Anche Salvator Rosa credette all’eroismo di Masaniello, onde dovette spatriare. Orgoglioso, non cerca denaro ma fama, «fra modesti desìi dipingendo per gloria e poetando per giuoco»: sparla arditamente degli altri artisti, che perciò gli suscitano guaj. Sapea poco di lettere, ma l’amicizia di Antonio Abati, povero e lepido poeta, l’invogliò a comporre satire biliose, declamatorie, neglette e originali come il tocco del suo pennello. Non confondiamo le stranezze coll’originalità, nè col genio che finisce lo schizzare dell’improvvisatore. Ben rammenteremo come egli rinfacci i soggetti osceni, le nudità invereconde, i modelli profani adoprati fin a dipingere santi[182]. Il quadro della Fortuna che prodiga i favori, e la satira della Babilonia l’obbligarono a ritirarsi da Roma a Firenze. Quando tornò a Roma, la società degli Amici delle arti collocò i suoi quadri fra gli antichi, onde negli ultimi anni assaporò la gloria e la ricchezza.
Le grandi volte di chiese e di sale, genere ignoto agli antichi, offriano campo all’originalità. Giovanni Lanfranco di Parma, spontaneo e robusto, non dotto e riflessivo nè elevato, ai santi e alle madonne nulla infonde di celeste fuorchè l’aureola; ma trascurando certe estreme diligenze, acquista aria larga, fa vivi contrasti; improvvisa farraginosi dipinti, e diviene modello del dipingere in lontananza. Cotesti macchinisti schizzavano con fuoco giganteschi dipinti che il vulgo ammira: ciascuno formava una scuola; ma n’uscivano settarj non pittori, che buttavano giù più facilmente, quanto meno cose aveano ad esprimere.
Poco disegno, poco colore, poco condotta ebbe Pietro Berrettini da Cortona, ma molta abilità meccanica, sperienza del sotto insù, artifizio nella gradazione delle tinte; e si possono dire belle la Conversione di san Paolo e le volte del palazzo Barberini a Roma e dei Pitti a Firenze. Più che al concetto badando alla disposizione e ai contrasti di gruppi con gruppi, di parti con parti, dalla facilità degenerò in negligenza, dal gustoso nell’affettato, insegnò ad introdurre figure oziose, ed atteggiarle smorfiosamente.
Luca Giordano da Napoli fu soprannominato Fapresto per la celerità con cui finì la galleria Riccardi a Firenze, l’Escuriale e infiniti altri lavori: contraffece la maniera dei varj maestri, e le grandi facoltà riducendo a sciagurata abilità di mano, nocque all’arte come i giornalisti alla letteratura.
Come un giornalista, fu debole pittore ma largo di precetti il cavaliere d’Arpino, che scandolezzato degli ardimenti, proclamò l’idealismo, e coll’affettata ricerca del bello convenzionale, alle scuole degli eclettici e dei naturalisti unì quella dei manieristi; vulgari tutte, come qualunque non vede se non cogli occhi del corpo; eppure onorate d’artisti degni di stare coi sommi.
Carlo Maratta anconitano parve emulare Rafaello per alcune composizioni devote, che gli acquistarono il titolo di Carlo delle Madonne; mentre ha posto fra i gran corruttori, insieme col fratello e colla figlia Faustina poetessa. Luigi Cardi da Cigoli, voltosi al Correggio, un dotto disegno accoppiò a colorito più vivo, benchè gli manchi il contrapposto di tinte e il grazioso scortar del maestro. Poeta, sonatore, accademico della Crusca, anatomico, pittore, scultore, stampò un trattato di prospettiva pratica; dispose in Firenze le decorazioni pel matrimonio di Maria de’ Medici con Enrico IV, e disegnò il piedestallo per la statua di questo a Parigi; in Firenze il cortile degli Strozzi, e principalmente il palazzo Rinuccini, e in Roma il sovraccarico palazzo Madama. Molti Fiorentini il seguirono, massime Cristoforo Allori, che poco fece ma insignemente. Carlin Dolce s’ingegna esprimere gli affetti pietosi, accordandovi anche il colorito, niente sfarzoso, ma non abbastanza armonico; altrettanto finisce un Cristo quanto un ubriaco e dalla delicatezza degenera in sentimentalità.
Il Sassoferrato (Giambattista Salvi), di scarso vigore ma amabile concetto, disegna correttamente, armonizza il colore, benchè penda al roseo; graziosissimo nel paesaggio e più nelle madonne. Benedetto Luti, nato poveramente, educatosi da sè, acquistò disegno, armonia e buona intelligenza di colorito; ma inesperto agl’intrighi, fu posposto a gente che nol valeva a gran pezza. Matteo Rosselli s’accosta al Domenichino, studia il naturale, sparge una quiete quale l’avea nell’anima; i suoi freschi si direbbero di jeri. Di Bernardino Beccatelli, detto il Poccetti, ne’ freschi della certosa di Firenze, e nella morte di san Bruno si trovano verità, sentimento, calore. Lorenzo Lippi avea per massima di scrivere come parlava e dipingere come vedeva; proposito che nol salvò da metodici artifizj, massime nel piegare.
Nella scultura Giovan Gonelli, detto il Cieco da Gambassi, perduta la vista, continuò a lavorare. In Toscana i Feggini, migliori degli altri, sono cattivi; alquanto men depravato Innocenzo Spinazzi, eseguì la Fede velata in Santa Maria Maddalena, e la statua sul sepolcro di Machiavelli. Cosimo Lotti, architetto bizzarro, fece le figure nobili a Pratolino, giuochi d’acqua nella villa di Castello, altri balocchi pei figliolini di Cosmo II; a Madrid una testa colossale, che spalancava la bocca, aggrottava la fronte, stralunava gli occhi; e macchine da teatro per speditamente cambiar decorazioni. Buontalenti Bernardo fu nominato dalla Girandola per avere perfezionato i giuochi d’artifizio, che recò anche in Ispagna; inventò il cannone scacciadiavoli, la granata e il conservar il ghiaccio in estate. Giovan Boccapani, ingegnere militare dell’imperatore, in Firenze eseguì la villa imperiale e il convento di Santa Teresa, e vi professò matematica, applicandola anche alla prospettiva, all’architettura, alla meccanica. Ivi il Nigetti, sopra un pensiero di don Giovanni d’Austria, disegnò la cappella dei principi in San Lorenzo, e lavorò alle pietre dure. Anche Alfonso Parigi, dopo servito d’ingegnere in Germania, rassettò il palazzo Pitti che strapiombava. Più lavori vi fece Gherardo Silvani in novantasei anni di vita, e palazzi che sono de’ migliori di Firenze.
Paolo Guidotti Lucchese, conservatore del Campidoglio, oltre pittura e scultura, studiò matematica, astrologia, giurisprudenza, musica; per amore dell’anatomia frugava i cimiteri; fece una Gerusalemme distrutta, le cui ottave finivano colla parola stessa del Tasso: cimento pari a quel del volare, ch’egli tentò in patria, e donde riportò una gamba fiaccata.
Il gusto dell’insolito e del manierato trasportò in Napoli Cosimo Fansaga bergamasco, che vi fece moltissime chiese e facciate, la bella fontana Medina, il traricco altare della Nunziata, la cappella di san Gennaro con un profluvio di statue, di colonne, d’allusioni, e la splendida certosa di san Martino. Parendo grettezza la semplicità degli obelischi antichi, e’ li straricchì di trofei, come balocchi di zuccaro. Il supremo della difficoltà e delle bizzarrie può ammirarsi a Napoli nella cappella della Pietà de’ Sangri in San Severo. Un Cristo morto, opera del Sanmartino, coperto d’un lenzuolo da cui traspare la figura, e cogli stromenti della passione gettati alla rinfusa, eppur tutto d’un pezzo; non potrebbe censurarsi: e buona è pure la statua di Giovanna di Sangro. Ma ecco il Disinganno ravviluppato in una rete di cui tutte le maglie sono staccate, opera del Guccirolo; ecco l’Educazione del Queiroli, la Pudicizia del veneziano Corradini, che traspare ignuda da un velo; ecco le figure sull’altar maggiore del Celebrano, e gli angeli di Paolo Persico. Massimo Stanzioni napoletano ha sentimento elevato e semplice bellezza. Lodovico del Duca siciliano fuse la statua di Massimiliano I imperatore per l’insigne mausoleo erettogli a Innspruck.