[75]. Carteggio ai 5 e 12 giugno 1620. Il medesimo avvenne anco al cardinale di Granuela, che «dopo d’essere stato qua per vicerè dal 1570 alcuni anni, fu licenziato, e non volendo obbedire... fu necessitato don Zunico di Mendoza che gli successe nel governo, dopo d’aver avuta gran pacenza, di venire una notte, ed entrare all’improvviso in Castelnuovo».
Il giornale del Zazzera racconta le cose assai più per disteso; interessantissimo testimonio del disordine d’allora e della universale prepotenza.
[76]. Fatta la parte debita all’esagerazione di chi soffre, è però opportuno conoscere la supplica sporta al re di Spagna nel 1620 «intorno al miserabile e pericoloso termine, al quale si trova ridotta la città e il regno di Napoli:
— I. Si è perduto il rispetto a Dio e alla religione; con aver introdotte nuove sêtte, si vive con libertà di coscienza: si procura con violenza o tema o interesse di levar l’onore alle case principali, e anco violare i monasteri di monache: si va lasciando la frequentazione dei sacramenti: nella cappella reale non si sente più messa, nè vi resta più esempio di cristianità: e non si tratta più con persona alcuna, se non con ruffiani e manigoldi.
«II. Si pratica con parecchie case il crescite, e anche in pubblico, con scandalo universale: essendo che in mezzo del mare, e sopra li cocchi di molti, in mezzo delle strade, s’incontra la notte l’infame e infelice Dorotea, facendo cose, per rispetto delle quali tutti quanti hanno paura che si apra la terra.
«III. Jer mattina, sopra il mostacchio de’ titolati e ministri per il quarto dell’udienza, entrorno due careghe (LETTIGHE) con quattro donne, e li portatori pubblicamente le serrarono nel portico con complicità e scandalo notabile: e si vocifera che adesso si fa una grotta sotto terra per andar al convento in un monasterio di monache: e quelli, i quali non vogliono lasciarsi levare l’onore, vengono perseguitati come se avessero commesso il crimenlese.
«IV. Si va perdendo l’amore e il rispetto dovuto al re nostro; così per la tirannide di chi lo governa, come per quello che si dice in dispregio del suo nome reale in pubblico e tra i ministri. In particolare, un giorno ragunandosi il collaterale e la sommaria, e trattandosi della rovina e distruzione di questo regno per rispetto della libertà che si dà ai soldati, che non v’era riparo nè mezzo alcuno per rimediar a quel ramo di peste (quale è cresciuto tanto, e ogni dì va crescendo più), rispose che importava più a lui acquistarsi la benevolenza della soldatesca, per mezzo della quale egli avrebbe fatto tremare il re, e costretto fare al suo modo, che non toccava a lui la conservazione del regno di Napoli, il quale suo figlio non avea da ereditare.
«V. Si piglia informazione degli uomini più ricchi e più comodi, acciò con testimonj falsi se li levi la roba: come si vede ogni dì con spavento universale di tutti, e si va cercando vanie e calunnie per opprimer quelli i quali non voglion consentire a sì fatte scelleraggini.
«VI. Si fa vanto in pubblico d’aver ucciso parecchi, i quali sono stati contrarj a’ suoi umori; e in particolare d’aver fatto morire nel tempo del conte di Lemos un alfiere spagnuolo qual venne di Sicilia a Napoli: e questi giorni passati s’è trovato segato e spartito per mezzo un putto della marchesa di Campolattaro, e vassi vantando di quello come se egli avesse combattuto con il Granturco in uno steccato, per l’onore di Dio e del suo re: e ogni cosa si fa per mettere paura e spavento, e mostra ch’egli può levare la vita e la roba impune.
«VII. Tiene il regno pieno di capitani a guerra, e ha un principe di Conca visitatore generale delle milizie e del regno di Napoli, e il marchese di Campolattaro con una compagnia di cavalli, e il marchese di Sant’Agata (che possa essere ammazzato subito!), con lettere patenti, e aperte, saccheggiando e rovinando il regno, acciò col sangue di tanti orfanelli e povere vedove e disgraziati sudditi del regno, remunerarli e resarcir l’onta e vergogna che patiscono concedendo a ciascuno di questi cento ducati di piatto ogni giorno. E quello che è peggio assai, è che hanno messo imposizioni e dazj generali di tanto aggravio, come se fossero tanti re ognuno nel suo regno: cosa che già mai il re non consentì per suo servizio senza il consenso espresso delli stessi popoli, ragunati in parlamento e assemblea generale: sicchè non si vede nè sente altro che chiamare Dio, chiedendo giustizia.