Il 27 agosto: — Il maggiordomo della principessa sposa, gentilhomo francese, per parlare stranamente di questa Casa, et anco per qualche altro riguardo, è stato costretto, per ordine del granduca, di entrare in una carrozza improvvisamente (senza haver tempo di mutarsi di vestito), e con iscorta di diversi armati a cavallo passar a Livorno alla custodia del governatore di quella piazza; e benchè da lui si fosse fatta istanza di poter parlar prima alla principessa sua padrona, niente gli è stato permesso, anzi rigorosamente gli fu comandato a non dover più capitar in queste parti, ma che da Livorno senza ritardo si metta a viaggio per Francia, o per dove gli fosse più piaciuto. Intanto si parla che per tal novità la medesima principessa sposa habbi provato un gran sentimento, sebben, con molta prudenza, finga e mostri di non molto curarsene, come d’alcuni altri simili disgustosi successi...»

Il 15 ottobre: — È qui comparso un padre dell’Oratorio di Parigi, mandato dalla duchessa d’Orléans per intendere dalla voce di questa principessa sposa sua figlia, che qualità di disgusti essa passi con questa Casa, per iscoprire se viene trattata nelle forme dovute, e proprie alla grandezza del suo sangue, e alle conditioni della medesima principessa, la quale ha già rappresentato con sue lettere alla detta duchessa madre molte sue amarezze, e poche soddisfationi che andava ricevendo da questi principi...»

Il 29 ottobre: — Il padre francese sta maneggiandosi, e pare che dopo il suo arrivo la principessa sposa si dimostri assai sollevata, cercando ben lui tutti li modi per levarle dall’animo la melanconia, e farla rimaner allegra e consolata, havendole promesso che certamente o dalla duchessa sua madre, o dal re le sariano soddisfatti alcuni debiti che haveva contratto per far donativi a chi la condusse di Francia».

[128]. Del resto anche Enrico IV desiderò d’essere e fu canonico lateranese.

[129]. Galluzzi, lib. VIII, c. 10.

[130]. Federico Schlegel nel Quadro della Storia moderna, c. 9, ammira l’assetto dato allora alle cose nostre da Carlo V, «al quale l’Italia è debitrice del felice riposo, di cui godette nei tempi seguiti». «Niun secolo fu mai all’Italia così tranquillo e sicuro come il XVI. In mezzo a un sì dolce riposo, pareva ecc.» Son parole del Tiraboschi, Storia della letteratura italiana. «Se noi eccettuiamo il reame di Napoli... possiamo stimare che, per tutto quello spazio che corse dal 1559 al 1600, deve contarsi fra i più felici che mai godesse l’Italia, e si continuò quasi nel medesimo stato sino al 1625». Denina, Rivoluzioni d’Italia, XXII. 4.

[131]. Al tempo di Mazarino cantavasi:

Si vous n’êtes italien,

Adieu l’espoir de la fortune;

Si vous n’êtes italien,