«XVIII. In confirmazione che non credeva in Dio, stando alla messa, nel tempo che alzavano il santissimo corpo di Gesù Cristo, mirava un doblone d oro che aveva nella mano.

«XIX. Ebbe un figliuolo da una Turca, il quale morì nel palazzo, e non volse che ’l battezzassero; oprò che facessero con esso le cerimonie maomettane; e tenendolo sopra la terra con lampade accese, il fece adorare; il portarono alla casa della Mecca, e mandò due lampade che ardessero avanti il cancarone di Maometto; e il Turco li scrisse aggradimenti...

«XXI. Procurò, per mezzo di Camillo della Marra, la firma in bianco di molti cavalieri di titolo, come essi hanno dichiarato.

«XXII. Per mezzo del detto Camillo prese molta quantità di denari dalla dogana, per modo di donazione; e in questo furono complici molti Napoletani. Di tutto vi sono bastanti informazioni e d’altri carichi disonestissimi, che per essere tanti non si dicono qui».

L’ambasciadore di Firenze a Napoli scriveva al granduca il 20 settembre 1622: — Fra le robe che sono in vendita del duca d’Ossuna, è una carrozza, di fuora di velluto piano nero, di dentro di tela d’oro, e guarnita tutta d’argento, con le colonne di argento, e altri ornamenti nobilissimi. Onde sarebbe questa occasione di fare una bella spesa, e di cavare di qua effetti non solamente senza danno, ma con utile; poichè quest’argento, che è di lega solita di Napoli, non ne domandano più di ducati undici la libbra, che costà presuppongo che deva valere l’istesso o più; e tanto sento se ne caverebbe anche in Roma, dove tratta di fare questa spesa il contestabile Colonna, sebbene non è per concludere così presto. E la tela d’oro, il velluto con tutti i guarnimenti, rispetto a quello che costorno, si arebbero per pochissimo, e l’argento solo arriva a libbre dugento; sì che fo conto che con scudi due mila o poco più si arebbe quello che non è fatto nè si farebbe nè con tre nè con quattromila. È cosa invero tanto bella, che se ne può onorare un re, e pochissime volte è adoperata; ed alla peggio, con disfarla si caverebbe costà del peso dell’argento quasi l’istesso che si spende, e verrebbe estratto quest’effetto senz’il danno del cambio. Se bene la cosa è tanto bella, che son sicuro che dopo vista non si penserebbe a disfarla; e però ho voluto proporla a vostra signoria illustrissima per in caso che sua altezza o il signor cardinale avessero gusto d’attenderci».

[77]. Vedi Daru, Storia di Venezia, libro XXXI in fine.

[78]. Carteggio del residente d’Urbino, nell’Archivio storico.

[79]. Ivi, 28 gennajo 1623.

[80]. Carteggio suddetto, al 29 aprile 1622. E il Giannone, al lib. XXXV. 5, scrive: — La vil plebe che vuol satollarsi, nè sapere d’inclemenza de’ cieli o sterilità della terra, vedendosi mancar il pane, cominciò a tumultuare e a perder il rispetto ai ministri che presiedevano all’annona». E più avanti egli nota di questo lazzaro che avvicinatosi al cocchio del Zappata con una pagnotta, gli disse: — Veda, eccellenza, che pane ne fa mangiare». E perchè il cardinale sorrise, il vulgo temerariamente gli disse in faccia: — Non bisogna riderne, eccellenza, quando è cosa da lagrimare», seguitando a dir altre parole piene di contumelie.

Eccovi, o lettori popolo, il liberalismo del secolo passato.