[324]. Dilecte fili, nobilis vir, salutem et apostolicam benedictionem. Tributorum vi et legionum robore formidolosam esse Etrusci principatus potentiam, Italia quidem omnis fatetur: at etenim remotissimæ etiam nationes felicem vocant nobilitatem tuam ob subditorum gloriam ac Florentinorum ingenia. Illi enim novos mundos animo complexi, et oceani arcana patefacientes potuerunt quartam terrarum partem relinquere nominis sui monumentum. Nuper autem dilectus filius Galilæus æthereas plagas ingressus ignota sidera illuminavit, et planetarum penetralia reclusit. Quare, dum beneficum Jovis astrum micabit in cælo quatuor novis asseclis comitatum, comitem ævi sui laudem Galilæi trahet. Nos tantum virum, cujus fama in cælo lucet et terras peragrat, jamdiu paterna charitate complectimur. Novimus enim in eo non modo literarum gloriam, sed etiam pietatis studium; iisque artibus pollet, quibus pontificia voluntas facile demeretur. Nunc autem, cum illum in urbem pontificatus nostri gratulatus reduxerit, peramanter ipsum complexi sumus, atque jucunde identidem audivimus florentiæ eloquentiæ decora doctis disputationibus augentem. Nunc autem non patimur eum sine amplo pontificia charitatis commeatu in patriam redire, quo illum nobilitatis tuæ beneficentia revocat. Exploratum est quibus præmiis magni duces remunerentur admiranda ejus ingenii reperta, qui Medicei nominis gloriam inter sidera collocavit. Quinimo non pauci ob id dictitant, se minime mirari tam uberem in ista civitate virtutum esse proventum, ubi eas dominantium magnanimitas tam eximiis beneficiis alit. Tum ut scias quam charus pontificiæ menti ille sit, honorificum hoc ei dare voluimus virtutis et pietatis testimonium. Porro autem significamus solatia nostra fore omnia beneficia, quibus eum ornans nobilitas tua paternam munificentiam non modo imitabitur, sed etiam augebit.
Di questi fatti si vedano le prove in Giambattista Venturi, Memorie e lettere inedite e disperse di Galileo Galilei, Modena 1818.
[325]. Ma in una lettera a frà Micanzio, del 1637, scrive: — Or che dirà la P. V. R. nel confrontare questi tre periodi lunari coi tre periodi diurno, menstruo ed annuo nei movimenti del mare, de’ quali, per comune consenso di tutti, la luna è arbitra e soprantendente?»
[326]. L’ordine era stato del 1616; e del 1624 n’abbiamo una lettera ove il sistema copernicano è appoggiato di ragioni matematiche. L’ambasciadore Niccolini informa il granduca che l’accusa consiste in ciò che, «sebbene (Galileo) si dichiara voler trattare ipoteticamente del moto della terra, nondimeno in riferirne gli argomenti ne parla e ne discorre poi assertivamente e concludentissimamente, e che ha contravvenuto all’ordine datogli nel 1616 dal cardinale Bellarmino d’ordine della congregazione dell’Indice» (27 febbrajo 33). Mentre appunto Galileo stava in arresto, il padre Castelli gli scriveva d’aver anch’egli un fratello ingiustamente carcerato e condannato a Brescia, e lagnavasi che inter hos judices vivendum, moriendum, et, quod est durius, tacendum; 23 luglio 1633; nelle Opere di Galileo Galilei, tom. IV. Firenze 1854.
[327]. Lettera del Geri Bocchinieri. L’ambasciadore Niccolini «gli fece assegnare non le camere o secrete solite darsi ai delinquenti, ma le proprie del fiscale di quel tribunale; in modo che non solo egli abita fra i ministri, ma rimane aperto e libero di poter andare fin nel cortile... In questa causa s’è proceduto con modi insoliti e piacevoli;... nemmeno si sa che altri, benchè vescovi, prelati o titolati, non siano, subito giunti in Roma, stati messi in castello o nel palazzo dell’Inquisizione con ogni rigore e strettezza». 16 aprile 1633.
[328]. Il Bernini, nella Storia delle eresie, fa star Galileo prigione cinque anni; Pontécoulant dice che, anche nelle carceri dell’Inquisizione, sostenne la rotazion della terra; Brewster, che fu tenuto prigioniero un anno; Montucla riporta altri che dicono essergli stati cavati gli occhi ecc. Il Libri s’ingegnò di ravvivare queste accuse, che le Memorie e lettere pubblicate dal Venturi aveano sventato. Abbastanza torti ha l’Italia verso i suoi grandi, senza apporgliene di falsi.
Il processo originale di Galileo fu portato a Parigi nel 1809, e non fu restituito nel 1815; solo Pio IX potè riaverlo, e lo restituì alla vaticana nel 1850. Monsignor Marini ne diede informazione nell’opuscolo Galileo e l’Inquisizione. Comprende anche il processo del 1615, ma per mal consiglio non lo diede intero. In questi ultimi anni se ne parlò moltissimo, e per opera di Domenico Berti può dirsi chiarito il vero contro i volgari declamatori.
Negli altri processi, dopo fatto al costituito l’intimazione di dire la verità, se egli negò, segue questa formola: Tunc DD. sedentes etc., visa pertinacia et obstinatione ipsius constituti, visoque et mature considerato toto tenore processus... decreverunt ipsum constitutum esse torquendum tormento funis pro veritate habenda... et ideo mandaverunt ipsum constitutum duci ad locum tormentorum etc.
Qui invece, dopo la negativa di Galileo, si soggiunge: Et cum nihil aliud posset haberi, in executione decreti, habita ejus subscriptione, remissus fuit ad locum suum.
Qual era il decreto che si eseguiva? Quello del papa, ch’è inserito nel processo, ove diceasi: Sanctissimus decrevit ipsum interrogandum esse super intentione, et comminata ei tortura, ac si sustinuerit, previa abjuratione etc.