[71]. Vedi tom. X, pag. 536. — Nel 1603 il nunzio a Venezia mosse querela perchè l’ambasciadore d’Inghilterra facesse tener pubbliche prediche in sua casa; veramente in inglese, ma potrebbe presto venir a farlo in italiano. La signoria rispose che essendo quel d’Inghilterra sì gran re, e di preziosa amicizia, non poteasi impedire al suo ministro l’esercizio del proprio culto; però sarebbe pregato di non ammettervi stranieri. Wicquefort, L’ambassadeur, 416. Questo dice che la République de Venise est admirable en toute sa conduite et en toutes ses maximes.
[72]. Giambattista Patavino secretario fece due comunicazioni in senato sopra la congiura, il 17 maggio e il 17 ottobre 1618, donde risulta che il Toledo doveva contemporaneamente sorprendere Crema. Nel comunicato 26 settembre del consiglio dei Dieci è detto: — La macchinazione fu trovata certissima, fondata nel vero, e senz’alcuna immaginabile dubitazione». Nei Dieci i consultori frà Paolo e Servilio Treo fecero le loro objezioni, vale dire le difese, a cui fu risposto, e si prese parte di far uccidere Jacques Pierre in secreto, «serbando in ciò l’istituto d’altri antichi e moderni principi contro ribelli di questa qualità, nell’estinzione de’ quali ogni celerità fu sempre stimata tarda». Si dibattè nel consiglio dei Dieci se convenisse produrre in pubblico l’informazione della congiura, e dev’essere prevalso il no, giacchè non si fece, malgrado che già l’avesse stesa frà Paolo.
Il ragguaglio uffiziale più esteso è il comunicato da detto consiglio ai savj del collegio dell’11 ottobre 1618, che noi riproducemmo nella Storia universale. Ivi Pietro Dardaino, secretario dei Dieci, conchiude: — Furono, per decreto dei Dieci, fatti morire fuori capitano, Giacpier, Langlada ed il Rossetti secretario di Giacpier. In questa città ebbero già l’ultimo supplizio Nicolò Rinaldi e li due fratelli Bulleò, ed ultimamente Giovan Berardo e Giovan Forniero; rilasciati e liberati il capitan Baldissera, Juven, Arsilia sua donna, e quattro altri tutti francesi, che erano stati retenti per il trattato di Crema. Restano altri sei o sette carcerati e indiziati, de’ quali anco seguirà tosto la espedizione. Vi sarebbe qualche altro nominato o sospetto nel processo: ma per essersi sottratti dalle forze nostre, il divenirsi ora ai proclami contra di loro merita esser considerato prima bene».
Il sunnominato Quevedo ebbe mano in quell’intrigo, e ne scrisse: vedi Lince d’Italia. Il Daru ne tesse un romanzo di nuovo genere, supponendo Venezia d’accordo coll’Ossuna per ergerlo re di Napoli a danno di Spagna, e che scoperto avesse mandato al supplizio centinaja di persone innocenti, che poteano rivelare l’ordito. Vittorio Siri, nelle Memorie recondite, adduce interrogatorj e lettere relativi a quell’affare. Altri documenti molti pubblicò il Tiepolo nelle note al Daru, ma s’appoggiava a un Sommario della famosa congiura, che si rinvenne nella biblioteca imperiale di Parigi, e tutto favoloso. Il Botta dice: — Più di cinquecento persone furono giustiziate, immensa carneficina, degna di un immenso tradimento». Egli il perpetuo panegirista di Venezia, sta col vulgo al romanzo di Saint-Real; ma vedasi meglio Ranke, Ueber die Verschwörung gegen Venedig in Jahr 1618, Berlino 1832.
Nel carteggio degli agenti del duca d’Urbino in Napoli, pubblicato nell’Archivio storico, tom. IX. 229, sotto il 14 aprile 1617 si legge: — Perchè le cose che corrono aspettano tanto o quanto a vostra altezza serenissima, ancorchè non si possino senza pericolo scrivere, non debbo tacergliele. Si armarono qui otto tra galeoni e bertoni, senza sapersi a che effetto; ma poi si è saputo dal medesimo duca d’Ossuna che si erano armati per mandarli in golfo a’ danni dei Veneziani. Per l’istesso fine se ne armarono ora altri quattro, e si è presa da sua eccellenza in prestito dalla città quell’artiglieria che si conservava in San Lorenzo. E perciocchè il papa si era alquanto risentito di tal armamento, si dice che sua eccellenza gli abbi scritto che i Veneziani meritano questo per molte loro colpe, con altre parole. Si fabbricano diece barche lunghe con la canna piana per consignar agli Uscocchi, li quali si sono dato vanto di prender Venezia e abbrugiar quell’arsenale. Agli stessi Uscocchi è stato per pubblico editto concesso scala franca per tutti i porti e per marittime di questo regno; di maniera che non mancheranno guaj per mare». E una lettera del Dolisti al duca di Toscana, 8 gennajo 1618, narra che l’Ossuna, essendo a tavola con molti baroni, si millantò che ai Veneziani averia messo il cervello a sesto.
D’altra parte il concetto d’un accordo dell’Ossuna con Venezia apparirebbe da un colloquio avuto dal maresciallo de Lesdiguières, capo de’ Protestanti, con Angelo Contarini ambasciador veneto, il quale così lo riferiva nel dispaccio 4 gennajo 1620: — Avea io disegnato un bel colpo, l’impresa del duca d’Ossuna quando voleva impadronirsi di Napoli; io la fomentava, era io quello che suggeriva i modi per facilitarla; e se il duca di Savoja, com’io aveva consigliato, gli avesse inviato sette o ottomila fanti, e che la repubblica avesse accettato due o tre porti nell’Adriatico, come lo stesso Ossuna si era offerto di darglieli, la cosa era fatta, perchè bastava di farlo dichiarare, e tal dichiarazione era quella che metteva in sicuro il tutto, fermava la volubilità di Ossuna, confondeva gli Spagnuoli, eccitava altri spiriti, svegliava altri interessi, e ajutava mirabilmente i progressi di Alemagna».
* Era allora ambasciadore presso il duca di Savoja Reniero Zen, e fece officio presso di questo affinchè esaminasse i Francesi che passassero pe’ suoi Stati, se mai fossero di quelli che aveano tramato a danno di Venezia. Nello spaccio del 5 giugno 1618 alla sua repubblica egli riferisce come il duca abbia fatto fermare alcuni Francesi in abito di pellegrini, ed esaminatili in persona: e come gli dicesse: — Questi tristi di Spagna li volevano dar alla radice: questo colpo toccava per prima alla repubblica di Venezia, ma feriva anche me; anzi faceva cascar la libertà d’Italia, perchè il colpo era nel cuore; e levando l’oro e l’arsenale, cascava in tutto e per tutto il modo di più difendersi, quando anco la città si fosse ricuperata». E soggiungeva: — Che doveria vostra serenità non solo darne conto, com’è solito, alli principi, ma pubblicarla stampata a tutto il mondo per render maggiormente esosa, come merita, quella nazione, e render cadauno cauto a ben guardarsi, ed a non creder più agli Spagnuoli: che doveriano pur li principi d’Italia ora aprir l’occhio, vedendo com’è stata sopra un sol punto la libertà loro e di tutta la provincia... Soggiungendomi: «Scriva, per l’amor di Dio, a quei signori che si guardino, perchè non è ancora cavata la radice: sono ancora in steccato ed in battaglia: hanno solo parato un colpo, e glielo ha parato Dio, ma combattono ancora: non è morto l’inimico, ma tesse trama e tramerà nuove insidie, sino alla loro e comune distruzione». Mi disse e giurò che, sotto Asti, mai volle avvelenar le acque agli Spagnuoli, sebben le fu proposto, con diverse altre cose che restò pur di fare, perchè non sono azioni di principi nè da buona guerra; ma che questo era un eccesso di malignità che quasi non si può capire: poichè, distrutto ed abbrugiato l’arsenale, cascava pur la difesa della cristianità contro gl’Infedeli, non potendosi in molti e molti anni metter insieme quelle che par che Dio abbi ivi preparato per la comune difesa. Et infine mi disse: «Signor Zeno, se quei signori non si avvantaggiano ora, e non pubblicano con termine proprio e giustificato questa scellerata operazione con tutti li particolari, due cose seguiranno: una, andranno gli Spagnuoli dicendo ch’è stata un’invenzione ch’essi v’abbiano avuto parte, ma esser opera dei malcontenti di Venezia, e cose così fatte; e già le vanno disseminando, anzi pubblicano che quelli che si fanno morire segretamente sono li nobili che vi hanno tenuto mano; che il loro ambasciadore è accarezzato, ed è stato in collegio a giustificarsi, anzi per far castigare alcuni che dicevano venir dagli Spagnuoli questa operazione... L’altra cosa è che, nutrendosi il serpe nel seno, non stimando il pericolo e non rimediandovi, voglia Dio (e qui calò sua altezza un ginocchio a terra, mirando il cielo) che non vedano la loro e la mia total jattura... Questi concetti di tenerci tutti bassi e mortificati, e per conseguenza dipendenti da loro, è dottrina in che accordano Francesi e Spagnuoli. E giacchè non si possono spartir gli Stati d’Italia, vogliono almeno spartirsi il predominio e l’arbitrio di essa...»
[73]. Il cardinale Bentivoglio, al 24 aprile 1619, scrive da Parigi: — Qui si conclude fra questi ministri regj che, per assicurare la quiete d’Italia, niuna cosa potrebbe essere più a proposito che di veder levato di Napoli il duca d’Ossuna, e che a questo fine potrebbero giovar molto gli officj di nostro signore fatti opportunamente; e non è dubbio ch’egli è un uomo turbolento e pieno di stravaganti capricci: e fin dal tempo che io lo conobbi in Fiandra, fu tenuto sempre in quest’opinione. Vedesi ch’egli non vuol obbedire, anzi che vuol far nascere qualche occasione necessaria di guerra, ed è stato un brutto termine quello di aver ricettato quel capo d’Uscocchi, e peggiore è quello di non voler restituire quei vascelli e robe dopo tanto tempo. Ed il male è che non si crede che questi siano suoi capricci, ma che il tutto venga di Spagna; onde le genti si disperano alfine, e se il fuoco si accende in Italia, sarà impossibile che i Francesi non s’interessino coi Veneziani e con Savoja, e che non si venga in ultimo a rompimento fra le due corone. Abbiamo l’esempio fresco dello stato in che aveva ridotte le cose di Lombardia don Pietro di Toledo con le sue stravaganze.
Lamenti consimili suonano nei dispacci de’ residenti veneti.
[74]. I dispacci del residente a Napoli, pubblicati dal Mutinelli (Storia Arcana, vol. III), tolgono ogni dubbio sulle intenzioni dell’Ossuna. Uno acchiude un cartello, stato allora affisso, che può mostrare i concetti di qualche studente, come or farebbero le declamazioni di qualche giornale: «Allégrati, o nobile Italia, ed essendo stata padrona dell’universo, non ti confondi perchè, non aprendo gli occhi, sei stata tanto tempo disunita, e per questo soggetta: che ritornerai in felice stato, sarai presto repubblica unita; li tuoi Stati e regni governati dai loro naturali, pronti alla general difesa e beneficio dei loro figli; e così non ti sarà levato il sangue da stranieri nè si dirà, come si dice, che son men valorosi e savj di altre nazioni che comandano nelle lor case».