Nel periodo della preponderanza ecclesiastica, l’autorità pontifizia fu tutt’altro che dispotica. Non solo trovavasi temperata nello spirituale da concilj e dal concistoro de’ cardinali, il cui parere soleva chiedersi e addursi negli affari di maggior rilievo, anche temporali; nel conclave soleasi imporre condizioni al papa eligendo, benchè mancasse il modo di fargliele osservare dopo eletto. Lo Stato, conteso, perduto, ricuperato più volte, e che stendeasi da Ancona a Civitavecchia, da Bologna a Terracina, oltre Benevento nel Regno, e in Francia il contado Venesino e la città d’Avignone, era spartito fra un’infinità di signorotti, di conventi, di Comuni, di prelati, connessi unicamente dalla supremazia papale, e nel fatto indipendenti a misura della lor forza; e poichè quivi dal municipio non furono soggettati mai i baroni pienamente com’era avvenuto in Lombardia, quegli or parteggiando pel papa, ora per l’imperatore, si sosteneano colle armi e coi tradimenti, a reprimere quelle turbolenze non bastando la mano d’un principe elettivo e prete[7].
Quando sentivano sfuggirsi l’Europa, i papi avrebbero potuto abbracciare l’Italia, formando una federazione che non sarebbe stata da meno di veruna potenza europea: ma neppure della penisola erano omai a capo, nè rappresentavano il partito guelfo e l’indipendenza; ed impigliati negl’interessi del dominio temporale dacchè su questo appoggiavano lo spirituale, e sovente occupati a procurare uno stato ai proprj nipoti, dovevano orzeggiare; mentre dal cozzo colle autorità terrene scapitava l’autorità religiosa, sempre meno riverita principalmente nell’alta Italia[8]. Vero è che il pontefice avea svelto da Roma ogni rappresentanza municipale, compresso i più potenti baroni del territorio, Colonna e Orsini, ridotto gli altri a secondarlo nelle imprese; nel regno di Napoli tenea sempre gran mano, come alto signore; e la tradizionale destrezza diplomatica gli assicurava molto peso nella bilancia politica, della quale Roma rimase ancora il perno per tutto questo secolo.
Radicatasi la dinastia degli Sforza a Milano e degli Aragonesi a Napoli, lunga pace succedette, conservata non più per la superiorità di qualche idea morale, ma per un equilibrio di forze, bilanciato ne’ gabinetti; e gli accordi di frà Simonetto e la lega di Paolo II provano come si sentisse il bisogno di congiungere le forze a difesa comune. Ma ambizioni e invidie lo impedirono; e morto il magnifico Lorenzo, attentissimo a mantener l’equilibrio, si scatenarono l’egoismo e l’astuzia.
Malgrado quest’esotica propensione ai principati, il governo repubblicano conservavasi in molte parti. Bologna, unica dell’antica Lega Lombarda, manteneva almeno il nome di libertà, pur obbedendo ai Bentivoglio: San Marino faceasi dimenticare per la sua esiguità: Siena e Lucca campavano in ristretta oligarchia. Genova possedea le due riviere da Ventimiglia fin oltre Sarzana, nè avea perduto tutti i possessi in Levante; ma sbolzonata fra i commercianti della città e i feudatarj della riviera, non parea sentire della libertà se non la fatica di cercarsi un sempre nuovo padrone. Venezia e Firenze erano salite al vertice della grandezza politica, l’una nel governo popolare, l’altra nell’aristocratico: ma Venezia, serrato il gran consiglio, si ancorò nella sua oligarchia; Firenze continuò ad agitarsi fra popolani e magnati: che se i popolani sotto i cenci de’ Ciompi furono vinti in piazza, il loro programma s’attuò coll’imposta unica e proporzionale, garantita mediante il catasto dei Medici, i quali riuscirono a sodare e abbellire la servitù.
In Firenze erasi concentrata la vita di tutta Toscana. San Miniato, Volterra, San Geminiano, Colle, Cortona, San Sepolcro le erano sottoposte; Montepulciano alleato servile; Livorno, datosi a’ Genovesi durante la tirannide del Boucicault, le fu da quelli rivenduto per centomila fiorini; per cinquantamila Arezzo, sorpreso da Engherando di Coucy; dal Campofregoso comprò Sarzana, antemurale ai Genovesi; Perugia continuava a divincolarsi tra gli Oddi e i Baglioni, finchè venne disputata fra Toscani e Papalini.
Della nobiltà campagnuola non rimaneano che i Farnesi nella maremma di Siena, i Malaspina in Lunigiana: Gerardo d’Appiano, vendendo Pisa a Gian Galeazzo, erasi riservata l’Elba, Piombino, i castelli di Populonia, Savereto e Scarlino, dal che cominciò il principato di Piombino, durato fino ai nostri giorni, e che abbracciava anche l’isola d’Elba. Le città assoggettate rimpiangeano la passata indipendenza; e il proverbio «Doversi Pisa tener colle fortezze, Pistoja colle parti», rivela con che atroci modi un Comune credeasi in diritto d’aggiogare l’altro. Pisa massimamente scoteva tratto tratto le catene, e per sottrarsi alla vicina avrebbe preferito servire a stranieri; e in fatti trattò di darsi alla Francia, patto che questa vi tenesse un governatore, nè a’ Fiorentini permettesse d’abitarvi o godervi privilegi, e le ricuperasse Livorno, Porto Pisano e il contado. Rifiutata, si esibì alla Spagna colle stesse condizioni, aggiungendovi che le entrate spettassero mezze alla Spagna mezze alla città, vi stesse un vicerè come in Sicilia, e i Pisani fossero in privilegi uguagliati ai sudditi spagnuoli[9]. Ah! della servitù straniera non aveva ancora fatto quella sperienza, alla quale sola i popoli sanno credere.
Senza smettere le forme democratiche, Firenze erasi avvezza a considerare come padrona la famiglia de’ Medici, che da un secolo l’indociliva a decorata servitù. I capitali, che i mercanti utilizzavano fuori, costringeano la politica a riguardi e ad alleanze disopportune. Le fazioni non lasciavano di turbare il paese o per ambizione, o per leale affetto di libertà; e a tenerle in briglia si richiedeva forza o accorgimento, opprimere od illudere. Ma al magnifico Lorenzo, che avea voluto signoreggiare a cheto, e non conculcare ma sedurre la libertà, era successo il suo primogenito Pietro (1492), che, forzoso di corpo quanto fiacco di spirito, cercava riputazione di destrezza nel fare alla palla, e d’abilità nell’improvvisare; scarso di politici accorgimenti, parea dimenticare l’origine popolare della potenza di sua casa collo sceverarsi dai cittadini; e colle dissolutezze eccitava di quelle nimicizie che si covano, non si obliano[10].
Presero da ciò baldanza i malcontenti, e se ne fece organo Girolamo Savonarola. Nato nobilmente a Ferrara il 1452, da padre padovano e madre mantovana, già fanciullo cercava la solitudine e le campagne, dove sin colle lagrime sfogava la piena degli affetti; e i primi suoi versi furono gemiti sulla Chiesa[11]. Amando la libertà e la quiete, le cercò in un convento di Domenicani, dove entrò col vero spirito del monacismo, acconciandosi ad umili uffizj, e volendo restare converso acciocchè le scuole nol distraessero dall’istituto primo dei Predicatori: pure professato a Bologna, si segnalò per umiltà e penitenza, applicossi a studiar nelle fonti la parola di Dio, e andava «in diverse città discorrendo per la salute delle anime, predicando, esortando, confessando, leggendo e consigliando»[12]. In Lombardia, vedendo queste alte montagne, coronate di ghiacciaje, quasi guardiane poste da Dio al paese suo prediletto, e i colli degradanti nei limpidi laghi, sostava dalla pedestre peregrinazione, e sotto qualche albero sedevasi ad osservare, e indagava nella memoria qualche versetto di salmo che esprimesse il sentimento che gli abbondava nel cuore. Concionando a Brescia sopra l’Apocalisse, cominciò a mescere politici intendimenti, viepiù sentiti quanto peggio si stava.
L’Ordine di san Domenico, malgrado qualche istante d’intepidimento, aveva continuato a produrre fervorosi predicatori. Quelli di Fiesole, riformati da sant’Antonino, eransi calati a Firenze, ove Michelozzo, a spese di Cosmo Medici, gli accomodò del convento di San Marco, presto arricchito di bellissima biblioteca e de’ dipinti di frate Angelico. Nel 1488 vi fu chiamato priore frà Girolamo; e inesorabile contro i peccati, mite coi peccatori, nella tranquillità e nel sereno naturale esprimeva la pace interna; rigorosamente povero, abbandonò fin quello che più diligeva, alcuni libri e immagini; portava abitualmente in mano un piccolo cranio d’avorio, per ricordarsi il nulla delle onorificenze umane; e credente come un frate, sagace come un tribuno e studiosissimo dei politici, associava devozione sincera a liberali intenti, volendo tutto pel popolo e col popolo. Predicava sotto un gran rosajo damasceno; e l’uditorio, scarso dapprima, forse per la sua pronunzia lombarda[13], crebbe a segno, ch’egli dovette trasferirsi in duomo, e sotto quelle vaste e ignude arcate fulminava l’abbominazione introdottasi nel santuario, i garbugli della politica, le profanità degli artisti.
Quasi sbigottito di se stesso, proponea moderarsi, e — Testimonio m’è Iddio che tutto il sabato e tutta la notte vigilai, nè mai potetti volgermi ad altro. E sentii la mattina dirmi, Stolto! non vedi che la volontà di Dio è che tu predichi in questo modo? E così in quella mattina feci una predica molto spaventosa». Ne avea di che, vedendo i fedeli non ascoltar più ai prelati, padri e madri allevare alla peggio i lor figliuoli, i principi opprimere i popoli e soffiare nelle loro dissensioni, cittadini e mercanti non pensare che al guadagno, le donne alla futilità, i villani al furto, i soldati alle bestemmie e ad ogni sorta delitti[14]. Fra i secolari, persone d’ingegno, di nobiltà, di sapienza umana, ignoravano le verità della fede, o si stomacavano della semplicità del catechismo e dell’obbrobrio del Calvario; artisti d’insigne nome aveano perduta la fede, e beffavano chi ancor la tenesse; le scuole divenivano pascoli avvelenati, dove ammirando solo le pagane virtù e spiegando gli autori più pericolosi, avvezzavasi alla lubricità prima che nelle Università si delirasse dietro ad una logica petulante e alle sottigliezze aristoteliche surrogate al buon senso e al vangelo.