Essa Relazione dà che il Napoletano rendeva due milioni cinquecentomila ducati, compresovi un milione ducentomila che il popolo dà al re ogni due anni a titolo di donativo, e trentun grano che paga ogni fuoco per gli alloggi, e sette grani pei custodi delle torri marittime, e nove per la manutenzione delle strade, e cinque pei bargelli di campagna; ma la rendita basta appena alle spese.
[61]. Giulio Cesare Capaccio, Il forestiere. Napoli 1634.
[62]. Guerra e Bucca, Diurnali.
[63]. Lib. XXXIII. c. 4. Della condizione delle Due Sicilie ben informa Federico Badoero nella relazione che, reduce dall’ambasceria a Carlo V, nel 1557 fece al senato veneto (Relazione d’ambasciadori veneti, vol. III, serie 1ª). Ne scerremo pochi passi caratteristici: — È il regno di Napoli reputato il primo del mondo per fertilità, considerata la quantità e la qualità delle cose che vi nascono. Di grani ne vengono in Venezia, e ne vanno in Genova e Toscana. Ha animali assai, ogni sorta di frutti, di mandorle, noci ed aranci, de’ quali ne vanno in Barberia ed Alessandria, e ne vengono in Venezia in gran copia. Di zafferani ne manda per tutta Italia e Germania per più di centomila scudi, e Roma suol ricevere dal regno gran parte del suo alimento. Di olio ne spedisce un milion d’oro in diverse parti, e sete a Genova, Lucca e Milano, e così bambage, lana, galla e comini. Tutti li luoghi del regno tra città, terre, castelli, borghi e villaggi sono duemila seicento in circa. Quelli che hanno nome di città sono più di cento, ma da Capua, Gaeta, Otranto e Cosenza in fuora, sono tutte di cattive abitazioni, sporche e piene di gente vile: ma si vedono in Napoli raccolte tutte le belle parti che potriano adornare molte di loro, la quale abbonda di tutte le cose necessarie al vivere, ed è piena d’ogni sorta d’artefici e mercanti; ha eziandio un deposito di trecentomila scudi per le occorrenze della difesa del regno, de’ quali tengono li deputati una chiave e un’altra il vicerè. Vi è numero assai di gente da prender l’armi; tutti i tribunali di giustizia sono in essa; vi si vive religiosamente, e vi si trovano persone assai divote, specialmente le grandi, le quali fanno molte elemosine e altre opere piissime. Tuttavia è quello il peggior regno del mondo per uomini di cattiva vita, i quali pare che da natura nascano inclinati ad ogni tristizia. Sono molto audaci e dediti alla lussuria, e le donne quasi tutte meretrici. Fanno spese magnifiche nel vestire, ma stanno in casa vilissimamente. Sono ambiziosi e presuntuosi, desiderosissimi di vendicarsi, adulatori grandissimi e loquacissimi, bugiardi, e par loro che l’osservare sia paura, e di tutte le cose si burla questa pessima generazione. Al governo delle cose famigliari sì gli uomini come le donne bene attendono, e vagliono assai, e sono atti a’ negozj per l’acuto ingegno che hanno. Si dilettano di lettere, e massimamente di poesia, e fanno professione sopra ogni altra cosa dell’armi. Le donne sono di maniere assai graziose, ed esse e gli uomini di bella forma, e vivono comunemente fino a sessant’anni; la loro complessione è sanguigna e collerica. Gli abitanti del regno si sono trovati essere due milioni cinquecentomila e trecento... Uomini d’arme mille quattrocento, in gran parte gentiluomini, e tutti di bella e buona complessione di corpo, di cuor grande e d’intelligenza e valore. Hanno fatto prova nelle guerre di Piemonte, Toscana e Germania, e tutte le compagnie si trovano benissimo armate, e molto meglio fornite di cavalli, perchè vi sono delle razze assai, e ben tenute da’ contadini e signori; e di quella del re, che è numerosissima di giumente, se ne prevagliono a conto delle loro paghe. Sono per lo più li cavalli napolitani di mediocre vita, non vaghi come li giannetti, ma più belli che li frisoni, forti e coraggiosi; ed usano di armarli in guerra di pettorale e frontale. I cavalleggieri sono ordinariamente duecento delle qualità predette; vi è poi una compagnia di cento gentiluomini, la metà italiani, e l’altra metà spagnuoli, chiamati li Continui, anticamente deputati a far la guardia al re, e il pagamento di ciascuno è di centocinquanta ducati all’anno e trentasei per le tasse.
«Di gente a piedi si potrebbero fare ventimila fanti, ma farebbe bisogno trovare tutte le sorta d’arme per ciascuno, essendo loro vietato il tenerne; e se verso sua maestà fossero amorevoli, se ne potrebbero mettere tanti insieme, che le genti del papa con quelle del re di Francia e un terzo appresso non sarebbero bastanti a fermar il piede in niuna parte di esso regno; e li fuorusciti e quelli che vanno fuori per elezione, che ve ne sono sempre tra due e tremila, servendo chi il suo re, chi quello di Francia e altri, fanno riuscita di valorosi soldati.
«Di galere ne tiene ordinariamente esso regno cinque, ma fino a venti si stima che ne potrebbe fare, ma di qualità piuttosto inferiori che pari a quelle di Sicilia...
«L’entrate ordinarie di sua maestà da fuoghi, dogane, gabelle, dazj e tratte di varie cose, sono di ducati intorno ad un milione, e li donativi ogni due o tre anni, ora di seicento, ora di ottocentomila ducati, ma delle ordinarie ne ha già sua maestà impegnato per cinquecentomila ducati.
«De’ signori temporali, i principi sono tredici, i quali hanno di rendita da sedici fino a quarantacinquemila ducati; li duchi sono ventiquattro, con rendita fino a ventiseimila ducati; i marchesi venticinque con rendita da quattro a ottomila; li conti novanta, de’ quali alcuni ne hanno duemila, alcuni mille, ed altri soli cinquecento ducati; e i baroni sono presso a ottocento; onde l’entrata di tutti insieme può ascendere sino a un milione e mezzo d’oro; e quella delle terre franche è così picciola cosa, che non accade farne menzione alcuna.
«Quanto all’animo de’ sudditi verso sua maestà, si può dire che il maggior numero di essi abbiano lui e tutta la nazione spagnuola in odio, parte come parenti di tanti fuorusciti, parte come quelli che si vedono privi di molti e diversi gradi ed utili, che per privilegio del regno dovevano esser dati loro, e non a’ Spagnuoli. Li ben disposti sono quelli che hanno avuto beni dei fuorusciti, e che per dubbio di perderli sostengono le parti di sua maestà regia. Ma in generale quei popoli che hanno l’umore non più inclinato a’ Francesi che a’ Spagnuoli, non l’amano, per le tante e continue gravezze che sono costretti a pagare, e per la loro naturale disposizione, che è di esser più desiderosi di novità che d’altri del mondo. L’obbligo poi de’ signori è di servire con la persona quando il regno viene assaltato; ma alle volte hanno usato di pagare fino a centocinquantamila scudi tra tutti per non andare ecc.».
Altri ragguagli si raccolgono dall’informazione di Michele Suriano al 1559: — Non si può immaginare alcuna via da cavar denari da’ popoli, che non sia in uso in quel regno. Onde i regnicoli per la maggior parte sono falliti e disperati, e molti si mettono alla strada per non avere altro modo di vivere; onde nasce tanto numero di ladroni e fuorusciti, che non ne sono altrettanti in tutto il resto d’Italia. La causa di così grande strettezza è notissima, che l’entrate del regno sono vendute ed impegnate per la maggior parte, e la spesa non si sminuisce, ma s’accresce degl’interessi aggiunti, ed oltre di questo dagli accidenti straordinarj, che hanno bisogno di provvisioni estraordinarie, come l’anno del 1557, che il regno fu assaltato da’ Francesi...