Nella prefazione alla Vita di Cromwell, scritta dal Leti medesimo, si legge: — Può dirsi che le opere date in luce dal signor Leti a quell’anno 1692, giungano al numero di ottanta, senza comprendere il P...mo moderno, il Conclave delle P...., il P...mo di Roma, il Parlatorio delle monache, il Ruf... del gobbo di Rialto: delle quali opere vogliono autore il signor Leti, che però da lui si nega: ed a’ suoi confidenti, allorchè l’interrogano sopra tale materia, suol rispondere: Delicta juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris, Domine... In italiano ha ancora fatto stampare molti epitalamj, come il Letto fiorito, il Trasporto d’amore, la Rôcca assediata, il Vicino avvicinato, l’Oriuolo sonoro, ed altri versi».

[171]. Historia d’Italia; Torino, Zappata, 1680.

[172]. La costui menzione ci offre un nuovo esempio dell’appena credibile mancanza di denaro nella Corte spagnuola. Il granduca Ferdinando II nel 1639 fatto eseguire da Tacca esso cavallo di bronzo pel re di Spagna, imbarcollo a proprie spese fino a Cartagena. Piacque assai al re e al conte duca, ma non avean denaro per farlo trasferire al Buenritiro ove dovea collocarsi; nè lo trovarono finchè il granduca non mandò ordine agli artisti di ritornarsene. E poichè il conte duca diè commissione ad esso Tacca di quattro leoni da porgli attorno, il granduca gli permetteva d’accettare questo lavoro, suggerendogli però di farsi pagare anticipato. Vedi Gaye, Carteggio, III. 543.

[173]. A questo presentò un disegno per la chiesa di Montalto, e sentendoglielo lodare assai, disse: — Non l’ho fatto io, ma un giovinetto romano», che era Girolamo Rainaldi, e gli chiese licenza di presentarglielo. Questi fanno il preciso contrario!

[174]. Su quella Dafni fece un buon epigramma Urbano VIII:

Quisquis amans sequitur fugitivæ gaudia formæ,

Fronde manus implet, baccas sed carpit amaras.

[175]. Carlo Maderno cinse la confessione col gran balaustro, a cui sono affisse centododici lampade di bronzo dorato. Carlo Fontana luganese (1634-1714) allievo del Bernini, e che, se meno scorretto, avrebbe avuto campo a segnalarsi nelle grandiose commissioni, quali San Michele a Ripa, i granaj a Termini, la cupola del duomo di Montefiascone, il modello di quel di Fulda, ebbe incarico da Innocenzo XI di stendere la descrizione della basilica Vaticana. Calcola egli che fino al 1694 vi si fossero spesi quarantasei milioni ottocencinquantamila scudi romani, non computando i modelli, gli edifizj demoliti, un campanile del Bernini, costato centomila scudi ad alzarlo e dodicimila ad abbatterlo; nè le pitture, gli arredi, le macchine: nell’altar maggiore andarono ventidue milioni, cinquecentomila chilogrammi di bronzo, tolto alla copertura del Panteon, e cinquecentrentacinquemila scudi in operaj; centosettemila costò la cattedra. Il Maderno consigliava d’abbattere le case fin al Tevere, tirando fin a San Giacomo Scosciacavalli due portici, finiti con un arco trionfale, e preparare strade nel contorno: impresa che finora non si ardì. Singolarmente egli tende a scagionare il Bernini d’aver indebolito la cupola col fare nicchie e scale ne’ piloni, prova che quei vani s’erano lasciati dai primitivi architetti, per asciugare i massicci. Non parvero soddisfacienti le spiegazioni, e temendosi per la cupola, sorsero vivi dibattimenti tra artisti e matematici, e progetti or ingegnosi or ridicoli per corroborarla. Giovanni Poleni padovano rassicurava d’ottime ragioni i timorosi; pure, forse per condiscendenza, propose di fasciarla con cinque cerchi di ferro, che dovettero piuttosto nuocerle pel tanto battere e scarpellare.

[176]. Anche le lodi sono caratteristiche. Fulvio Testi lo chiama «il Michelangelo del nostro secolo, tanto nel dipingere quanto nello scolpire, e che non cede a nessuno degli antichi nell’eccellenza dell’arte. È veramente un nome da far impazzire le genti, perchè sa molto anche di belle lettere, ed ha motti e arguzie che passano l’anima. Lunedì fa recitar una commedia da lui composta, dove sono cose da far morire dalle risa chiunque ha pratica della Corte, perchè ciascuno, sia piccolo sia grande, prelato o cavaliere, ha la parte sua».

John Evelyn, nelle Memorie e Diario del viaggio che allora fece in Italia, stampato a Londra il 1827, dice che il Bernini diede un’opera, ove egli stesso dipinse le decorazioni, scolpì le statue, inventò le macchine, compose la musica, scrisse le parole, fabbricò il teatro. Per la fontana del Vaticano Girolamo Preti cantava: