[32]. Fra alcune sue lettere ultimamente trovate, produciamo la seguente:

«A frà Domenico Buonvicini da Pescia,

«Dilettissimo fratello in Cristo Gesù. Pace e gaudio nello Spirito Santo. Le cose nostre riescono bene; imperocchè Dio maravigliosamente ha operato, benchè appresso a maggiori patiamo grandi contraddizioni; le quali, quando sarete tornato, vi racconterò per ordine: ora non è a proposito scriverle. Molti hanno dubitato ed ancora dubitano che non accaggia a me come a frà Bernardino (da Montefeltro, che fu scacciato perchè predicava contro le usure). Certo, quanto a questo, le cose nostre non sono state senza pericolo; ma io sempre ho sperato in Dio, sapendo, come dice la Scrittura, il cuore del re essere nelle mani del Signore, e che dovunque gli piace lo gira. Spero nel Signore che per la bocca nostra farà gran frutto, perchè egli ogni giorno mi consola, e quando ho poco animo, mi conforta per le voci de’ suoi spiriti, i quali spesso mi dicono: — Non temere; di’ sicuramente ciò che Dio t’inspira, perchè il Signore è teco; gli scribi e farisei contro a te combattono, ma non vinceranno». Voi confortatevi, e siate gagliardo; imperocchè le cose nostre riusciranno bene. Non vi dia noja se in cotesta città pochi vengano alla predica: basta avere dette queste cose a pochi; nel piccolo seme è gran virtù nascosta. Frà Giuliano e la sorella vi salutano, la quale dice non vi sbigottiate, perchè il Signore è con esso voi. Io spessissime volte predico la rinnovazione della Chiesa, e le tribolazioni che hanno a venire, non assolutamente, ma sempre col fondamento delle Scritture; di maniera che niuno mi può riprendere, se non chi non volle vivere rettamente. Il conte tuttavia va avanti nella via del Signore, e spesso viene alle nostre prediche. Non posso mandare limosine; imperocchè, dato che i denari del conte siano venuti, nondimeno per buoni rispetti bisogna aspettare ancora un poco. L’altre cose che voi mi scrivete, ingegnerommi farle. Sono breve, perchè il tempo passa..... Tutti siamo sani, massime i nostri Angioli, che a voi si raccomandano. State sano, e pregate per me. Aspetto con desiderio grande il vostro ritorno per potervi contare le cose maravigliose del Signore. Di Firenze, il 10 marzo 1490».

[33]. Cola Montani fuggì presso Ferdinando di Napoli, a cui istanza scrisse un’invettiva contro i Medici per distorre i Lucchesi dal far lega con loro. Ma passando da Genova a Roma lasciossi cogliere presso Porto Ercole, e a Firenze fu processato e appiccato il 14 marzo 1483.

[34]. Tutti l’ebbero per innocente, e tale lo mostra il suo processo che conserviamo. Lo stesso duca, in una lettera ch’è nell’archivio milanese, scrive: — La potissima cagione d’essa morte è stato il signor Roberto (Sanseverino), quale per la sua perversa e maligna natura, e per l’inimicizia e gli odj grandissimi con li quali sempre avea perseguitato il signor Cicco, pose ogni cura e pensiero a farlo morire; nè mai riposò, finchè ebbe l’intento suo, come voi, signor Ugo, assai siete informato ecc.».

Suo fratello Giovanni, autore della Sforziade, per somma grazia ottenne la vita. Il Rosmini conchiude: — Tale ebbe ricompensa l’autore del più bel monumento che si abbia delle geste sforzesche; eterno e salutevole (?) avviso, onde senno imparino tutti coloro che la loro vita consumano nell’illustrare colla penna la memoria de’ principi».

[35]. Prendendo soltanto l’anno 1480 e il mese d’agosto, le cronache parmensi ricordano una donna di parto che fu sepolta per morta, ma tre giorni dopo schiudendosi la tomba per deporvi anche la sua neonata, la si trovò levata a sedere, e coi segni della disperazione tra cui era morta davvero. Il connestabile di porta San Michele, uscito a cavallo di città, fu trucidato da due sicarj de’ Maffoni, dei quali uno era stato ucciso dal figliuolo d’esso connestabile. Poco poi un giovane di Reggio, che sull’imbrunire stava alla porta d’un postribolo, fu ucciso. Tre giorni appresso, sei armati scannavano Angelo Becchigni. Bande mascherate scorreano la città in armi giorno e notte, massimamente i dì festivi, rubavano, toglievano le vesti, tagliavano i capelli, gittavano ne’ canali chi incontrassero, rapivano fanciulle e matrone. Tommaso da Varese era ucciso da un armigero dei Sanseverino; e quando al domani il giudice de’ malefizj si recò a visitare il cadavere, trovò su questo l’uccisore con una scorta di armati che intimava celiando, — Portate via questo corpo santo». Pezzana, Storia di Parma, IV. 196.

[36]. Giova alla conoscenza de’ costumi il costui testamento. A sua moglie Antonia di Guido Torelli e alle figlie avutene lascia soltanto la dote. I due figli Giovanni e Giacomo disereda, raccontando a disteso i torti che ne ricevette, e le ingiurie che gli dicevano, per esempio — Io vorrei essere in una tina con Piero Maria con una coltella alla mano — Al dispetto di Dio, s’io avessi il core di Piero Maria in mano io lo mangerei ecc.» I figli di Bernardo vescovo di Cremona e Guido istituisce eredi in parti eguali delle moltissime ville nel Parmigiano. — Delle vesti e suppellettili d’argento si dia a cinquanta fanciulle povere la dote di venticinque lire imperiali. Ai Francescani di Felino trentasei sacchi di frumento ogni anno, scongiurandoli a viver lodevolmente». Aveva egli avuto per amante Bianchina Pellegrini, e non che ricoprirli, volle eternare que’ suoi legami di ammogliato con maritata, facendoli dipingere nella rôcca di Torchiara. A costei e ad Ottaviano figliuolo di essa nel testamento lascia tutti i beni che acquistò sul Milanese, e moltissimi castelli e giurisdizioni; all’altro figlio naturale Bertrando la contea di Berceto. Pezzana, iv. 310.

[37]. Estoit homme très-saige, mais fort craintif et bien souple quant il avoit pour (j’en parle comme de celluy que j’ay cogneu et beaucoup de choses traicté avec luis), et homme sans foy s’il veoit son prouffit pour la rompre. Commines, lib. VII. cap. 3.

[38]. Questa clausola è in un secondo diploma; in un terzo del 1495 mette patto la conferma degli elettori, e la espressa riversibilità alla morte di Lodovico.