[81]. Nativo di Napoli. Vedi Volpicella, Della patria e famiglia di Tommaso Aniello.
[82]. È in ventitre articoli, e cinque d’aggiunta, e trovasi nel Lunig, tom. II. p. 1368. Fra gli altri v’è la promessa di abolire le gabelle che non fossero state vendute. Ora tutte quante erano vendute.
[83]. Gli storici parziali videro pazzia dov’era tutt’altro. Per esempio, Tommaso De Santis racconta che Masaniello gridava al popolo, — Non sarai sicuro finchè tu non faccia un ponte da Napoli a Spagna per farti intendere da sua maestà»; ed ecco il Capecelatro reca come sintomo della pazzia di lui che avesse divisato far un ponte da Napoli a Spagna. Le migliori storie contemporanee sono quelle del Turri, del De Santis, e la Partenope liberata del dottor Donzelli, gran partigiano di Masaniello. Il conte di Modéne francese, compagno del duca di Guisa, scrisse Memorie, ristampate il 1826 a Parigi dal marchese Fortia, che vi appose il catalogo ragionato di tutte le opere relative al tumulto di Masaniello, e che sono cinquantotto in italiano, in francese, in inglese, in spagnuolo, in tedesco. Dopo d’allora furono stampate parecchie scritture in tal proposito, fra cui il Diario di Francesco Capecelatro contenente la storia degli anni 1647-1650, Napoli 1850, con ricchissime note del marchese Angelo Granito. Un esame degli storici napoletani di questo tempo fu fatto da Alfredo di Reumont al fine della sua opera Die Carafa von Maddaloni, Berlino 1851. Altri ne fecero soggetto di dissertazioni erudite, di storie passionate, perchè allusive; fra cui citeremo Insurrection de Naples en 1647 par le due de Rivas, traduit de l’espagnol et précédé d’une introduction par le baron Léon d’Hervey Saint-Denys, Parigi 1849. Nelle migliaja di carte stampatesi e nelle assai più ancora inedite trovansi molti spagnolismi, frequenti goffaggini e stile curiale, ma pochissime delle metafore scientifiche.
[84]. Credo alluda a questo fatto il Colletta, ove dà come positivo e di tempi ordinarj e per semplice litigio quella baja vulgare delle teste di ventiquattro cattolici, fatte mettere dal Nardo sugli stalli del coro.
[85]. Grida del 24 luglio 47 del duca d’Arcos: — Ancorchè per altro banno de’ 22 del corrente, de ordine nostro pubblicato, si è proibito di non possersi bruciare case nè robe in questa fedelissima città, suoi borghi e casali; con tutto ciò intendendo che alcune persone poco amorevoli della quiete pubblica, per aver occasione di rubare, procurano sotto varj pretesti sollevare questo fedelissimo popolo, e perturbarlo per indurlo a far bruciare le case de’ cittadini, ecc.».
[86]. Come testimonio delle impressioni del momento è curiosa una delle molte lettere del gesuita Magnati al cardinale Brancaccio, il 12 ottobre 1647; — Non scrissi a vostra signoria le successioni, stante l’imbecillità dell’animo mio, non avendo a parteciparle che sangue, fuoco, orrori, paventi, stragi e morti. Più mostruosi successi non credo che sieno seguiti giammai nè in questa città nè altrove». E qui divisa il tentativo di don Giovanni di far disarmare il popolo, poi gli assalti dati alle barricate: «E benchè l’esperienza militare degli Spagnuoli eccedesse quella dei popolani, prevalsero con tutto ciò sempre il valore e la bravura di questi. Supponevano gli Spagnuoli di debellare tutto questo popolo con le minaccie, ma non poterono che occupare una parte della città per via d’intelligenze coi capi, e si combattè accanito... Fecero i popolani istanza a sua altezza di tre giorni di tregua; nè volendogliela dare, seguitarono intrepidamente a combattere. Ma vedendo sua altezza il giorno seguente andar le cose di male in peggio, fece pubblicare bando, nel quale concedeva il perdono a tutti, purchè si fosse desistito dalla pugna, e che si fossero deposte le armi. Gli fu risposto che non si curavano di perdono, anzi che bramavano la guerra, la quale gliel’intimavano per dodici anni... Cominciò a sentirsi una gran carestia, sicchè la povertà moriva di fame, e non si parla che di uccisioni, non si discorre che di esterminj ecc. Sono indicibili le continue scaramuccie seguìte giorno e notte, non avendo gli Spagnuoli potuto avanzare un palmo di terreno... Con tutta la loro armata e la loro potenza, non sono stati bastevoli a resistere, non che a superare la forza e costanza di questi popoli... Mentre ondeggiava la certezza, si vide in un batter d’occhio da quei popoli di Porto gettar dalle finestre e case infinita quantità di legni, materassi e tavole a terra; ed alzando in faccia a Castelnovo una grossa trincea con due buoni pezzi, attesero a difendersi con più sicurezza. E benchè dal castello si procurasse impedirli con il cannone, non fu possibile che quelli volessero desistere da porla in perfezione come ferono. Lascio di suggerirle le continue cannonate, che avrebbero di sicuro spaventato il mondo non che il popolo, il quale è risoluto piuttosto morire che rendersi. Il padre Lanfranchi teatino, che si è interposto per qualche aggiustamento, ha giurato di non aver veduto mai animi così risoluti come questi del popolo, il quale per accordarsi domanda partiti esorbitanti: che il popolo non voleva fare più capitolazioni, ma che facendole li Spagnuoli, le avrebbe sottoscritte: quando che no, non pretendevano altro se non che gli Spagnuoli deponessero le armi in mano loro, e gli dassero in poter loro tutti tre i castelli; che avrebbero poi aggiustato il rimanente».
[87]. Il Guisa nelle sue Memorie racconta, nel solito tono di fanfara, le accoglienze fattegli a Napoli: — Sul fine della messa, il cognato di Gennaro Anesio venne farmi complimento da sua parte, e scusa se non veniva a ricevermi, non credendosi sicuro fuor della torre del Carmine, dove m’aspettava colla massima impazienza. V’andai difilato, e lo trovai s’un terrazzino davanti al suo alloggio, ove con un arruffato complimento mi mostrò la gioja del vedermi, per quanto l’ignoranza e l’incapacità gliel permettevano. È un piccinaccolo, grosso, bruno, occhi affossati, capelli corti che lascian vedere grandi orecchie, bocca svivagnata, barba rasa brizzolata, voce grossa e chioccia, e non sapeva dir due parole senza esitare; sempre in apprensione, sicchè sbigottiva al minimo rumore: l’accompagnava una ventina di guardie, di cera nulla miglior della sua. Aveva un colletto di bufalo, maniche di velluto cremisi, calzoni di scarlatto, un berretto di tôcca d’oro del colore stesso, che penò a levarsi salutandomi; cintura di velluto rosso con tre pistole per parte; non spada, ma alla mano un moschettone... Introdottomi in sala, e fattala ben chiudere, gli presentai la lettera del marchese di Fontenay, l’aprì, vi diede un’occhiata da tutte quattro le faccie, poi me la rinviò dicendo che non sapeva leggere, e glien’indicassi il contenuto...
«Fra ciò urtossi alla porta, e udito che era l’ambasciador di Francia che volea vedermi, fu aperto... e vidi un uomo senza cappello, colla spada alla mano (Gian Luigi del Ferro) e due gran rosarj al collo, uno per pregare Iddio pel re, l’altro pel popolo, e che sdrajandosi quant’era lungo e gettando la spada, mi strinse le gambe per baciarmi i piedi... Il popolo schiamazzava d’abbasso per vedermi, onde mi feci al balcone, e Gennaro mi fece portare un sacco di zecchini e uno di denaro bianco che gettai al popolo; e mentre s’arrabattavano per coglierli, chiesi da desinare, non avendo mangiato da Roma in qua. Gennaro mi fece le scuse della penitenza che dovrei fare, non osando, per paura di veleno, usar altro cuciniere che sua moglie, mal destra a questo mestiere quanto a far la dama. Essa portò il primo piatto, messa con una vesta di broccato celeste a ricami d’argento e guardinfante, e una catena di pietre fine, un bel collare di perle, orecchini di diamante, spoglie della duchessa di Maddaloni; e in questo superbo arnese era bello vederla far la cucina, lavar i piatti, e dopo desinare far bucato e sciorinare la biancheria...
«Il resto della giornata si passò nel consiglio... Gennaro volle dormissi con lui, e dicendoli io non volevo scomodasse sua moglie, rispose, ella dormirebbe s’un materasso davanti al fuoco con sua sorella; ma che alla sua sicurezza importava d’avermi seco in letto... Per dormire mi condusse alla cucina, ove trovai un letto ricchissimo di broccato d’oro; moltissima argenteria bianca o dorata era ammontichiata nel mezzo; da molte cassette semiaperte uscivano catene, braccialetti, perle e altre pietre; alcuni sacchi di scudi, altri di zecchini, mezzo sparsi; mobili ricchissimi, bellissimi quadri colà alla rinfusa davano a vedere quanto avesse profittato del saccheggio delle migliori case... Dall’altro lato vedeasi un’abbondanza di tutto l’occorrente alla cucina, rubato di qua di là, con ogni sorta di cacciagione, salvaggina, carne salata e d’ogni comestibile, ne tappezzavano le pareti... Luigi del Ferro non volle che altri mi levasse gli stivali, dicendo che toccava a lui rendermi fin il minimo servigio...
«Il sabbato mattina andai con Gennaro a sentir messa al Carmine, ed egli come generale del popolo teneasi sempre alla mia destra. Luigi del Ferro, camminandoci davanti senza cappello e colla spada nuda, e per meglio rassomigliare a Francese con gran capelli, portava una parrucca nera di crine di cavallo, come quelle che diamo alle Furie nei balli, e gridava senza riposo: — Viva il popolo, viva il generale Gennaro, viva il duca di Guisa!» Tutte le strade dove passai erano tappezzate, alle finestre donne che mi gettavano fiori, acque odorose, confetti e mille benedizioni. Le persone che uscivano dalle porte venivano a stendere sotto i piedi del mio cavallo tappeti e i loro abiti, e le donne con cazzuole bruciavano profumi al naso del mio cavallo e i poveri incenso entro scodelle».