Mentre il Poussin ne diffondeva l’ammirazione in Francia, il Domenichino restava mal conosciuto in Italia; i Caracci, alla cui scienza faceva contrapposto l’ingenuità di lui, gli attraversavano le commissioni, e lo posero in tal diffidenza di se stesso, che più volte fu per gettare il pennello, più volte non s’affidò che sull’orme altrui. Soli cinquanta scudi gli si pagò il san Girolamo[181]; quando poi fu chiesto a dipingere la cupola di San Gennaro a Napoli, assicurandogli cinquanta scudi ogni figura intera, venticinque le mezze, dodici e mezzo le teste, trovò congiurati contro di sè gli artisti di colà, e massime Lanfranco e Ribera, che di veleno il finirono.
Anche il suo amico e concittadino Francesco Albani (1578-1660) gustò il disegnare scelto e sodo; ai soggetti adattava vaghe scene campestri, corrispondenti ai drammi pastorali d’allora per sentimentalità convenzionale: e in generale i suoi accessorj valgono meglio che la parte storica e il colorito; i modelli sceglieva felicemente e nobilitava; ben intendeva l’allegoria: scrisse anche intorno all’arte sua. Invidioso de’ contemporanei, vide declinare la sua fama, e morì dimenticato.
Eccellente fra gli eclettici, Guido Reni bolognese (1575-1642) al limpido colorito e al disegno sovrappose eleganza e nobiltà e fantasia vivace. Ostinato allo studio, fin da mediocrissimi accetta pareri; la bellezza e varietà dei volti studia nella natura non men che nell’antico, nelle stampe del Dürer non men che in Rafaello e Paolo; vagheggia il soave, non isdegna le biacche come i Caracceschi, e non manca di concepimenti originali. Dicono che Albani, nol potendo deprimere, s’applicasse a corromperlo col giuoco, sicchè buttatosi a frettolosa trascuranza, cadde nell’ideale e nel manierato, finchè povero e screditato morì.
Giacomo Cavedone di Sassuolo, esatto nel disegno, tranquillo nelle pose e nell’espressione, vigoroso nel tingere, accorato dalla perdita d’un figlio, morì miserabile. Le ottime disposizioni di Francesco Solimene furono guaste dai maestri, e chiese e Corti per tutta Europa empì d’opere facili, e con forme ignobili, colori esagerati, tocco manierato.
Sempre studiar gli antichi! sempre copiare! La natura sia l’unica maestra; unica arte il copiarla tal qual è. Così parve a Michelangelo Merighi (1569-1609), che da Caravaggio venuto a Roma come muratore, si gittò a pitturare, e indispettito de’ precetti arbitrari e dell’arte goffamente accurata, conculcò anche le buone tradizioni. Pretendeva che il quadro fosse copia fedele della natura: ma tumultuando di passioni che reluttavano a ogni freno, sceglie nature vulgari, situazioni tragiche, avventure notturne, ruine, cenci, cadaveri: maledicendo agli azzurri e ai cinabri de’ manieristi, tinge in nero il suo studio, la luce introducendovi solo da un elevato spiraglio, sicchè i modelli acquistavano ombre vigorose e taglienti; e così al rilievo del modello, usanza dei Michelangioleschi, egli surrogò i contrasti del chiaroscuro, eccesso ad eccesso, da cui neppure si temperava nei quadri da chiesa. Rozzo della persona, dei modi, del vestire, vagabondo, spesso mancante del pane, invido, accattabrighe; per omicidio dovette da Roma ricoverarsi a Napoli, di là a Malta; ove insultato un cavaliere, è messo prigione; salvasi in Sicilia, ma sicarj disposti il feriscono, sicchè rifugge verso Roma. Sbarcato, è preso in iscambio e messo in carcere; poi sciolto, trova già partita la feluca su cui era giunto: onde stizzito va e va lungo al mare fino a Portercole; ma il sol cocente gli dà una febbre, di cui muore a quarant’anni. Quella selvaggia violenza in contrasto colla freddezza eclettica, gli effetti del suo tocco vigoroso, il lumeggiare che dava stacco e quasi vita alle figure, fecero perdonare le scorrezioni, la durezza, la vulgarità; e venne considerato capo d’una scuola naturalista, in opposizione ai Caracceschi. Ma alla natura non conviene accostarsi con orgoglioso disprezzo dell’esperienza, nè interrogarla senza scelta, senz’occhio esercitato, senza la verga magica per cui nell’imitazione si conserva la vita.
Lionello Spada bolognese, fattorino de’ Caracci, s’innamorò della pittura, ma Guido e gli altri lo celiavano, e diceano andasse a scopare; onde fuggì a Roma, ammirò il Caravaggio da cui contrasse lo spirito litigioso, il dipinger risoluto e dietro natura, e il colorito esagerato; decorò il teatro di Parma più bene che fin allora non si fosse veduto, e meglio lavorò nella Madonna di Reggio col moderato e melanconico Tiarini.
Gianfrancesco Barbieri, detto il Guercino da Cento (1590?-1666), prese indirizzo da un quadro di Luigi Caracci, del quale varieggiò il fosco colorito studiando a Roma sopra i migliori, e dal Caravaggio contrasse il gusto pei gagliardi contrasti di luce ed ombra, e pel caratterizzare vigorosamente la realtà. L’artifizio del rilievo lo fece denominare il mago della pittura; accurò il disegno; e il difetto d’eleganza e nobiltà palliò colla facilità del fecondissimo pennello; alfine cadde in un sentimentalismo svigorito. Uomo pacifico e buon cristiano, perdonava le offese, nel che pure distinguevasi dagli altri artisti.
Perocchè Tiziano lavorava col coltello allato; Giorgione portava la corazza quando dipingesse in pubblico; al Baroccio fu guasta la vita col veleno a Roma, procurandogli cinquantadue anni di continui dolori; il Domenichino fu più volte insidiato, e alfine morto; anche Guido da Napoli dovette fuggire per le minaccie di quegli artisti, che non miglior sorte prepararono al cavaliere d’Arpino; Gessi allievo di Guido osa andarvi a dipingere la cupola di San Gennaro con due allievi, e questi gli sono rapiti sopra una galea, senza che più se ne sappia; il Tempesta fa ammazzare la moglie, onde subisce cinque anni di prigione; Giorgio Gozzale bresciano nel 1605 fu ucciso dal proprio figlio, pittore anch’esso; Agostino Tassi remando sulle galere imparò a dipingere marine, Simone Contarini pesarese, di merito discreto nel colorire e nel disegnare, credevasi sommo e criticava senza riguardo l’Albani e Guido non solo, ma e Giulio Romano e Rafaello, sicchè detestato dovè passar continuo di paese in paese, e si dubitò fosse avvelenato, come fu certo dalla fante la pittrice Elisabetta Sirani. Mattia Preti di Taverna (1613-78), detto il Calabrese, lavorò a Napoli e a Malta con gran prestezza e di primo getto, senza cura d’abbellire il naturale, imitando il Guercino e preferendo soggetti tragici. Entrato cavaliere di Malta, ferisce uno spadaccino protetto dall’imperatore; onde costretto rifuggirsi sulle galee dell’Ordine, quivi ferisce a morte un cavaliere che avevalo motteggiato sulla sua poca nobiltà. Fugge, e dopo gran tempo rimesso in Roma, ove aspirava terminare le pitture lasciate imperfette dal Domenichino, sfida un critico e feritolo gravemente, ricovera a Napoli: e perchè, essendovi la peste, una sentinella gl’impedisce l’entrata, esso la uccide, disarma un’altra; il vicerè lo salva dal carcere, a patto che sulle otto porte della città ne dipinga i patroni. Vecchio, divenne mite, e non lavorava più che pei poveri.
Salvator Rosa d’Arenella (1615-73) da suo padre era distolto dall’arte, che «l’avrebbe condotto all’ospedale»: e in fatti, orfano a diciassette anni con numerosa famiglia e mal avviata, provò tutte le miserie, e dell’alterato sentimento diè prova in quadri aspri e selvaggi, ove non mai calma o sereno, ma scogli, tronchi fulminati, querce nude, aquiloni, torrenti, rovine e streghe, Democrito fra le rovine, Prometeo alla rupe, lo Spettro di Samuele, la congiura di Catilina. Sempre immaginoso, talora in un sol giorno ebbe cominciato e finito un soggetto. Venuto a Roma, il correre attorno ad ammirare i prodigi dell’arte lo ridusse all’orlo del sepolcro; ma come farsi strada tra la folla de’ pittori, che vantavansi originali mentre imitavano o il Caravaggio o i Caracci, lavorando a fretta e furia? Una mascherata in cui, vestito da Orvietano, vendette faceti rimedj alle morali calamità, gli acquista nome, e, più ancora l’ardimento con cui sul teatro deride le farse che in Vaticano facea recitare il Bernini: allora si trovano valorosi anche i suoi quadri, ed esso li moltiplica, guadagna discepoli e denari che profonde. Del nuovo stato viene a far pompa in patria, dove ha a lottare con Giuseppe Ribera, Correnzio Belisario, Giambattista Caracciolo, terribile triumvirato, nemici fra loro ma accordatisi nel proscrivere chiunque desse ombra alla loro mediocrità.
Questo Belisario, natìo greco, da Napoli cacciava a coltellate chi fossevi chiesto di fuori a qualche opera, e ottenne di dipingere la cappella di san Gennaro. Caracciolo seguiva i Bolognesi. Ribera (1586-1656), detto lo Spagnoletto perchè nacque da un soldato spagnuolo a Gallipoli, pretto naturalista, cercava i luccicamenti fino allo sgarbo, ed ebbe non poca efficacia sulla scuola napoletana. Appreso il fasto dal duca d’Ossuna, grandeggiava alla spagnuola; carrozza, livree; sua moglie aveva un bracciere che l’accompagnasse uscendo; un alfiere veterano facea da gentiluomo porgendogli i pennelli, e dopo tre ore alla mattina, due al dopo pranzo l’avvertiva, — Signor cavaliere, si è lavorato abbastanza; resti servito di passeggiare alquanto». La sera ricevea in bellissimo alloggio; ma a quest’orgoglio accompagnava una naturale giovialità, amando scherzare, sebbene facilmente s’offendesse. Bella figliolanza e bellissima la maggiore Maria Rosa; ma nel subuglio di Masaniello, don Giovanni d’Austria se ne invaghì, e trassela in palazzo poi a Palermo; onde l’artista, trafitto negli affetti e nell’orgoglio, si disperò, e fuggito con un solo servo, più non se ne seppe; la fanciulla morì poco poi di crepacuore.