Et mont Olivet montera.
Il trattato fu maneggiato in Francia a nome del Moro da Carlo di Barbiano conte di Belgiojoso e da Giovanni Francesco di Cajazzo, primogenito di Roberto Sanseverino; e furono testimonj al contratto il visconte di Beaucaire e Guglielmo Briçonnet, che fu poi cardinale.
[41]. L’armée du petit roi Charles VIII était épouvantable à voir. De tous ceux qui se rangeaient sous les enseignes et bandes des capitaines, la plupart étaient gens de sac et de corde, méchants garnemens échappés de justice, et surtout force marqués de la fleur de lis sur l’épaule, esorillés, et qui cachaient les oreilles, à dire vrai, par longs cheveux hérissés et barbes horribles, autant pour cette raison que pour se montrer plus offroyables à leurs ennemis. Brantôme, disc. 89.
[42]. Carlo VIII e Gian Galeazzo nasceano da due figliuole di Lodovico II di Savoja.
[43]. Il sentimento popolare ci è espresso nel Memoriale d’un Giovanni Portovenere: — Carlo di Franza è uomo di piccola statura, con poca barba quasi rossetta, con gran faccia, magro in viso con naso aquilino; uomo spirituale e d’anima, niente avaro, non pomposo; cavalca piccole e vili bestie, con pochi appiè; di poche parole, tanto che i suoi lo tengono quasi santo. E per tutta Toscana si grida Franza, con sua insegna addosso, cioè la croce bianca, così pei contadini, come soldati e cittadini, che pare che tutti ne siano in paura».
[44]. Ululantes se male passim ubique vagantes, sui corporis quæstum turpiter facere, quam honeste in Florentinorum vivere tyrannide. Sfrenati, lib. II.
[45]. In Vaticano, Innocenzo VIII fu da Antonio e Pietro Pollajuolo effigiato con essa lancia. Sta nella biblioteca dell’Università di Torino la geografia di Tolomeo, tradotta in versi toscani da Francesco Berlinghieri, che la dedicò a Gem, con molte lodi del suo sapere e di quello del padre suo. Salabery, nella Storia dell’impero ottomano, riferisce in latino le istruzioni di Alessandro VI a Giorgio Bozzardo, le quali dicono in compendio: — Salutato che avrai il sultano Bajazet ed eccitatolo al timor di Dio, gli manifesterai che il re di Francia viene per togliere dalle nostre mani Gem fratello di lui, acquistar Napoli che noi dobbiamo difendere come feudo nostro e per amicizia a quel re, pei tragittarsi in Grecia col pretesto di mettere in trono esso Gem. Secondo la buona amicizia che corre fra noi, lo esorterai con istanza a mandarci quarantamila zecchini per l’annata presente; mostri suo sdegno verso i Veneziani se mai favorissero i Francesi, e vi mandi un ambasciatore onde persuaderli ad adoperarsi in favore del regno di Napoli; intanto non perturbi l’Ungheria, la Croazia, Ragusi nè altra parte di cristianità, come il papa interporrà perché l’Ungherese non gli rechi alcuna molestia». Narrasi che esso Bozzardo nel ritorno fosse arrestato a Sinigaglia da un Della Rovere, fratello del cardinale Giuliano, e confermasse a voce la verità di tali istruzioni. A tal deposizione sono accompagnate cinque lettere di Bajazet al papa, quattro in turco, una in italiano, tutte tradotte in latino da interpreti e dal notajo rogato a far fede di tutto ciò. Bajazet proponeva al papa di liberare Gem dalle angoscie terrene e mandar l’anima sua nell’altro mondo, ove si gode miglior riposo; e per ciò prometteva al papa trecentomila ducati, ed altri pe’ suoi figliuoli: la lettera è data da Costantinopoli il 18 settembre 1494 d. C. Questi documenti furono lungo tempo tenuti come autentici, e come tali li accetta il Sismondi: ma si adducono troppe ragioni per crederli finti; e almeno si dovrà credere che nella traduzione vennero molto alterati.
[46]. Paolo Giovio, nella descrizione della sua entrata in Roma, ci divisa gli eserciti d’allora. La cavalleria andava distinta dai fanti; e prima Svizzeri e Tedeschi marciavano in cadenza al suon di strumenti, belli di aspetto e mirabili per ordine, con veste corta e assettata, non uniforme di colore, i più prodi un pennacchio, spade corte e lancie da dieci piedi; molti inoltre le alabarde, ascie sormontate da una lama quadrangolare, onde ferivano di punta e di taglio; ogni mille fanti, cento portavano schioppi. Seguivano cinquemila guasconi balestrieri; poi la cavalleria, cernita dalla nobiltà francese, magnifica a vedersi, con sajoni di seta, collane e braccialetti d’oro. Gli scudieri, spesso adoprati come cavalleria leggera, avevano una lancia robusta e una mazza ferrata, grossi cavalli, colle orecchie e la coda mozze, usanza forse introdotta in grazia dell’armadura onde coprivansi. Ogni lanciere teneva un paggio e due scudieri. Gli arcieri armavansi d’elmo e piastrone, arco grande all’inglese, e alcuni di lunghi giavellotti per ferire i nemici abbattuti; distinguevansi mediante lo stemma del loro capo. Quattrocento arcieri a cavallo facevano guardia al re, fra cui cento scozzesi; e più ancora vicino a lui, ducento gentiluomini francesi con mazze ferrate e bei cavalli, brillanti d’oro e porpora. La maraviglia maggiore erano i cenquaranta cannoni grossi e i moltissimi piccoli, che movevansi rapidamente tratti da cavalli, mentre prima solevasi da bovi.
[47]. Materazzo, Cronaca perugina. Del quale è pure il brano seguente.
[48]. Sono pubblicati negli Archives de l’art français, tratti da copie che allora si moltiplicavano e spedivano alle persone e alle città, come bullettini interessanti a tutti.