[106]. Una relazione del contagio di Firenze in vulgare per Luca Targioni, una in latino pel dottore Alessandro Righi, stampate dal Targioni Tozzetti, Viaggi, vol. IV, p. 298-316, sommano a nove mila i morti tra Firenze e il contorno. Geri Bocchineri scriveva al gran Galileo, allora detenuto presso l’Inquisizione di Roma (18 maggio 1633): — La nostra sanità sta in questo grado; ogni giorno di Firenze si mandano al lazzaretto un numero di dieci, o dodici, o quindici, o diciotto malati, ma rare volte si arriva a’ diciotto; li morti sono (dico in Firenze) ora uno, ora due, ora tre, ed ora quattro il giorno, e qualche volta nessuno; a cinque non si è arrivato mai, che io sappia, e rarissime volte a quattro. In questo contado ci è qualcosetta di male, ma non gran cosa; e qualcosa è in Poggibonzi, dove si trova il signor canonico Cini a sopraintendere. Il resto dello Stato sento che è sano. Il male, che fino a ora è stato così velenoso che pareva senza rimedio, ora pare che cominci a cedere a’ medicamenti, essendo al lazzaretto persone che guariscono. Séguita la clausura delle donne, di quelle però che non possono andare a casa nella propria carrozza. Li contadini non si ammettono in Firenze, fuori quelli che portano roba da gabellare, e si continuano e s’introducono nuovi e buoni ordini. Sabato si condurrà solennemente in Firenze la miracolosa Madonna dell’Impruneta, e si faranno processioni ed altre devozioni per placare l’ira di Dio, il quale ci perdoni a tutti, e guardi vostra signoria a cui bacio le mani.

«PS. Il male nelle case dei nobili non si fa più sentire».

Le cronache veneziane ricordano pesti negli anni 954, 958, 1007, 1010, 1073, 1080, 1093, 1102, 1118, 1137, 1149, 1153, 1157, 1161, 1165, 1169, 1170, 1172, 1177, 1182, 1203, 1205, 1217, 1218, 1248, 1249, 1263, 1275, 1277, 1284, 1293, 1301, 1307, 1343, 1347 (la famosa morte nera, per cui si estinsero cinquanta casate nobili) 1350, 1351, 1357, 1359-60-61, 1382, 1393, 1397-98, 1400, 1413, 1423-24, 1427-28, 1447, 1456, 1464, 1468, 1478, 1484, 1485, 1498, 1503, 1506, 1510-11-13, 1527, 1536, 1556, 1565, 1575-76, 1580, 1629-30. In quest’ultimo vi morirono quarantaseimila cinquecentotrentasei persone, e comprendendovi Murano, Malamocco, Chioggia, ottantaduemila centosettantacinque. Ap. Galliciolli.

* Fra i tanti scritti sulla peste del 1630 è notevole Andrea Taurelli j. c. de peste italica, libri duo, Bologna 1641, ove discorre peripateticamente le cause e gli accidenti di quel contagio, ma specialmente in Bologna, intorno a cui versa un capitolo intero. Fu asserito che i Gesuiti si sottrassero alle cure de’ malati. Il Torelli smentisce, perocchè, a pag. 110, ricorda con quanta carità vi si adoprarono Cappuccini, Certosini, Gesuiti, tra i quali nomina specialmente, ut cæteros omittam, il padre Orimbelio veronese, teologo e predicatore, e capo dell’ospedale, e Giambattista Martinengo bresciano.

[107]. A tacere i cronisti, e quelli che dettavano sotto l’impressione del terrore, anche storici pensatori adottarono quella credenza. Il grave Nani nella Storia di Venezia scrive: — La peste spopolava intere provincie: nel Milanese particolarmente, all’ira del cielo la scelleraggine umana lavorando i fulmini, si trovò una colluvie di gente, rimescolata d’Italiani e Spagnuoli, che, inventando nuove foggie di morte, procurò con peste manufatta estinguere, per quanto poteva, il genere umano. Il veleno di misti mortiferi ed abominandi col solo contatto uccideva senz’alcuno scampo, mentre l’insidie occulte si trovavano in ogni parte, essendo per le chiese e per le strade sparse le stille di sì fiero liquore. I nomi di costoro non meritano che l’oblivione, delle azioni scelleratamente famose giustissima pena. Se ben veramente l’immaginazione dei popoli, alterata dallo spavento, molte cose si figurava, ad ogni modo il delitto fu scoperto e punito, stando ancora in Milano le inscrizioni e le memorie degli edifizj abbattuti, dove que’ mostri si congregavano». Più la adottarono gli storici lontani, giù fino al Giannone, che, al solito ricopiando i precedenti, nè un’ombra di dubbio palesò sul fatto o di disapprovazione sui modi. Che più? Carlo Botta, medico, nella Storia d’Italia in continuazione al Guicciardini, lib. XXI, pone: — Era sorta una voce per tutta Italia, voce non vana, ma dai fatti comprovata, che certi scellerati la corressero con proposito di spandervi la peste, comunicandola alle acque pubbliche ed alle acque benedette delle chiese. Qual cosa si debba credere di questo modo di comunicare il veleno pestifero, certo è bene che questi uomini abbominevoli ciò facevano, sia che solamente spaventando volessero aprirsi via al rubare, sia che veramente con più scellerato fine le acque attossicassero. Parecchi di codesti mostri furono in Milano scoverti, e siccome meritavano dati alle forche, le loro case stracciate, e con infamatorie inscrizioni notate».

[108]. Pietro, siciliano: il connestabile Colonna gli diede moglie una sua figlioccia e il governo d’una sua terra. Un altro figlio di questo fu arcivescovo d’Aix, provveduto di cinquantamila scudi, e cardinale e vicerè di Catalogna. Vedi Negoziati di monsignor Giulio Mazarino in appendice alla Storia d’Italia del Brusoni; Elpidio Benedetti, Vita del Mazarino; Priorato, Istoria del ministero del cardinale Mazarino, Colonia 1669; e un’infinità di scritture, anche recentissime.

[109]. Richelieu, di Angelo Cornaro ambasciadore di Venezia in Francia, valevasi ne’ consigli più scabrosi, e finito il tempo, pregò la Repubblica a prolungarglielo. Vicquefort cita molti Veneziani lodatissimi come ambasciadori, quali Aluise Contarini, che durò tutta sua vita in tali uffizj, e fu al congresso di Münster; Angelo Contarini, Giambattista Nani storico, Guglielmo Soranzo ecc.; inoltre l’abate Scaglia e il cardinale Alessandro Bichi, il quale avrebbe potuto avere la prima importanza presso il Richelieu se fosse stato più astuto.

[110]. Manoscritto del 1634 di Pietro Nores.

* Giambattista Livizzani modenese col nome d’Ausonio Fedeli publicò un Applauso poetico al divo Luigi il Giusto, re cristianissimo, ottimo massimo; ma poi nel Zimbello o l’Italia schernita (1641) deplorò le miserie della guerra di Monferrato, rimproverando agli scrittori e a se stesso le bugie che dicevano e le adulazioni.

[111]. Una nota contemporanea che trovasi nel Carteggio degli agenti toscani al 1636, dice: — Il disegno è che il duca di Savoja si faccia re di Napoli; il signor cardinale suo fratello resti principe di Piemonte; a’ Francesi resti la Savoja, Nizza e Villafranca; il duca di Mantova sia duca di Milano; Parma n’abbia una parte più vicina a lui: e alla casa Barberina si lasci uno Stato nel regno, e resti libero». Segue divisando i modi. Archivio storico, tom. IX. p. 318.