Costituivano le entrate pubbliche i proventi de’ beni particolari del principe; i censi in natura e in denaro, retribuiti dall’infinita varietà de’ livellarj; quel che pagavasi ond’esser esenti dai servigi personali e reali, dalle comandate, dagli alloggi; le regalie della moneta, delle miniere, delle acque, de’ benefizj e vescovadi vacanti; le tasse di chi acquistava uffizj e cariche, e specialmente quelle di finanza, occasione di guadagno; le dogane e i pedaggi e dazj sulla vendita a minuto; le propine per cause civili, e le multe o composizioni per criminali; le successioni che ricadevano al principe; i censi imposti agli stranieri, agli Ebrei, ai prestatori onde avessero protezione come i cittadini; i donativi volontarj, massime per nozze, battesimi, successione; i canoni, mediante i quali i Comuni, le corporazioni, gl’individui otteneano franchigie; la tassa diretta, variamente compartita, dove secondo il numero de’ fuochi, dove secondo le teste, o a proporzione del sale, o dei cavalli che si doveano alloggiare, e variante secondo la condizione delle persone o le costumanze del Comune. In gravi occorrenze metteasi un’imposta sopra i beni clericali, col consenso del papa, o si stornavano a uso pubblico i legati di opere pie. Altre volte domandavansi sussidj, che i Comuni o i corpi non osavano negare, e dei quali talora erano stipulati previamente l’importare e l’occasione. Restava poi una fonte più copiosa, le confische, colle quali, oltre impinguar l’erario, debilitavansi le famiglie che davano ombra.

Insomma la finanza diveniva potente stromento di tirannia, e non sorretta da buoni ordini amministrativi, limitavasi a cumular denaro da spendere in armi non cittadine, che della tirannia erano l’incentivo e l’appoggio. Così, mentre nel medioevo almeno in diritto era riconosciuta la superiorità della coscienza all’opinione, della giustizia alla forza, allora la politica si ridusse in un’arte di giungere al potere e conservarvisi per qual fosse modo, senza lampo di generosità. Pertanto nel Cinquecento troveremo molte belle opere, poche belle azioni; e il dipingerlo come un secol d’oro è menzogna, o volgare di chi, dolorando del presente, immagina beatissimo il passato, o letteraria di chi vuol crescere l’effetto delle tenebre antecedenti coll’opporvi sprazzi di luce limpidissima.

Per vero in Italia sopravvivevano i resti dell’antica civiltà, ed avea progredito a gran passi la nuova, della quale vi stava il nerbo col pontefice; qui sapere diffuso e riverito, qui dotta agricoltura, qui estesi commerci, qui fortune più avventurose, qui lusso raffinato; gli stranieri, come per devozione pellegrinavano alle soglie degli apostoli, così venivano, romei dell’intelligenza, a cercar qui ispirazioni, esempj, compimento d’educazione, ardore di letterarie ricerche, franchezza di ragionare, sperienza di civili franchigie, per illuminare poi le patrie loro coi raggi della nostra. L’amor delle lettere si reputava dovere dei principi: retori e grammatici educavano i signori, portavano ambasciate, conducevano trattati: lo studio dell’antichità forbiva le scritture e ornava gli edifizj, senz’avere ancora incatenato a servile imitazione: ogni evento dava motivo a feste e comparse, ove sfoggiare di lusso e buon gusto. Insomma era indisputata la nostra superiorità d’arti, di cultura, d’opulenza.

Ma il carattere nazionale si svigoriva; coi Comuni si spegneva la fede in se stessi, l’orgoglio personale, lo spirito di dignitosa resistenza; il servire a despoti fiacca gli animi, quanto li rinvigoriscono la legittima obbedienza e l’obbligo di proferire il proprio pensamento sugl’interessi e sugli atti della patria. I principi soli si moveano; il popolo, escluso dagli affari, si volse all’industria, alle arti, alle lettere: ma se ciò toglieva quei sommovimenti interni, che formano la parte drammatica dell’antichità e del medioevo, è pur vero che al patriotismo ed al coraggio sottentrava nelle moltitudini una pazienza incurante ed egoistica, cercando sicurezza nell’oscurità, acquistando gran concetto della forza quando questa predominava sopra un vulgo inerme, che non vedeva alcun elevato scopo a cui aspirare e per cui morire. Quindi millanteria e vanità senza virtù, devozione senza fede; sperperavansi i mezzi invece di usarne; s’inorgogliva del passato, e si provocava a duello chi tacciasse di viltà la nazione, ma non si facea ciò che sarebbesi richiesto per conservarle la superiorità.

L’irreposato movimento avea fatto prevalere la ricchezza mobile sulla territoriale, comunicato la cultura, i possessi, l’autorità della classe media, desti gl’ingegni e ingagliardite le volontà: ma nella lotta le forze si stancarono, ancor più che non si logorassero; ad una libertà imperversante molti preferivano una servitù promettitrice d’ordine; altri invece considerando la monarchia come antitesi della libertà, l’aborrivano e cercavano abbatterla, anzichè ponderare i modi d’acconciarla al meglio di tutti o dei più, o a volgere il dominio, la coltura, l’operosità di pochi a vantaggio dei molti. Aggiungete eterogenei elementi storici d’un’erudizione che opprimeva le speranze sotto il peso delle memorie, e all’Italia sorgente contrapponeva il fantasma dell’Italia evocata. Mille contrarietà insomma impedirono che ad una gioventù precoce seguisse una salda virilità, e che uni nel bel cielo e nella favella, gl’Italiani creassero quella concorde opinione, ch’è indispensabile all’unità nazionale, fosse in una federazione, o nella monarchia.

Le cose non sarebbero forse camminate peggio che altrove se non vi si fossero mescolati gli stranieri, sconcertando quell’artifizioso andamento, e l’avvicinarsi dei maggiori pianeti non avesse trascinato come satelliti nel proprio vertice i piccoli Stati nostri. Allora alle armi indigene sottentrarono Svizzeri briaconi, Spagnuoli superbamente rapaci, Francesi impetuosi e dissoluti, Tedeschi grossolani e sprezzatori; alle guerre cortesi la violazione d’ogni norma d’ospitalità, di decenza, fin d’umanità, e un inferocire brutale non per uno scopo e sovra persone cospicue, ma alla rinfusa e per l’unico diabolico intento di tormentare e distruggere, pel brutale puntiglio di soverchiare quelli, nei quali non si riusciva a spegnere la vita del cuore e dell’ingegno.

La feudalità, fiaccata nel resto d’Italia, per la prossimità di Francia prevaleva ancora ne’ paesi soggetti ai duchi di Savoja, i quali da una parte tendeano a sottomettere i vassalli, dall’altra ai Comuni concedettero solo qualche franchigia, che gli assimilava piuttosto ai municipj antichi, e non li lasciò sorgere a indipendenza come i lombardi. Essi duchi, stranieri d’origine, dal pendìo settentrionale delle Alpi dominavano anche la porzione che scende col Po e colla Dora, primo strazio di qualunque esercito calasse in Lombardia. Le Alpi adunque non limitavano ancora il paese italico a questo lato; Tedeschi e Carinti vi s’erano introdotti dal Friuli fino al Tagliamento, e dal Tirolo fino al lago di Garda; dalle alpi Lepontine e dalle Retiche vi si spingevano Svizzeri e Grigioni.

Nell’alta Italia preponderava il Milanese, e avrebbe potuto unirla tutta se i suoi capi fossero stati virtuosi almen nel senso del Machiavelli. Lo circondavano molte piccole signorie; il principato di Monaco a mezzodì del Piemonte, là signoria di Massa a maestro della Toscana, la contea della Mirandola a greco di Modena, Borso d’Este aveva ottenuto da Federico III imperatore i titoli di duca di Modena e Reggio e conte di Rovigo e Comacchio, e da Paolo II quello di duca di Ferrara. Il Mantovano, confermato da Lodovico Bavero ai Gonzaga, poi da Sigismondo eretto in marchesato, comprendeva le signorie di Bozzolo e Sabbioneta, mentre altri rami di quella casa principavano a Castiglione, a Solferino, a Novellara, a Guastalla con Montechiaruggolo.

Unica dinastia forestiera, la aragonese possedeva il Napoletano, lo Stato più esteso eppure il più debole fra gl’italiani, essendovi il re Ferdinando aborrito pei modi con cui avea represso la congiura dei baroni (tom. VIII, pag. 292), aborrito il primogenito Alfonso di Calabria perchè consigliatore supposto delle immanità, colle quali però non aveano tolto di mezzo tutte le giurisdizioni signorili. Fiaccate le forze, sparsa diffidenza e speranza di cangiamenti, i Sanseverino e i Caldóra coll’istancabilità di fuorusciti seminavano odj per Italia e tenevano intelligenze dentro, mentre il popolo, non meno sofferente sotto gli Angioini che sotto gli Aragonesi, non sentivasi disposto a combattere per nessuno. Ferdinando il Cattolico agognava quel regno, ma poichè da ciò sarebbe stato guasto l’equilibrio politico, ne nacquero le guerre che finirono col versare sull’Italia chi dovea funestamente deciderne le sorti.

La Sicilia implorava indarno di essere considerata regno distinto, non provincia dell’Aragona. Di là erale mandato un vicerè triennale, sotto cui stavano i capi della cancelleria, o vogliam dire segretarj di Stato, i magistrati della magna curia, un gran consiglio di tutti gli alti dignitarj del regno, baroni e prelati. I vicerè, sedenti or qua or là sinchè fissaronsi a Palermo, da frequenti istruzioni segrete trovavansi avvinti, nè cosa di conto poteano conchiudere senza l’avviso del re; mentre invece erano arbitri sopra i sudditi e i funzionarj; e facendo essi anche da capitano generale, rendeano superflui il gran connestabile e il grand’ammiraglio, quasi sempre stranieri. Le altre cariche di mastro giustiziere, mastro cartario, protonotaro, gran siniscalco, gran ciambellano più non erano che vane decorazioni a primarie famiglie siciliane od aragonesi. Sopravvivevano però i parlamenti nazionali, che esponevano i bisogni del paese, e contrappesavano questi vicerè, i quali appena restavano nell’isola tanto da conoscerla e spoverirla. Per ultimo malanno l’Inquisizione spagnuola vi fu piantata il 1513 da Fernando il Cattolico.