necessità di vigilarsi reciprocamente, di combinare alleanze, di mantenere ambasciadori, col che la diplomazia divenne stromento primario di conciliazioni e di nimistà.