[301]. Di lui è rarissima l’opera De ratione instituendæ et gubernandæ familiæ. Suo figlio Manfredo seppe le matematiche e molte lingue, viaggiò lontano, s’industriò a costruir macchine, principalmente microscopj e specchi ustorj, e un museo d’ogni sorta rarità naturali e d’arte, porzione del quale fu posto nella biblioteca Ambrosiana.
[302]. Vedi Renzi, Storia della medicina, vol. III, pag. 68. Turre di Padova, col titolo Junonis et Nerei vires in humanæ salutis obsequium traductæ (Padova 1668) tratta delle acque minerali.
[303]. Vedi la Vita di Camillo Porzio, scritta da Agostino Gervasio, 1832.
[304]. De relationibus medicorum libri IV, in quibus ea omnia quæ in forensibus ac publicis causis medici referre solent, plenissime traduntur. Palermo 1602.
[305]. Affò, Vita di B. Baldi. Nell’opera Delle macchine semoventi, pag. 8, parla d’un Bartolomeo Campi da Pesaro, «che ardì di porsi a levare dal fondo del mare la smisurata mole del galeone di Venezia; il che sebbene non gli successe, lo scoperse però giudizioso inventore della macchina, atta per sua natura ad alzare peso maggiore». È dunque italiana l’invenzione, di cui oggi menano tanto vanto gl’Inglesi.
[306]. De subtilitate, Basilea 1607, lib. XVIII. pag. 1074: Serra, quæ sub quocumque nomine claudi potest. — Cossali (Storia critica dell’Algebra, 1797) occupa quasi intero un volume a provare il merito del Cardano, restituendogli le scoperte che Montucla attribuiva ad altri, e massime a Vieta.
* Vedasi anche Di alcuni materiali per la storia della facoltà matematica nell’antica Università di Bologna del dottor Silvestro Gherardi, 1846.
[307]. Nacque in Pisa il 18 febbrajo 1594 a ore 21; e alle 23 del giorno stesso moriva a Roma Michelangelo. Ma non è vero morisse il giorno che nacque Newton, poichè questo nacque il 25 dicembre 1642, che corrisponde al 5 gennajo 1643 della riforma gregoriana; mentre Galileo morì l’8 gennajo 1642.
[308]. Bartolomeo Imperiali da Genova, 5 settembre 1624, ringraziava Galileo dovergli regalato un microscopio: «e di questo è verissimo quel che accenna, perchè io scorgo cose in alcuni animaluzzi, che fanno inarcar le ciglia, e danno largo campo di filosofare novamente. Di cosa sì rara ho ambizione d’essere stato favorito io il primo in Genova, e me lo tengo carissimo. Sono molti che ne desiderano, e lo lodano fino alle stelle; e io non ho poco che fare in dar soddisfazione a tanti».
[309]. Narra come, per osservar le stelle, usasse certi vetri, per cui la luna e le stelle non pareano più elevate che alte torri (Sez. I. c. 23), e soggiunge: «Se alcuno guardi con due di questi vetri oculari, collocandoli un sopra l’altro, vedrà tutti gli oggetti più grandi e più vicini» (Sez. II. c. 8).