[274]. Memorie del padre Basilio da Glemona dell’abate Pietro della Stua. Udine 1775.
[275]. Ecco però una prova del quanto fosse bambina la filologia. Sulla chiesa di San Giorgio in Palazzo a Milano stava un’iscrizione, e non sapendosi leggere dai nostri, fu da Gianpietro Puricelli mandata a Luca Olstenio a Roma per mezzo di Leone Allacci, dubitando fosse armena o russa o schiavona o gotica, «lingue che han caratteri simili al greco». Egli s’accorse ch’era latina con lettere greche affatto rozze (Lettera 2 agosto 1647, nel Catalogo del Crevenna). Un altro dotto milanese, il Castiglioni, asseriva che a San Vincenzo in Prato v’era stato un tempio di Giove, perchè vi fu trovata una lapide che diceva DIO VI ET PROBO V. L’Olstenio senza più asserì che doveva essere un frammento, da compirsi così: arcaDIO . VI . ET . PROBO . V... coss. cioè essendo consoli Arcadio per la sesta volta, Probo per la quinta.
[276]. Characteres ægyptii. Venezia 1605; Mensa isiaca, 1669. Il più insigne documento egiziano che si avesse prima delle recenti scoperte era la Tavola isiaca di bronzo, lunga cinque, larga tre piedi, coperta di smalto nero, su cui sono disegnate figure a contorni d’argento. Dopo il sacco di Roma un fabbro la vendè al cardinale Bembo, dal cui museo passò a quel di Mantova. Nel sacco del 1630 fu rubata, nè più se ne seppe, finchè più d’un secolo dopo fu trovata nel museo di Torino; ove (dopo essere stata nel museo Napoleone a Parigi) ancor si conserva, e fu studio dei principali antiquarj, sebbene ora si giudichi non lavoro originale, ma dei tempi d’Adriano imperatore. Vedi pag. 210.
[277]. De nostri temporis studiorum ratione, 1708.
[278]. De antiquissima Italorum sapientia, ex originibus linguæ latinæ eruenda, 1710.
[279]. De universi juris principio et fine uno, 1714; De constantia philologiæ, 1721.
[280]. Perchè dei moderni editori nessuno pensò a dargli punteggiatura e divisione alla moderna? Facendo quel che si praticò col Guicciardini, ne sarebbe grandemente agevolata l’intelligenza. Si dovrebbe anche far sparire la nojosa e inutile vicenda di carattere tondo e corsivo, che corre da capo a fondo dell’opera.
[281]. Anche il De Rossi, nel Dizionario storico degli autori arabi, fa di Averroe il primo traduttore d’Aristotele: ma ora è certo che, tre secoli innanzi, era stato vôlto in arabo, non dal greco ma dal siriaco; e che Averroe nè altro arabo di Spagna conosceva il greco. In quella vece s’aveva una traduzione in latino; e l’averroismo, tanto coltivato nella scuola di Padova e anche dal Pomponazzi che pur mostra continuamente confutarlo, non deriva che obliquamente da Aristotele, mescolandovi le dottrine neoplatoniche e le interpretazioni de’ Nestoriani.
[282]. L’uccelleria, ovvero discorso della natura e proprietà de’ diversi uccelli, e in particolare di quelli che cantano. Roma 1622, con figure del Tempesta e del Villamene.
[283]. Da scrittori e dall’esperienza, massime di cacciatori e pastori, induce che le bestie, variando l’emissione de’ suoni, fanno quel che facciamo noi co’ suoni letterali, e ne formano di elementari di tempo determinato. A manifestare certe emozioni valgonsi del gesto, dello sguardo, del suono, del grido, della favella. Così un cane volendo scacciarne un altro da un posto ove egli vuol collocarsi, comincia a guardarlo iroso, poi fare movimenti significativi, poi ringhiare, finalmente abbajare. I vermi e simili animali inferiori possedono solo i due primi modi: alcuni pesci mandano un suono per le natatoje o per le branchie. Agl’insetti Fabrizio nega la voce, benchè esprimano i sentimenti per via di suoni; bovi, cervi ed altri quadrupedi hanno piuttosto una voce che un linguaggio; ma linguaggio vero han gatti, cani, uccelli, inferiori però all’uomo che articola più chiaro e distinto. Le bestie capiscono quel che loro diciamo: onde a ragion più forte noi dobbiamo capir loro. Delle quattro passioni di gioja, desiderio, dolore, paura, esamina Fabrizio l’espressione sopra il cane e la gallina, confessando non avere imparato gran che: ma la parola nostra è più complessa, perchè di più rapidi e numerosi elementi; oltre che avendo noi labbra e lingua più flessibili, ne nascono la varietà e complicazione che costituiscono la favella. Nessun animale potrà gareggiare coll’uomo, atteso che il principale loro strumento è la gola, che a noi serve soltanto per le vocali.