Intanto i prelati, non che correggere, pervertivano cogli esempj il loro gregge; i preti scialacquavano i beni della Chiesa; i predicatori spacciavano curiose novità. — Questa pecora smarrita, questa donna caduta in peccato, viene; Cristo l’ha perduta; il buon prete la trova, e deve renderla a Cristo; ma il malvagio la blandisce, la scusa, le dice: So bene che non si può sempre vivere castamente, e guardarsi dal peccato; poc’a poco la tira a sè, e l’allontana più che mai da Cristo. — Frate, non toccar questa corda. — Io non nomino alcuno, ma la verità bisogna dirla. Il cattivo prete l’adula, la trascina di modo, che la povera pecora perde la testa; non che renderla a Cristo, la tiene per sè. Se sapeste tutto quel ch’io so! cose schifose, cose orribili; e ne fremereste: e io non posso frenar le lagrime pensando che i cattivi pastori si sono fatti mezzani per condurre l’agnella in bocca al lupo. Non serve che preti e frati vadano ogni giorno a passeggiar sulle piazze e far visita alle comari; ma che studiino la Bibbia. Si son viste delle femmine vestite da cherici. E dopo notti passate nel vizio, che vuoi tu fare della messa?»[15].

Il frate commosso pregava istantemente dal Signore — Nota fammi la tua via»; e parvegli che la sua via fosse il riformare i costumi del clero, e mediante questi riformare il popolo. Nel suo convento introdusse una regola più severa, col divieto del possedere e d’ogni superfluità, e con maggiori esercizj di pietà e di studio, e sempre confermando i precetti coll’esempio; ebbe la consolazione di vestirne l’abito a persone primaje, a sei fratelli Strozzi, a cinque Bettini, fin ad alcuni Medici, a Pandolfo Rucellaj, gran tempo versato nelle pubbliche cose, a un Vespucci e ad un Sacromoro insigniti di dignità ecclesiastiche, a Zanobio Acciajuoli letterato e poi bibliotecario di Leone X, al professore di medicina Pier Paolo d’Urbino, all’israelita Blemet maestro d’ebraico a Pico della Mirandola, il quale pure avrebbe indossato quelle insegne se non moriva precoce. Fin tutti i monaci Camaldolesi mandarono offrirgli di cambiar le loro colle divise domenicane; se non che esso confortolli a perseverare nella loro costituzione.

Riprovava i predicatori che si perdono in fronzoli, e appoggiandosi ad Aristotele, a Virgilio, ad altrettali autorità, «fanno delle futilità dei filosofi e della Scrittura santa un miscuglio, e questo vendono sopra li pergami, e le cose di Dio e della fede lasciano stare»[16]; e ripetea non doversi adoperar le scienze per dimostrare la fede, ma prendere la fede in semplicità; non dissiparsi in colloqui e ciancie, ma studiare la Bibbia e i Padri. In fatti Savonarola sceglie un testo, poi vi s’abbandona quasi d’ispirazione, copioso più che proporzionato, scurante del disporre o le frasi o i pensieri, e solo arricchendosi della cognizione preacquistata de’ sacri autori; ed anzichè ad aride distinzioni scolastiche, a citazioni, ad argomenti in forma, s’appoggia a prove di ordine soprannaturale; l’allegoria gli è quasi connaturata; l’arte di scrivere non conosce, sì quella di commovere e signoreggiare, e diceva: — Io non bado a verun artifizio di retorica, a verun ornamento; mi servo di parole semplici e vulgari; non mi occupo, lo sa Dio, del modo con cui parlo, nè del gesto o dell’azione oratoria. Mi basta aver l’occhio sui pensieri; per tutto il resto mi lascio condur docilmente dove mi portano l’ispirazione e il fervore dello spirito»[17].

E sempre a nome della Bibbia loda o minaccia, esalta o fulmina; passa dall’apologia personale ad impeti d’amor divino, dalla riforma de’ costumi a quella della Chiesa; e crede che, nel senso mistico, i libri sacri s’applichino non solo ai fatti generali della storia, ma anche ai particolari di ciascun tempo, qualora la grazia ajuti a combinare i testi. Ciò lo porta non solo a sottigliezze e interpretazioni forzate, ma a prolungare strani paragoni ed allegorie; come là dove i sette giorni della creazione mette a parallelo colla rivoluzione di Firenze.

Ma spesso la sua eloquenza sgorgava dal cuore, e con effusione di lagrime, e cogl’impeti delle anime forti in complessioni delicate. Una volta gli ascoltanti rimaneano duri, ed egli non udendo i soliti singhiozzi, s’arresta, poi volgendosi verso l’altare, — Io non posso più, le forze mi mancano; non dormir più, o Signore, su quella croce; esaudisci queste orazioni, et respice in faciem Christi tui. O Vergine gloriosa, o Santi..., pregate per noi il Signore che più non tardi ad esaudirci. Non vedi tu, o Signore, che questi cattivi uomini ci dileggiano, si fanno beffe di noi, non lasciano far bene a’ tuoi servi; ognuno ci volta in deriso, e siam venuti l’obbrobrio del mondo. Noi abbiamo fatta orazione: quante lagrime si sono sparse, quanti sospiri! Dov’è la tua provvidenza, dov’è la bontà tua, la tua fedeltà?... Deh! non tardare, o Signore, acciocchè il popolo infedele e tristo non dica, Ubi est Deus eorum?... Tu vedi che i cattivi ogni giorno divengono peggiori, e sembrano omai fatti incorreggibili: stendi dunque la tua mano, la tua potenza. Io non posso più, non so più che mi dire, non mi resta più che piangere. Non dico, o Signore, che tu ci esaudisca pei nostri meriti, ma per la tua bontà, per amore del tuo Figlio... Abbi compassione delle tue pecorelle. Non le vedi tu qui afflitte, perseguitate? non le ami tu, Signor mio? non venisti ad incarnarti per loro? non fosti crocifisso e morto per loro? Se a quest’opera io non valgo..., toglimi di mezzo, o Signore, e mi leva la vita. Che hanno fatto le tue pecorelle? Esse non han fatto nulla. Io sono il peccatore: ma non abbi riguardo, Signore, a’ miei peccati; abbi riguardo una volta alla tua dolcezza, al tuo cuore, alle tue viscere, e fa provare a noi tutta la tua misericordia».

Gran presa dava al frate quel governo dei Medici, materiale, egoisto, spoglio di concetti generosi. Il vulgo, guardando Lorenzo come usurpatore della miglior proprietà de’ Fiorentini, narrava che Savonarola, chiamato al letto di morte di questo, gli domandò in prima se confidasse nella misericordia di Dio, poi se fosse disposto a restituire i beni d’illegittimo acquisto; e il moribondo dopo qualche esitanza acconsentì: infine se ripristinerebbe la libertà e il governo a popolo; e ricusando Lorenzo la condizione, il frate se n’andò senza benedirlo[18].

Maggior appiglio ancora gli dava la depravazione della corte romana. Morto Innocenzo VIII, troppo avvoltolato in tresche politiche (tom. VIII, pag. 214), e mantice di guerre e rivalità, Ascanio Sforza dei duchi di Milano avea molte voci nel conclave; ma non riuscendo a sorpassare l’emulo Giuliano della Rovere, le vendè tutte a Rodrigo Lençol di Valenza in Ispagna, che da Calisto III suo zio materno avea preso il cognome di Borgia, e che allora si fece chiamare Alessandro VI (1492 11 agosto). Sciagurati tempi, se a salire al primato della Chiesa non gli furono ostacolo i diffamati costumi! Destrissimo e di singolare sagacità, baldanzoso a compiere che che l’ambizione gli suggerisse, robustamente frenò i baroni e gli assassini: ma anzichè al ben pubblico, s’interessava per collocare altamente i cinque figliuoli natigli da Rosa Vanozza. Era fra questi Lucrezia, diffamata per lubrici certami e per doppio incesto. Alessandro, quando andava ad assediare Sermoneta, le affidò il governo di Roma, onde abitava le camere del pontefice, ne apriva le lettere, provvedeva col consiglio di cardinali: talmente la turpitudine era recata in trionfo, e il delitto eretto in scienza.

Il diario, che in quei giorni scriveva il Burcardo, ancor più che pei delitti, atterrisce per la freddezza con cui li racconta, e che giudicherebbe abituali, se piena credenza potesse prestarsi a quel documento forse corrotto, certo esagerato. «In Roma (dic’egli presso a poco sotto il 1489) nulla di buono si faceva, e in città correano infiniti furti e sacrilegi: dalla sacristia di Santa Maria in Trastevere furono sottratti calici, patene, turiboli, una croce d’argento ov’era un pezzo della santa croce, il quale poi fu trovato in una vigna; così in altre chiese. Aggiungi molti omicidj: Lodovico Mattei e i suoi figli, contro la fede e sicurezza data, uccisero Andrea Mattucci mentre in una barberìa faceasi radere; eppure non ebbero bisogno d’andarsene di città, e dicesi il papa ve li lasciasse per denaro. Si dà anche per vero, sebbene io non abbia visto la bolla, che il santissimo padre abbia a Stefano e a Paolo Margano data remissione dei delitti e omicidj fatti da essi e da dieci loro bravi, quantunque non avessero pace cogli eredi degli uccisi, trasformando la loro casa in asilo; altrettanto a Marino di Stefano per le uccisioni commesse da lui e suoi seguaci; altrettanto ai figli di Francesco Bufalo, che la matrigna gravida macellarono, e diè loro otto condannati a morte affinchè sicuramente potessero andar e venire. Lo stesso narrasi di altri, e la città è piena di ribaldi, che ammazzato uno, rifuggono alle case dei cardinali; in Campidoglio quasi mai non si supplizia alcuno; sol dalla corte del vicecancelliere alcuni sono impiccati presso Tor di Nona, e vi si trovano la mattina senza nome nè causa. Si narra ancora che un tal Lorenzo Stati, oste alla Ritonda, uccise due figlie in diversi tempi, e un famiglio che diceasi aver avuto a fare con esse: onde messo con un fratello in Castel Sant’Angelo, andò il carnefice per decapitarli, e invece furono rilasciati sui due piedi; ed io ho visto ciò e intesi che causa ne fu l’avere sborsato ottocento ducati. E una volta domandandosi al procamerario perchè dei delinquenti non si facesse giustizia, ma se ne ricevesse denaro, rispose, me presente: Dio non vuol la morte del peccatore, ma che pagi e viva...

«Il sabato 4 settembre vennero nuove del matrimonio conchiuso tra Alfonso primogenito del duca di Ferrara, e la signora Lucrezia Borgia figlia del papa. E la domenica appresso, detta signora Lucrezia cavalcò alla chiesa del Popolo, vestita di broccato d’oro riccio, accompagnata da trecento cavalli o circa, e davanti le cavalcavano quattro vescovi. Il lunedì seguente un buffone a cavallo, cui la signora Lucrezia avea donato una vesta di broccato d’oro che jeri avea portata nuova, del valore di trecento ducati, girò per le vie principali, gridando, Viva l’illustrissima duchessa di Ferrara! viva papa Alessandro! e altrettanto gridava un altro buffone a piedi, donato anch’egli d’una vesta... L’ultima domenica d’ottobre a sera, fecero una cena col duca Valentino, nel palazzo apostolico, cinquanta meretrici oneste, chiamate cortigiane, che dopo cena...» Il resto non si può raccontare, nè quasi credere. E stimiamo pure siasi trasceso nel denigrare Alessandro VI; è però costante che egli non trovò un apologista serio, neppure fra la moderna smania di paradossi.

Tanta depravazione morale fra tanto materiale progresso, e quando appunto la coltura affinandosi più la faceva sentire! Quella politica clandestina, quella turpitudine ostentata fin sulla cattedra dov’erano seduti tanti santi, il susurro de’ moltissimi fuorusciti, diffondevano l’idea di disastri, più temuti perchè indeterminati. E Savonarola la fomentava, e non sapendo, come Salviano, veder la rigenerazione che in un gran castigo, ripeteva: — Sventura! sventura! O Italia, o Roma, dice il Signore, io vi abbandonerò ad un popolo che dai popoli vi cancellerà. Vengono genti affamate come leoni, e tanta fia mortalità che i sepoltori andran per le vie gridando, Chi ha dei morti! e uno porterà il padre, l’altro il figliuolo. O Roma, te lo ripeto, fa penitenza; fate penitenza o Milano, o Venezia[19]... Dice il Signore, quando io verrò sopra l’Italia a visitare i suoi peccati, con la spada visiterò Roma...; in San Pietro e negli altri altari sederanno le meretrici, e faranno stalla cavalli e porci; vi si mangerà e berrà, e faravvisi ogni sporcizia... Taglierò, dice Dio, le corna dell’altare, cioè le mitre e i cappelli; taglierò la potenza de’ prelati; rovineranno quelle belle case e quei bei palazzi; tante delizie, tanti ori saran gettati per terra; saranno ammazzati gli uomini, andrà sossopra ogni cosa»[20]. Pur troppo spesso indovina chi predice sciagure[21]; laonde il popolo lo credeva ispirato dalla Divinità, e che provasse estasi, e antivedesse il futuro.