«VIII. Ha sostentato una compagnia di cavalli un anno e più il marchese d’Arena con la medesima provvisione di cento ducati il dì, e di più, della contribuzione di altri mille cinquecento il mese: ed è poco tempo ch’egli l’ha riformato, e nel suo mostaccio in pubblico il disse, che sapeva benissimo che egli aveva avanzato da quarantamila ducati, e che per certi buoni rispetti era restato di gastigarlo.
«IX. Tutti li governi del regno sono spartiti tra scavezzacolli, ruffiani e becchi di volontà: e perchè non bastano, ogni dì si va trovando nuovi carichi e nuove patenti; e se le università e Comuni vengono a domandar giustizia e misericordia, li fa cacciare in una galera: sicchè non v’è altra speranza di quella di Dio in poi.
«X. Il patrimonio del re è in tutto e per tutto esausto e perso, sì come s’è potuto conoscere per mezzo dei bilanci mandati dalla Camera reale; e ogni dì più si va rovinando e distruggendo senza sorte nissuna di reformazione, nè speranza di rimedio: non considerando che il patrimonio che possiede sua maestà in questo regno non lo cava di miniere d’oro e d’argento, nè manco della pescaria delle perle, come quelle dell’Indie; ma che è solamente il sangue umano, qual si concede al re per sostegno della sua monarchia e del regno stesso, e non perchè si dissipi e diffonda in dissolutezze, e in offesa di Dio e di sua maestà.
«XI. Si va rovinando il commercio, essendo che tutti quanti i mercanti vanno ritirando i loro effetti e mercanzie; ed escono del regno per tema della violenza che li vien fatta; massime in quest’ultimo sequestro fatto alle nazioni forestiere.
«XII. S’è fatto una confusione in tutto l’ordine del governo, imperocchè non v’è uffizio che s’eserciti per la sua strada solita: e questo per cavar profitto della confusione e porre le mani in tutto, senza che se ne possa avvedere: e così vengono violate le leggi e le prammatiche a non aver più forza; eccettuate pur quelle che sono fatte subito, alle quali con violenza o ingiustizia si dà esecuzione senza il parer del collaterale o di nissun altro: e a nissuno fa grazia, meno che alla richiesta di sue favorite e altri tristi e scellerati: e non si trova più notaria di ragione, o tesoraria, o vedoria nel regno; ogni cosa resta estinta e confusa.
«XIII. Li tribunali della giustizia si posson chiamare d’ingiustizia e di gravami; giacchè avendosi fatto quello sconcerto e disordine di roba, di vita e d’onore, ella si dà e si nega conforme a quello che esigano gl’interessi. Si vede venir fuora della cancelleria o notaria i più stravaganti ordini che possano immaginarsi: e come egli vede l’ingiustizia che si fa, per non esser costretto e sforzato di correggerla, tiene chiusa la porta dell’audienza; dandola solo spasseggiando e camminando quando esce per la sala da basso fino al quarto della guardia; trattando così male ognuno, che nissun uomo onorato e qualificato ardisce parlare con lui.
«XIV. Si vede la nobiltà strascinata e buttata per i corridori del palazzo con un dispregio incredibile e non immaginabile; e quando sperano poter parlarli, scampa in una carega, correndo in mezzo di tutti, stimando poco ognuno: gl’infami e interessati lo comportano per suoi interessi; ma li signori onorati sono costretti di ricorrere al palazzo, e passare per tutte quelle indegnità: per che, occorrendo che quell’uomo faccia ad essi persecuzioni, chi saranno quelli che vorranno pigliare la lor protezione?
«XV. È uscita dalla città la maggior parte della nobiltà, parendo ad essi con lui metter in pericolo il loro onore; non v’è mercatante che tenga in bottega cosa di momento, massime li orefici e mercanti o tessitori di tela d’oro; perchè la roba vien tolta ad essi con violenza senza mai pagar nissuno; e l’istesso vien anche praticato nelle cose del mangiare.
«XVI. Non si vede in tutta la città altro che gente sollevata e ammutinata: talchè tutto il popolo ha fatto provvisione d’armi per quel che potrebbe accadere: e già s’è dato principio di rumore nel tumulto che occorse alli 3 ottobre. E di più, vedendosi levar impune la roba e la vita e l’onore, peggio che disperati gridano ad alta voce, che non aspettan altro se non che alcuno si faccia capo per arristiar il restante. Che se questo accadesse (che Dio per sua bontà infinita con voglia permettere), si vedrebbe per queste strade e rughe correre il sangue (e il sangue dei più fedeli vassalli ch’abbia il re) per l’obbligo di difendere il suo capitano generale.
«XVII. Si vedono spogliati d’arme tutti i castelli e frontiere del regno, e della migliore e più fiorita artiglieria che tenga monarchia; e quello per armar solamente un galeone: il quale con ogni poco di burrasca e fortuna può andar con malora, e così restar estinta la difesa e conservazione del regno. Si vede la gente per le strade col viso e la faccia per terra, lagnando e piangendo l’onore e la reputazione persa; che per tutto il mondo non si tratta d’altro che di Napoli infame, Napoli pieno d’onta e di vergogna, Napoli spedito.