«Trae sua maestà d’ordinario tra le dogane di Palermo e Messina, gli uffizj di mastro secreto e portolano, decime, composizione e tesoreria ducentosessantamila scudi l’anno; e di straordinario, che è fatto ordinario, centocinquantamila scudi per tre anni, non si computando che esso regno dà dodici galere, e mantiene tremila fanti spagnuoli alla guardia de’ castelli, e che dalli ufficj ne cava sua maestà una gran somma di denarj da far ponti e pagar fabbriche ed altre cose necessarie. Occorre anco molte volte che sua maestà, non ostante esso donativo ordinario, ne dimanda un altro in essi tre anni di centomila scudi, e più o meno, secondo che giudica di poter ottenere. Trae anco dalle imposte de’ grani un anno per l’altro intorno a centomila scudi, che in tutto è oltre a mezzo milione.
«Solevano i vicerè mandare centocinquantamila scudi a sua maestà ogni anno: ma ora che tutte le entrate ordinarie sono impegnate, manca il modo di pagar gl’interessi, e di ciò si lamentano assai li particolari, vedendo che vien posto il più sopra il capitale...
«Essi popoli in generale non amano il re loro, e dagli effetti che fecero contro don Ugo di Moncada e altri vicerè, molti hanno fatto giudizio, che se avessero veduto presidio atto ad assicurare la loro libertà avriano mutato il governo del re e della nazione spagnuola, odiandola sommamente; ma la discordia fra Palermitani e Messinesi fa contenere ciascheduno in ufficio».
[66]. Gregorio, nella Bibliotheca aragonensis, riferisce una Descriptio feudorum sub rege Federico, ove si vide di quanta potenza dovean essere i feudatarj, possessori di moltissime castella ciascuno, segnatamente le famiglie Ventimiglia, Palizzi, Sclafani, Barresi, Passaneto, Chiaramonte, Montaperto, Lanza, Rubeo, Tagliavia, e tre aragonesi degli Alagona, Moncada, Peralto. Ciascun feudo abbracciava molti territorj e signorie e città, che ognuna da sè avrebbe potuto costituir un feudo: così alla contea di Modica appartenevano Modica, Ragusa, Chiaramonte, Monterosso, Scicli, Comiso, Spaccaforno, Giarratana, Biscari, Odogrillo, Dorillo ed altre terre; diciannove feudi riuniti formavano la signoria di Butera, inoltre alla camera reginale appartenevano Siracusa, Paternò, Mineo, Vizzini, Lentini, Castiglione, Francavilla, Villa Santo Stefano, Avola, Pantellari ed altri, sottoposti all’amministrazione della regina.
[67]. Chi desiderasse molti esempj simili, non ha che a vedere Villabianca, Sicilia nobile, part. II. t. I.
* Un rapido e succoso cenno sulle condizioni della Sicilia nel 600 può vedersi nella vita d’Ottavio d’Aragona, Archivio storico italiano, t. XVII. p. 25 e seg.
[68]. «Il granduca ed altri principi detestavano la pace d’Enrico IV con Savoja, perchè rinunziando col marchesato di Saluzzo tutte le piazze che riteneva in Italia la Francia, si portava troppo pregiudizio alla libertà d’Italia nel lasciarvi solo la grandezza spagnuola senza alcun freno che la moderasse... Tutta Italia diveniva visibilmente schiava: il conte di Fuentes piantava delle fortezze, sopra gli occhi non solo de’ Grisoni ma dei Veneziani, burlandosi della Francia: tutti li principi d’Italia sentivano bene che loro si metteva poco a poco il giogo sopra il collo, e nondimeno non ardivano mostrare d’accorgersene, veggendo che le porte erano serrate, e li passi del soccorso chiusi». Osservazioni sopra l’Istorico politico indifferente.
[69]. Ciò contraddice quel che si narrava allora, aver egli ritenuto otto mesi della paga de’ soldati, e lucrato un milione d’oro (Lettere del cardinale d’Ossat, CCLXXXIV). Don Carlos Colonna, nella Storia della guerra di Fiandra, lib. VIII, asserisce che, all’uscir dal governo de’ Paesi Bassi, egli ricusò i ricchi presenti fattigli dalle città, solo accettando un’impugnatura di spada, dove erano rilevate in oro le imprese di lui. In grazia del suo disinteresse il Boccalini (Pietra del paragone politico) fa che Apollo il riceva in Parnaso, e tenendolo in conto di «sommo amator della giustizia e capital nemico degli sgherri, della qual immondizia avea purgato lo Stato di Milano e d’essa caricato le galere di Spagna», lo costituisca in autorità di punire certi poeti satirici infamatorj, lezzo del Parnaso; ma colla ristrettiva di non uscir di casa nel mese di marzo, perchè questo mese avea con esso comune il difetto «di commovere negli uomini umori perniciosissimi senza poterli risolvere».
— Sappiate (dice il Torre nel Ritratto di Milano) che questo fonte navigò a Milano la Quiete, la quale per molti anni stettesi fuggiasca; nell’onde sue s’affogarono i malviventi; istigò coi suoi saggi umori il milanese terreno di lodevoli dipartimenti, perchè introdussesi in trionfo la Modestia; ed il Gastigo, spassionatosi di aver per famigliare l’Interesse, con egual forza maneggiava la sferza».
[70]. Sono, come quasi tutto ciò che precede, parole del giornale del Zazzera, adulatore dell’Ossuna in principio. Dell’Ossuna romanzò una vita Gregorio Leti.