«La spesa dannosa è quella di tante fortezze che non sono manco di venti o venticinque per il regno, e se n’aggiunge ogni dì qualcuna per appetito delli vicerè, li quali per accomodare alcun suo creato trovano un sito, e principiano a fortificarlo per mettere costui alla custodia con una compagnia di fanti con quattrocento o cinquecento ducati di provvisione all’anno; il che è causa di molti danni, perchè le fortezze non si forniscono, e restano imperfette ed in pericolo d’esser occupate e tenute dalli nemici, o se pur si forniscono, hanno bisogno di molta spesa e di molta gente, e di molti capi per custodirle.

«Nelli capi v’è questa difficoltà, che un solo che sia di poco valore o di poca fede, tradendo la sua patria, può mettere in confusione tutto il regno. Ma nelle genti ve ne sono due: l’una in tempo di pace, che per guardar tanti luoghi bisogna mezzo un esercito; l’altra in tempo di guerra o di sospetto: che se la provvisione che si fa nel regno si parte per le fortezze, si perde la campagna, e se si sta in campagna, si perdono le fortezze, perchè non si può sapere il disegno de’ nemici, e non si può esser in tempo a soccorrerle da ogni parte; e provvedere per le fortezze e per la campagna è impossibile...

«Dell’animo dei popoli mi basterà dire quello che è solito dirsi de’ Napoletani, che ogni governo li sazia ed ogni stato li rincresce; e benchè le cose siano ridotte in termine che la corona di Spagna, per un continuato possesso di tanti anni e per la grandezza della sua fortuna, ha spente tutte le passioni antiche del regno... però il re presente non sarà sicuro della volontà di quei popoli, quando avesse qualche sinistra fortuna o in Italia o in altre parti. E tanto più quanto li baroni e li privati sono malcontenti; questi per le troppe gravezze, e quelli per la poca stima che è fatta di loro, ed universalmente tutti per molti difetti che sono in quel governo, che sono tre specialmente. L’uno è, che sua maestà tiene quel regno in forza, perchè dubitando dell’animo de’ regnicoli vuole avervi sempre una guardia di Spagnuoli; e sebbene si tollera il tener con forza esterna li Stati che s’acquistano di nuovo, però in un regno antiquato nella Casa e fatto già ereditario, le forze forestiere sono più per afflizione de’ popoli che per custodia del regno. Il secondo difetto è che le utilità e onori del regno, che dovrebbero essere distribuiti fra li regnicoli, si danno per l’ordinario a Spagnuoli ed a Giannizzeri, che così chiamano quelli nati di sangue misto di Spagnuoli e di quelli del regno; onde li regnicoli non possono sperare per alcuna via d’aver gradi nelle loro patria nè appresso il loro principe, e tutti quei popoli premono in questo più che altra nazione del mondo. Il terzo difetto è nelle cose della giustizia, la quale è eseguita in quel regno senza far differenza alcuna fra nobili e ignobili; e sebbene nel viver politico la giustizia distributiva vuol esser regolata con proporzione geometrica, che è secondo la qualità delle persone, altrimenti non è giustizia (come si vede che la pena dell’infamia è ad un ignobile poca, e ad un nobile grandissima), però quei ministri procedono nelli meriti e demeriti, nelli favori e disfavori de’ nobili ed ignobili con un’istessa misura, non avendo considerazione alla diversità che ha messa fra questi e quelli la natura e la fortuna, che non si può mutare chi non muta la natura e i costumi di tutto il mondo. Di qui nasce che li nobili si disperano, vedendosi abbassati al pari di quelli che gli sono inferiori; e gl’ignobili, per essere trattati come nobili, diventano insolenti e presuntuosi. Tutti questi rispetti, e altri che lascio per brevità, fanno stare quei popoli malcontenti in modo, che sarebbe pericolo che in qualche occasione che si appresentasse fossero facili a mutar principe, credendo di mutare fortuna; sebbene hanno provato molte volte, che quel male è come la febbre d’un infermo, che per cambiarsi di un letto in un altro e d’una camera in un’altra, non per questo l’abbandona, ma la porta seco in ogni luogo.

«Ma li Siciliani non hanno causa di desiderare mutazion di stato se non fosse per le parzialità che sono fra loro; le quali sebbene don Ferrante Gonzaga ed altri vicerè hanno cercato di comporre, non hanno mai potuto far tanto che basti, perchè la discordia invecchiata è come un’infermità velenosa sparsa per tutto il corpo, che sebbene per forza di medicine ed empiastri si mitiga da una parte, però dà fuori dall’altra, e da quella dove manco s’aspetta; e le discordie fra cittadini, massime quelle fra nobili e plebei, hanno sempre causato grandissimi danni nelle città e nei regni. Per questo pericolo fu già consigliato l’imperatore a fare una fortezza in Palermo per tener in freno quella città, la quale per essere grossissima, e piena di baroni e signori e principali capi di quel regno, è seguitata nelle azioni sue o buone o cattive da tutto il resto dell’isola ecc.».

[64]. Come di tutte le cospirazioni fallite, si disputò se realmente sussistesse. Il Botta non fa che copiare elegantemente il Giannone, il quale copiò materialmente il Parrino. Guglielmo Libri, nell’Histoire des mathématiques, vol. IV. p. 151, asserisce che il est difficile de ne pas voir en Campanella un martyr de l’indépendance italienne!

Del Campanella come filosofo e politico parliamo a disteso nel Cap. CLVIII. Ma qui serve mostrare con qual politica egli insegnava alla Spagna a farsi forte nella penisola. — Quella parte d’Italia che da’ suoi principi è retta, è istigata all’odio degli Spagnuoli; però essa in due cose minaccia il re: l’una è con chiamare Francesi in sullo Stato di Milano, al che il re può provvedere col presidiar bene i confini, e levar via li villaggi senza mura, che sono preda delle prime scorrerie, e far che, all’usanza di Ungheria, tutti i beni stieno nelle città, e gli armamenti dell’armi meccaniche ancora. Genova è opportunissima per soccorrere, e Napoli ancora quando il re facesse un’armata, perchè il signor del mare sempre della terra fu signore, che quando li piace sbarca le sue forze osservando il tempo e il luogo. Ma neanco i Franzesi possono senza chiamata. Onde, per meglio ovviare, deve il re tenere confederazioni con Svizzeri e Grisoni suoi convicini e pagare trentamila di quelli ordinariamente con mezza paga, come fanno i Veneziani, e al bisogno opponerli ad ogni possanza. E acciò che moltiplicando tali popoli non invadino sopra il ducato di Milano, come hanno fatto al tempo de’ Romani, è bene disgiungerli spesso in Fiandra e nel Mondo Nuovo ed in Napoli. Certo, se questi popoli s’accordassero, l’Italia sarebbe loro; ma mentre servono a diversi re e repubbliche, come hanno cominciato, mai non si uniranno in moltitudine contro l’Italia; e perciò bisogna cautelarsi con tenerne assai di loro. L’altra minaccia d’Italia è l’unirsi col papa e Francia a danno di Spagna; ma questa cosa è delusa se il re vuole; imperocchè nessuno di loro si fida solo far questo, senza il papa e Francia, poichè a mantenersi appena bastano, e non cercano acquistare se non per qualche gran rivoluzione, come fecero i Veneziani a tempo delle guerre papali con gl’Imperiali, e nel passaggio d’Oltramontani. Dunque se il re col papa s’accosta, mai può temere; perchè nessun regno d’Italia senza suo volere mai si mutò, e tutte le mutazioni di Napoli egli le fece. E se il papa vuole contro qualche duca o repubblica d’Italia armarsi, subito vince, quando usa tutti i rimedj, cioè bandire l’indulgenze contra, e assolvere i vassalli dal giuramento, e chiamare a danno loro altri, come fece Giulio II quando scomunicò i Veneziani e perdettero ogni cosa. Or ceda il re al papa anche l’Exequatur, e gli doni l’autorità dell’ultima appellazione, che due vescovi col re, come clerico, siano giudici d’ogni appellazione, secondo che fece Costantino, e faccia patto col papa che gli altri, i quali non cedano, perdano lo Stato. Perchè se gl’Italiani signori alcuni o tutti cederanno, il re, come vindice delle giurisdizioni papali, con crociate ed altre forze del papa, ad uno ad uno gli abbasserà tutti sotto il suo dominio; e mentre cede al papa guadagna l’animo e le forze sue, e delli principi italiani le forze. Questo si può fare al tempo suo; ma stando le cose come oggi stanno, deve sforzarsi il re di tenerli disuniti servendosi di Parma o d’altri, e gli altri curando, chiamando i Veneziani padri dell’Italia per onorarli, e chiedendo loro alcuni giudici nobili per mandarli al governo di Fiandra, perchè quei popoli più si confanno con li Italiani, massime con Veneziani, e gli deve premiare di qualche baronia, già assicurato che essi sono giusti e magnanimi, e deve procurar anche che gli Olandesi piglino legge da Venezia. Ma se si potesse con tal arte indurre i Veneziani alle mercanzie del Mondo Nuovo, levandoli quelle d’Alessandria e Soria per il mar Rosso con le navi portoghesi, sarebbe un insignorirsi di Venezia come di Genova. Però per assicurarsi da’ Veneziani, non solo è buona l’armata che corseggi l’Italia, ma le forze dell’arciduca di Gratz ancora, e de’ Grigioni loro confini, servendosi di quelli in guerra con suo utile e paura de’ Veneziani. Da Toscana poi e Venezia deve il re ricettare tutti li banditi, e servirsi di loro in guerra e remunerarli perchè chiamino gli altri, e gli abbia opportuni contro la patria loro, come spesso fece il duca di Milano e il re di Francia coi fuorusciti genovesi e fiorentini. Onde oggi li Piccolomini e li Strozzi insieme con Don Pedro de’ Medici sarebbono di gran paura al granduca di Fiorenza. Ma se il re ha caro di fare che si disuniscano, non faccia paura a loro, poichè la paura di Spagna mantiene l’Italia unita: però bisogna mostrare poca voglia contro di loro. Con la religione nè si devono nè possono disunire, ma con i benefizj come fu detto. Ma se un papa austriaco si facesse, sarebbe finita l’Italia. Il trattare con Genova è ottimo come fa, perchè ha Genova per suo erario, e se ne serve ad abbassare i baroni delli altri Stati per navigare. Ma se gli deve mantenere in modo che non per necessità lo servino, ma per amore. Così li debiti a loro non deve estorcere, nè terre di presidio assai deve a loro dar in pegno, che in una rivoluzione d’Italia potrebbono alzar la bandiera per Genova. Sempre dunque il re avrà l’occhio fisso sopra queste due repubbliche floridissime, Venezia e Genova, delle quali è senza dubbio che Venezia avanza di gran lunga Genova e di stato e di grandezza: e se ne cercheremo la ragione, troveremo ciò essere avvenuto perchè i Veneziani attendono alla mercanzia libera, e si sono arricchiti mediocremente in particolare, ma infinitamente in comune, ma all’incontro i Genovesi impegnandosi affatto in cambj, hanno arricchito immoderatamente la facoltà particolare, ma impoverito altamente le entrate pubbliche. E per conto di questa diversità avrà il re diverse maniere di trattare con l’una e l’altra repubblica». Della monarchia di Spagna, cap. XXI.

[65]. Il Badoero, nella succitata relazione, dice: — Due si possono chiamare le metropoli di quel regno, Palermo e Messina, perchè nè l’imperatore nè il re hanno mai voluto decidere la precedenza tra loro, parendo che torni a maggior sicurtà ed utilità del re lasciarle in questa emulazione. Da queste due in fuori, che sono grandi e belle, dell’altre non è da farne gran stima, se ben non mancano di cose necessarie al nutrimento, ma sì d’artefici, facendo l’abbondanza i paesani negligenti, e solo li forestieri che sono andati ad abitarvi, cioè Genovesi, Fiorentini, Lucchesi, Pisani e Catalani, hanno tirato varie industrie.

«Nelle cose della religione vivono quei popoli molto divotamente, ma da pochi anni in qua vi si sono scoperti dei Luterani, e l’uffizio di quell’Inquisizione è intorno ciò molto occupato, e si può senza pregiudizio de’ buoni ben affermare essere verissimo quel detto di san Paolo, che disse che tutti gl’isolani erano cattivi, ma i Siciliani pessimi; e vien giudicato che non solo niuna bontà si ritrova, ma niuna giustizia, anzi ogni tristizia. Sono audacissimi, nel mangiare parchi, e universalmente sobrj nel bere, e più che continenti nelle cose veneree, vivendo in così gran gelosia delle loro donne, che le tengono ristrette; fanno acerbissime vendette sopra chi dà loro sospezione; ma elle sono grandi meretrici con parenti e servitori. Peccano eziandio forte i Siciliani in avarizia, che con vergogna e strettezza fanno le spese per il vivere, vestire ed ornamenti di casa. Sono ancora alteri, e dove non è differenza grande di titolo, non si cedono l’uno all’altro. Sono ardenti amici e pessimi inimici, subiti ad irarsi, invidiosi, di lingua velenosa, d’intelletto secco, atti ad apprendere con facilità varie cose, e in ciascuna loro operazione usano l’astuzia. In Catania vi è uno studio di legge, ma non notabile per alcuna cosa. Vivono intorno a sessant’anni: sono di statura mediocre, bruni alquanto e di complessione caldissima...

«Fa esso regno mille seicento cavalli, e potria accrescerli fino a tremila, oltre che vi stanno ordinariamente trecento alla leggiera e tre compagnie di cappelletti, e la descrizione fatta dei fanti è di diecimila; ma se ne potriano metter insieme forse altrettanti...

«Di galere non si è sua maestà fin qui servita di più di dodici, ma ne potria fare sino a venti, avendo pegola, sevo, biscotto, marinarezza, ciurme e comodità di legnami dalla Calabria, e anco di maestri, i quali però sono poco intendenti e tutti pigri. Di capitani non ve n’è alcuno segnalato nè in questa milizia nè nella terrestre, e pochi ancora di piccola condizione...