[119]. Però nella relazione dell’ambasciadore veneto, 14 febbrajo 1609, viene dato conto del testamento del granduca, e come vi indicasse per tutrice del principe la moglie, ma poi rinserrandola «così strettamente, ch’ella se ne duole molto. Vuole che abbia sei consiglieri, che siano il signor Don Giovanni, don Antonio, et quattro altri, che dice saranno nominati, con due mille scudi l’anno per uno, ma il nome di questi non è stato ritrovato; et poi aggiunge che non possa metter capitano alcuno di nation francese in alcuna piazza; che non possa havere presso di sè nè fratelli, nè parenti, nè altri di nation francese che un semplice valletto di camera che sappia scrivere, per poter mettere una lettera in francese, quando le occorresse; che non possa prestar denari ad alcuno de’ suoi, nè farglieli prestar dal Monte, nè far obbligar li sudditi per loro, nè in alcun modo introdurre alcun di quelli in questo Stato. Ordina, che ogni anno debba riporre trecentomila scudi o almeno ducentosessantamila, et che contrafacendo a quanto è predetto cadi subito dalla tutela. Le lascia ducento mille scudi oltre la sua dote, la quale si valuta intorno a seicentomila, et quando ella voglia levarla, non vuole che habbia altro, ma non la levando le lascia ventiquattro mille scudi l’anno, et le rendite di Montepulciano, Serezana et Pietrasanta, che possono importare intorno ad altri quattro mille, et che volendo habitare in alcuno di detti luochi lo possa fare. Per fine poi lascia a due figliuole, che erano a quel tempo nate, trecento mille scudi di dote per una, et prega il principe, che occorrendo, per accomodarle bene, da lor davantaggio, lo faccia. Comanda che non gli siano fatti funerali, ma che siano messi quaranta mille scudi sul Monte, del tratto dei quali siano maritate ogni anno tante zitelle, parte della città, et parte dello Stato, et questa è la sua ordinatione. Non ha lasciato denari questo principe, anzi intaccate tutte le rendite, perchè tanto ha speso questi ultimi anni in fabbricar vascelli, nel comprarne, noleggiarne, et armarne, e nell’armare estraordinariamente galee, et havendo havuto anco ultimamente la spesa delle nozze, è morto mezzo fallito; si dice però fallito di denari correnti, perchè delli reposti non si parla, et quanto a questi havendo fatto diligenza per sapere appresso a poco quanti siano, non ho ancora potuto dar in persona che con fondamento me lo habbia saputo dire, ma non si crede a gran giunta quanto si è cercato sempre di dar ad intendere».
[120]. Pietro Leopoldo nel 1770 comprò poi da Malaspina di Mulazzo il territorio di Calice e Veppo nella Lunigiana: ma questa provincia restò immediata fin al 1815. L’isola d’Elba fu unita al granducato nel trattato di Lunéville del 1801: nel 1808 i Presidj: nel 1814 il principato di Piombino, cessando allora ogni giurisdizione baronale dei feudatarj imperiali di Vernio Montanto e Monte Santa Maria. Il Lucchese fu aggregato nel 1847.
[121]. «Nel principio del secolo non era a Firenze chi avesse giurisdizione, se non alcuni della famiglia de’ Bardi per l’antica signoria di Vernio, e Lorenzo di Jacopo Salviati che aveva ereditato la terra di Giuliano nelle campagne di Roma con titolo di marchese. Cominciò poi Vincenzo di Antonio Salviati a procurare dal granduca il titolo di marchese, con la compra del castello di Montieri nello Stato di Siena; e questo esempio fu subito imitato da tanti altri, che oggi non c’è quasi famiglia cospicua che qualcuno non porti il titolo di marchese; chi l’ha procurato per la medesima via di compra nello Stato del granduca, chi nel regno di Napoli, e chi l’ha ottenuto per ricompensa di servizj prestati a sua altezza; chi ha procurato il titolo solamente dall’imperatore, chi dal re di Spagna, chi dal papa; e finalmente è venuta a tal segno questa vanità, che s’è cominciato a chiamar qualcuno marchese per adulazione, e molti se lo lasciano dare senza replicar niente. I Bardi, signori di Vernio, hanno assunto il titolo di conti; e quelli della famiglia del Nero, di baroni di Torciliano, che è un casale nella campagna di Roma, con aver ritrovato che già vi era certa giurisdizione: e l’istesso hanno fatto gli Alamanni per un casale presso a Napoli, ereditato dalla famiglia del Riccio; ma in quest’ultimo tempo hanno procurato dal re di Spagna il titolo ancor loro del marchese: c’è anco chi ha ottenuto dall’imperatore il titolo di conte d’imperio; ed insomma, se non fosse che il granduca non fa differenza nessuna nella nobiltà tra chi ha titolo o no, si stimerebbe quasi infelice chi non potesse conseguir un titolo di marchese o di conte. Nell’introduzione comune del titolo di marchese, il marchese Jacopo del soprannominato marchese Lorenzo Salviati, per continuare a differenziarsi dagli altri, ottenne da papa Urbano VIII il titolo di duca, il quale esempio fu seguitato dal marchese Luigi Strozzi...
«La nobiltà nel cominciare del secolo non usava altro nelle lettere tra loro che molto illustre nella soprascritta ed il vostra signoria nel corpo della lettera, e in voce e nella cortesia diceva affezionatissimo servitore; e quando un nobile capo di famiglia avesse avuto a scrivere a un altro nobile, ma giovane e figlio di famiglia, gli avrebbe dato dell’illustre, e ricevuto come sopra del molto illustre; e nell’istessa maniera trattavano tra loro un nobile dirò di prima classe con un altro di più recente nobiltà. Con l’introduzione de’ titoli di marchese si cominciò a introdurre nella soprascritta il titolo d’illustrissimo, che fu subito abbracciato da ogn’altro nobile, e poi introdotto ancora nel corpo delle lettere, con la cortesia di obbligatissimo, devotissimo, umilissimo servitore, servo e simili, secondo che più o meno si è voluto adulare o mostrarsi ossequioso. E finalmente s’è così introdotto di dare l’illustrissimo anche in voce, che lo sanno dare ai gentiluomini anche le persone basse, e fino i poveri nel chiedere la limosina; ed il molto illustre è trasportato nei bottegai; ed alli due duchi Salviati e Strozzi si dà dell’eccellentissimo ed in iscritto ed in voce; ma nella cortesia la nobiltà di prima classe pretende trattarsi del pari». Rinuccini, Ricordi storici.
[122]. Nell’Archivio delle riformagioni è questo decreto del 7 agosto 1645: — Considerato che l’opera del canale e porto di Livorno, a giudicio di ogni persona intendente, è cosa molto magnifica e molto degna, e da dare col tempo, quando avrà avuto la sua perfezione, gran comodità ed utilità alla città nostra... desiderando non rimanghi imperfetta... si nomina una balìa di cinque uffiziali ecc.».
[123]. Il molo di Livorno fu disegno di Ruperto Dudley conte di Northumberland, famiglia perseguitata in Inghilterra e accolta da Cosmo II in Firenze; ove esso Ruperto stampò l’Arcano del mare, magnifica raccolta di carte geografiche e idrografiche, trattando pure della scienza delle longitudini e del navigare.
[124]. Il Correr, ambasciatore veneto nel 1569, scriveva di essa: — Ritiene quella regina dell’umore de’ suoi maggiori; però desidera lasciar memoria dopo di sè, di fabbriche, librarie, adunanze d’anticaglie. E a tutte ha dato principio, e tutte ha convenuto lasciar da parte, e attendere ad altro. Si dimostra principessa umana, cortese, piacevole con ognuno. Fa professione di non lasciar partire da sè alcuno se non contento, e lo fa almeno di parole, delle quali è liberalissima. Nelli negozj è assidua, con stupore e meraviglia d’ognuno, perchè non si fa nè si tratta cosa, per piccola che sia, senza il suo intervento. Nè mangia, nè beve, e dorme appena che non abbia qualcuno che le tempesti le orecchie. Corre là e qua negli eserciti, facendo quello che dovrebbero fare gli uomini, senza alcun risparmio della vita sua. Nè con tutto ciò è amata in quel regno da alcuno; o se è, è da pochi. Gli Ugonotti dicono che ella li tratteneva con belle parole e finte accoglienze, poi dall’altro canto s’intendeva col re cattolico, e macchinava la distruzione loro. I Cattolici, all’incontro, dicono che, s’ella non gli avesse ingranditi e favoriti, non averieno potuto far quello che hanno fatto. Di più, egli è un tempo adesso in Francia, che ognun si presume; e tutto quel che s’immagina, domanda arditamente; ed essendogli negato, grida e riversa la colpa sopra la regina, parendo loro che, per essere forestiera, quantunque ella donasse ogni cosa, non per questo darebbe niente del suo. A lei ancora sono state sempre attribuite le risoluzioni fatte in pace o in guerra, che non sono piaciute, come se ella governasse da sè assolutamente, senza il parere e consiglio d’altri. Io non dirò che la regina sia una sibilla, e che non possa fallare, e che non creda troppo qualche volta a se stessa: ma dirò bene che non so qual principe più savio e più pieno d’esperienza non avesse perduto la scrima, vedendosi una guerra alle spalle, nella quale difficilmente potesse discernere l’amico dal nemico; e volendo provvedere, fosse costretto prevalersi dell’opera e consiglio di quelli che gli stanno intorno, e questi conoscerli tutti interessati e parte poco fedeli. Torno a dire che non so qual prencipe sì prudente non si fosse smarrito in tanti contrarj, non che una donna forestiera, senza confidenti, spaventata, che mai sentiva una verità sola. Mi son meravigliato che ella non si sia confusa e datasi totalmente in preda ad una delle parti: che saria stata la total rovina di quel regno. Perchè essa ha conservato pur quella poca maestà regia che si vede ora a quella Corte, e però l’ho piuttosto compassionata che accusata. L’ho detto a lei stessa in buon proposito; e ponderandomi sua maestà le difficoltà nelle quali ella si trovava, me le confermò, e più volte di poi me l’ha ricordato. So bene che è stata veduta nel suo gabinetto a piangere più d’una volta: poi fatta forza a se stessa, asciugatisi gli occhi, con allegra faccia si lasciava vedere nei luoghi pubblici, acciocchè quelli che dalla disposizione del suo volto facevan giudizio come passavano le cose, non si smarrissero. Poi ripigliava i negozj, e non potendo fare a modo suo, si accomodava parte alla volontà di questo, parte di quell’altro; e così faceva di quegli impiastri, de’ quali con poco onor suo n’ha fatto ragionare per tutto il mondo». Relazioni, II. 154.
[125]. Mémoires de Groulard, nel vol. II della collezione di Petitot, pag. 384.
[126]. Guido Bentivoglio, letterato e prete, e non avverso al maresciallo d’Ancre, racconta l’assassinio di lui coll’indifferenza del Machiavelli: — Il favore e l’autorità in che la regina madre avea collocato il maresciallo d’Ancre, avea passato ogni termine. Onde il re finalmente s’è risoluto di farlo ammazzare, e ciò seguì jeri 24 (aprile 1617), mentre egli entrava nel Louvre a piedi con grandissimo accompagnamento secondo il solito. Il signor di Vitry n’ebbe l’ordine da sua maestà e... l’ammazzarono con tre pistolettate. Succeduto il caso, se ne sparse la voce per tutta Parigi, e tutta la nobiltà subito concorse a trovare il re, il quale pieno d’allegrezza abbracciò tutti, e replicò spesso queste parole: — Io sono ora il re; il tiranno è ammazzato». Lettere diplomatiche.
[127]. Nelle citate corrispondenze d’ambasciadori veneti si legge sotto il 30 luglio 1661: — Nella occasione degli sponsali, havendo voluto la principessa sposa far apparire la grandezza e generosità del suo animo regio, ha dato materia di molta alteratione al granduca, et agli altri principi della Casa, mentre hanno ben scoperto, che la principessa, privatasi di diverse cose più preciose, e di suo uso e bisogno, ne habbi fatto dono a dame, et ad altri soggetti venuti con essa di Francia. La granduchessa di questo n’ha passata indolenza, et il granduca parimenti se n’è risentito a segno, che son nati tra di loro disgusti, e male soddisfationi, quali continuano tuttavia. Il principe sposo medesimamente ha verso di lei qualche sentimento, atteso che molto gli spiace la libertà colla quale la sposa si tratta, che sebbene si accostuma in Francia, è però differente assai da quello si pratica in Italia, come di già n’è stata la detta principessa avvertita. Molti altri sconcerti son pur sortiti per causa della sua famiglia troppo licentiosa, che ha obbligato questi principi a far che la principessa dia combiato quasi ad ognuno prontamente, havendola in pari tempo provveduta d’altri soggetti di questo Stato per la sua Corte, tanto nobile, che di particolare suo servitio, non essendo restati dei Francesi che alcuni pochi riconosciuti per li più moderati. Il re di Francia havendo fatto dono, al partire della medesima principessa da Parigi, di una credenziera di argenteria di molta vaglia, coll’arma sopra dei gigli e della Casa Medici, quale non essendosi veduta mai comparire, si è finalmente scoperto che la principessa l’habbia, nel viaggio, donata a madama di Baloè, prima che arrivasse a Marsiglia, onde anco di ciò provatosene gran disgusto, se n’è scritto in Francia per haverlo indietro, e se ne spera l’intento...»