Ha la clemenza e nel tuo core il tempio.
Ad esso papa dice: — Tu sei Tifi, e la tua nave è Argo».
[190]. Vedasi, tra le altre, la lettera a Maurizio Cattaneo: — Una lettera è sparita, e credo se l’abbia portata il folletto... e questo è uno di quei miracoli, che io ho veduto assai spesso nello spedale; laonde son certo che siano fatti da qualche mago; e n’ho altri molti argomenti... Oltre quei miracoli del folletto, vi sono molti spaventi notturni... ho vedute ombre... ho udito strepiti spaventosi... e fra tanti terrori e tanti dolori m’apparve in aria l’immagine della gloriosa Vergine col Figliuolo in braccio... E benchè potesse facilmente essere una fantasia, perchè io sono frenetico, e quasi sempre perturbato da varj fantasmi e pieno di malinconia infinita, non di meno, per la grazia di Dio, posso cohibere assensum alcuna volta..... S’io non m’inganno, della frenesia furono cagione alcune confezioni ch’io mangiai tre anni sono... Dappoi la malìa fu rinnovata un’altra volta... La qualità del male è così maravigliosa, che potrebbe ingannare i medici più diligenti; onde io la stimo operazione di mago e sarebbe opera di pietà cavarmi di questo luogo, dove agl’incantatori è conceduto di far tanto contro di me... Del folletto voglio scrivere alcuna cosa ancora. Il ladroncello m’ha rubati molti scudi di moneta, nè so quanti siano, perchè non ne tengo conto come gli avari; ma forse arrivano a venti: mi mette tutti i libri sossopra, apre le casse, ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare». 25 dicembre 1585.
[191]. — Io mi purgo, nè voglio, nè posso disubbidire ai medici, i quali hanno ordinato che io non istudii nè scriva... Mandatemi qualche consulto di medico che non vi costi». Ad Antonio Sersale, 1585.
[192]. — L’accuse datemi d’infedele al mio principe, mescolate con quell’altre primiere accuse, fecero un torrente e un diluvio d’infortunj così grande, che argine o riparo d’umana ragione, o favore delle serenissime principesse, che molto per mia salute s’affaticarono, non furono possenti di ritenerlo. Or che risponderò a queste grandi accuse?» E qui s’avviluppa in distinzioni aristoteliche sul prevalere dell’intelletto o della volontà; poi dopo lunghissimo divagare torna in proposito: — La principale azione della quale sono incolpato, e la quale per avventura è sola cagione che io sia castigato, non dee essere per avventura punita come assolutamente rea, ma come mista: perchè non per elezione la feci, ma per necessità; necessità non assoluta ma condizionata; e per timore ora di morte, ora di vergogna grandissima d’infelice e perpetua ingratitudine. E perciocchè Aristotele pone due maniere d’azioni miste, una degna di laude e l’altra di perdono, sebbene io non ardisca di collocare la mia nella prima specie, di riporla nella seconda non temerò. Nè giudico meno degne di perdono le parole ch’io dissi, perchè fur dette da uomo non solo iracondo, ma in quella occasione adiratissimo... Ma molte fiate, ove l’ira più abbonda, ivi è maggiore abbondanza di amore. Ed io, consapevole a me stesso, ne potrei addurre molti testimonj che in amare il mio signore, e in desiderare la grandezza e la felicità sua ho ceduto a pochi de’ suoi più cari; e nel portar affezione agli amici, e nel desiderare e procurar lor bene quanto per me s’è potuto ho avuto così pochi paragoni, come niuna corrispondenza. E se Dio perdona mille bestemmie con le quali tutto il dì è offeso da’ peccatori, possono bene anche i principi alcuna parola contro lor detta perdonare.... Il dar per castigo ad un artefice che non si eserciti nell’arte sua è certo esempio inaudito... Il principe volle con ciò per avventura esercitar la mia pazienza o far prova della mia fede, e vedermi umiliare in quelle cose dalle quali conosceva che alcuna mia altezza poteva procedere, con intenzione poi di rimovere questo duro divieto quando a lui paresse che la mia umiltà il meritasse... Ma io non solo poco ubbidiente in trapassare i cenni del suo comandamento, ma molto incontinente eziandio in lamentarmi che mi fosse imposta sì dura legge, partii, non solo scacciato, ma volontario da Ferrara, luogo dove io era, se non nato, almeno rinato, e dove ora non sol dal bisogno sono stato costretto a ritornare, ma sospinto anche dal grandissimo desiderio che io aveva di baciare le mani di sua altezza, e di riacquistare, nell’occasione delle nozze, alcuna parte della sua grazia».
[193]. Lettera al Panigarola. E nel XXIII de’ sonetti eroici:
Scrissi di vera impresa e d’eroi veri,
Ma gli accrebbi ed ornai, quasi pittore
Che finga altrui di quel ch’egli è migliore,
Di più vaghi sembianti e di più alteri.