[310]. Del telescopio, pag. 486.
[311]. Nel Collegio Romano esistono manoscritte (Codice B, f. 15) alcune lettere di Galileo all’illustre matematico e teologo gesuita Cristoforo Clavio di Bamberga, uno dei riformatori del Calendario. Questa del 17 settembre 1610 mostra com’erano imperfetti i mezzi delle sue osservazioni:
«Molto reverendo signore, mio padre colendissimo,
«È tempo che io rompa un lungo silenzio, che la penna più che il pensiero ha usato con vostra signoria molto reverenda. Rompolo hora che mi trovo ripatriato in Firenze per favore del serenissimo granduca, il quale si è compiaciuto richiamarmi per suo matematico et filosofo. La causa perchè io l’abbia sino a questo giorno usato, mentre cioè mi sono trattenuto a Padova, non occorre che io particolarmente lo narri alla sua prudenza; ma solo mi basterà rassicurarla che in me non si è mai intiepidita quella devotione, che io devo alla sua gran virtù. Per una sua lettera scritta al signor Antonio Santini ultimamente a Venezia ho inteso come ella, insieme con uno dei loro Fratelli, havendo ricercato intorno a giove con un occhiale dei pianeti medicei, non gli era succeduto il potergli incontrare; di ciò non mi fo gran meraviglia, potendo essere che lo strumento o non fusse isquisito, siccome bisogna, o vero che non l’avessero ben fermato, il che è necessarissimo, perchè tenendolo in mano benchè appoggiato a un muro, o altro luogo stabile, il solo moto delle arterie, ed anco del respirare fa che non si possono osservare, et massime da chi non gli ha altre volte veduti, et fatto, come si dice, un poco di pratica nello strumento. In oltre alle osservazioni stampate nel mio avviso astronomico, ne feci molte dopo, sinchè giove si vidde occidentale; ne ho poi molte altre fatte da che è ritornato orientale mattutino, e tuttavia lo vo osservando; et havendo ultimamente perfezionato un poco più il mio strumento veggonsi i nuovi pianeti così lucidi e distinti, come le stelle della seconda grandezza con l’occhio naturale: sì che volendo io, quindici giorni or sono, far prova quanto duravo a vedergli mentre si rischiarava l’aurora, erano già sparite tutte le stelle, eccetto la canicola, et quelli ancora si vedevano benissimo con l’occhiale; spariti dopo questi ancora, andai seguitando giove, per vedere parimente quanto durava a vedersi, et finalmente era il sole alto più di quindici gradi sopra l’orizzonte, et pur giove si vedeva distintissimo et grande in modo che posso esser sicuro, che, seguitandolo col cannone, si saria veduto tutto il giorno. Ho voluto dar conto a vostra signoria molto reverenda di tutti questi particolari, acciò in lei cessi il dubbio, se pure ve n’ha mai avuto, circa la verità del fatto, delli quali, se non prima, li succederà accertarsi alla mia venuta costà, sendo io in speranza di dover venire in breve a trattenermi costà qualche giorno ecc.».
[312]. Nescio quo fato ductus, dic’egli. A Peiresc scintillò tosto l’ingegnosa idea, che le loro occultazioni potessero servire a determinare la longitudine. Furono confutati quelli che attribuiscono ad Harriott la scoperta dei satelliti di giove e delle macchie solari.
[313]. Galileo, temendo che la scoperta delle fasi di venere gli fosse rapita da altri, eppure non avendo osservazioni bastanti per accertarle, la pubblicò con questo anagramma: Hæc immatura a me jam frustra leguntur, o. y. L’enigma riuscì indicifrabile, finchè egli a richiesta dell’imperatore lo spiegò con quest’altro, avente le lettere stesse: Cinthyæ figuras emulatur mater amorum.
Si sa che Newton inventò il calcolo delle flussioni nel 1655, e per undici anni non ne parlò, finchè udito che Leibniz possedeva un’analisi simile, gli mandò un anagramma in cui esprimevasi la base della sua.
[314]. I limiti dell’autorità e dell’esperienza cercò assegnare Galileo in una lettera alla duchessa di Toscana: — Stimerei che l’autorità delle sacre lettere avesse avuto la mira a persuadere principalmente agli uomini quegli articoli e proposizioni che superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza nè per altro mezzo farcisi credibili che per la bocca dello stesso Spirito santo... Ma che quello istesso Dio, che ci ha dotati di sensi, discorso ed intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, sicchè anco in quelle conclusioni naturali, che o dalle sensate esperienze, o dalle necessarie dimostrazioni ci vengono esposte innanzi agli occhi e all’intelletto, dobbiamo negare il senso e la ragione, non mi pare che sia necessario il crederlo... Mi pare che, nelle dispute de’ problemi naturali non si dovrebbe cominciare dall’autorità de’ luoghi delle scritture, ma dalle sensate esperienze, o dalle dimostrazioni necessarie, perchè procedendo di pari dal Verbo divino e la Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio... pare che quello che gli effetti naturali o la sensata esperienza ci pone innanzi agli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser rivocato in dubbio, non che condannato, per luoghi della Scrittura che avessero nelle parole diverso sembiante, poichè non ogni detto della Scrittura è legato ad obblighi così severi, come ogni effetto di natura ecc.».
[315]. Bacone conobbe le opere di Galileo. Vedi Organon, lib. II. afor. 39; Sylva sylvarum, Nº 791. — Per quanto gl’Inglesi idolatrino per patriotismo Bacone e Harriott, pure la loro lealtà rende segnalata testimonianza al nostro Galileo, come può vedersi nella vita scrittane di recente da Drinkwater Bethune, nell’Introduction of the literature of Europe etc. di Hallam, nel Preliminary dissertation to Encyclop. britan. di Plyfair, il quale dice che «di tutti gli scrittori vissuti al tempo che lo spirito umano sviluppavasi appena dagl’impacci dell’ignoranza e della barbarie, Galileo più d’ogni altro colse il tono della vera filosofia, e restò più mondo dalla contaminazione del tempo rispetto al gusto, ai pensieri, alle opinioni».
[316]. Galileo dovette dolersi di non riceverne mai risposta: ma ora si sa che il granduca Cosmo scrisse a Filippo III, non avrebbe lasciato andar Galileo, s’egli non gli concedesse di mandare ogn’anno franche due navi dal porto di Livorno alle Indie spagnuole. Nelli, Vita di Galileo.