«XVIII. Si vede la nazione spagnuola gettata in un carrettone alla peggio e sprezzata, e non solamente trattata con parole indegne, ma con fatti, per aver bandito e confinato di lei la maggior parte, e mandato in galera un numero infinito, dandoli il titolo di traditori e marrani; e anche facendo più conto della nazione francese, stimandola e impiegandola più presto che la spagnuola, di modo che è lei adesso tanto vilipesa. E le altre volte era in bando la francese; ma ora quelli che trattano o parlano con Spagnuoli par che commettino qualche delitto.

«XIX. È tale e così grande la stravaganza di questo governo, che tutti non aspettano altro che il fine di esso: e quasi la maggior parte vanno discorrendo, che disarmandosi il regno d’artiglieria, e la nazione spagnuola perdendo così la sua fama e riputazione, occorrendo che si sollevino li stranieri e sediziosi del regno e gli antichi devoti della corona di Francia, e lui parlando ad ogni ora di quello e fuora di proposito, mostra che aspiri egli stesso a farsi re del regno: ma però quella opinione già mai non ha trovato loco nell’animo mio, nè mi posso immaginare ch’egli se la pensi, non solamente per rispetto che non tiene a sua divozion le forze, ma anco perchè in tal caso il regno lo sepellirebbe sotto i sassi, e anche per la gran fedeltà che ha al suo re, e per l’odio e rabbia che ha conceputo contro di esso. Ma con tutto ciò è cosa miserabile che un vicerè d’un regno dia cagione di parlare e discorrere e anco sospettare di tai cose.

«XX. In fine, si passa il tempo e tutte l’ore in offendere Iddio e il re, e procurare l’ultima rovina di questo regno: il qual si lagna, e dice isbigottito e spaventato di se stesso, che cosa abbia fatto al suo re, perchè debba comportare la sua distruzione? in che cosa abbia tralasciato di far vedere al suo re il suo amore e la sua fedeltà? se ha mai richiesta cosa importante al servizio del suo re, che non abbia concessa? non è egli stato sempre col petto aperto per difendere tutto quello che gli avanzava di sangue e di roba nel sol nome del re nostro signore?

«XXI. Si legge veramente nelle antiche storie le tirannidi e casi spaventevoli di pessimo governo, come di Nerone, Vitellio e altri sì fatti; ma eglino sono stati imperatori, nè manco hanno avuto notizia di Dio, o superiorità alcuna sulla terra: ma nel tempo d’adesso, che si conosce il vero Dio, nei giorni d’un monarca così cattolico e cristiano, difensore della legge di Dio, e geloso dell’utile de’ suoi sudditi, che un ministro suddito abbia ardire di delinquere sì sfrenatamente contro il suo Dio e suo re, distruggendo il più florido regno del mondo, la pupilla degli occhi della corona di Spagna, gran miseria, gran calamità, grande infelicità, e caso lamentevole!

«XXII. Tutti lo sanno, tutti non trattano d’altro: ma non basta l’animo a nessuno di pensare, non che di domandare o ricercar il rimedio da sua maestà, per paura che quello venghi all’orecchio di questo tiranno, e non si faccia di loro strazio; e così solamente dalla mano di Dio s’aspetta che ispiri a sua maestà, che con la sua mano poderosa e reale vi apporti presto rimedio.

«XXIII. Questo rappresento per compire con vostra maestà quello che deve un vero e fedel suddito, conforme all’obbligo che conviene, non stimando il pericolo nel quale egli s’espone, caso che si sapesse. Mandi sua maestà ad informarsi di tutto questo per ministro non appassionato e manco dipendente, ma geloso della sua santa intenzione; che troverà che quanto si dice qui non son menuaglie e bagatelle, rispetto a quello che ogni momento si va commettendo e aumentando in disservizio di Dio e di sua maestà».

Quando poi l’Ossuna fu scambiato, vennero spediti alla Corte i seguenti carichi; esagerati certo quanto i precedenti, ma che mostrano quanto potesse un di questi vicerè:

«I. Contro la volontà di sua maestà, ha tenuto nel regno di Napoli e città molta quantità di soldati, li quali per li loro mali portamenti hanno messo a perdere tutto il regno; sopportava che facessero latrocinj, omicidj, adulterj e stupri notabili; s’alcuni si querelavano, quelli non gastigava, ma essi maltrattava, con minacce di galere, fruste e altri gastighi.

«II. Ha posto il patrimonio reale in destruzione, e il patrimonio della città, con aver levato li dritti perchè non pagassero.

«III. Inviava le compagnie de’ soldati alli alloggiamenti nei luoghi del regno; e i poveri volendosi liberare da questi aggravj, andavano dalla sua amica; la quale per li doni otteneva levarsi detti soldati, e li mettevano in altre parti; le quali, per levarsi da questi travagli, facevano il medesimo: e di questa maniera devastava tutto il regno.