I Campi cremonesi empirono di lavori eclettici la Lombardia. Giulio e Bernardino, per disegno e tingere lodevoli, abborracciavano talvolta, come sempre Antonio e Vincenzo. In San Sigismondo (il Panteon di Cremona) Bernardino con effetto stupendo distribuì santi innumerevoli, nè però confusi. Tra’ suoi scolari, lavoratori di pratica, Giambattista Trotti, detto il Malosso, colorisce estremamente chiaro, e disegna gajo; Pamfilo Nuvolone è più solido e men vago; la Sofonisba Anguissola conta fra’ migliori ritrattisti.
Ercole Procaccini portò il far bolognese a Parma, con poca prospettiva, debole disegno, facile colore. Suo figlio Camillo molto lavorò nel Milanese con una facilità e naturalezza che piace a prima vista; e meglio in San Procolo di Reggio il Giudizio a fresco, e il san Rocco, che facea sgomento ad Annibale Caracci, invitato a farne il riscontro. Suo fratello Giulio Cesare unì allo studio de’ Caracci quel del Correggio. Carlantonio si voltò al paesaggio e a fiori e frutti. Ercole, figlio di Camillo, deteriorò il gusto de’ molti suoi allievi. Il Salmeggia ormò Leonardo e Rafaello, traendone pennello morbido, grazia di mosse e di espressione, contorni puri ne’ quadri che accurò, come due in Santa Grata a Bergamo, e due nella Passione di Milano.
A Milano era perita l’antica scuola del Luini e di Gaudenzio, sicchè i due cardinali Borromei, volendo colle arti crescere decoro al culto, dovettero invitare forestieri. Studiarono fuori il Morazzone (Pier Francesco Mazzucchelli), buon coloritore; e Giovanni Crespi da Cerano, che fu pure architetto, plastico, letterato. Daniele Crespi, studioso de’ Veneziani e degli Spagnuoli, ritrasse con verità, componeva con immaginazione e con energia da naturalista; e non è abbastanza conosciuto da chi non vide la sua storia di san Brunone alla certosa di Garignano.
Al duomo di Milano si lavorò scarso e male, e già lodammo valentissimi architetti di quell’età (tom. X, pag. 77 e 102). Dappoi vennero di moda il Bianchi, che piantò San Francesco di Paola in figura di violoncello, e il Croce che il Foppone disegnò in quattro segmenti di croce grandi e quattro piccoli. Martino Lunghi tagliapietre di Vigiù, a Roma divenuto architetto, aggiunse al Quirinale la torre dei Venti, fece molte chiese. La sua famiglia continuò in quest’arte; Onorio fece il grandioso San Carlo al Corso e altri lavori nello stile d’allora; Martino suo figlio lavorò con capriccio più che con arte, e vantasi la bella scala del palazzo Ruspoli. Uomo strano e bestiale, pur lasciavasi battere da sua madre, solo dicendo: — Mamma mia, mi faceste sano, ed or mi vorreste storpiare?» Di Santino Solari comasco è il duomo di Salisburgo, una delle più semplici imitazioni di San Pietro.
A Genova la scuola fondata da Perin del Vaga progredì, e i Calvi fecero buone facciate, e storie meno lontane dal costume che non quelle de’ Veneziani. Andrea e Ottavio Semini si attennero a Rafaello. Dugenventi pittori liguri sono noverati nelle scarmigliate biografie di Rafaele Soprani, ma il solo ricordevole è Luca Cambiaso, fecondo d’immagini, ingegnoso negli spedienti; fece le loggie del palazzo Imperiali che vanno tra le più belle: dipinse anche all’Escuriale. Emulo eppure amicissimo ebbe Giambattista Castello, detto il Bergamasco. Giambattista Paggi, nobile e letterato, fuoruscì per omicidio, sinchè cresciuto in fama di pittore fra gli stranieri, fu revocato, e lavorò in competenza di Rubens e Van Dyck. Perocchè i patrizj genovesi chiamarono i migliori artisti, e dalla cieca Sofonisba vi riceveano lezioni i Procaccini, il Roncalli, il Gentileschi, il pisano Lomi, il fiorentino Balli, l’urbinate Antoniano, il Salimbeni, il Sorri, il Dassi, il Vouet, i fiamminghi Rosa, Legi, Wael, Malò, il tedesco Waals ed altri, che vi lasciarono opere. Sopra esempj sì variati potè formarsi la gioventù; e perchè nella ricerca del colorito non negligessero il disegno, il Paggi stampò la Definizione ossia divisione della pittura (1607). Famosa galleria aveva radunata Vincenzo Giustiniani, che fu pubblicata a Roma il 1640 con cinquecenventidue tavole, intagliate da’ migliori.
Giovanni Carlone, disegnatore accurato, frescò nitido ed ilare: e più grandioso e diligente suo fratello Giambattista, alla Nunziata del Guastato e alla cappella in palazzo, con teste vivaci, figure rilevate, color vigoroso. Nè valse meno all’olio; e in ambi i generi continuò senza decadenza fino agli ottantasei anni. Bernardo Strozzi cappuccino coprì i palazzi genovesi di affreschi bene immaginati; nelle tele è armonico insieme e vigoroso, benchè volgare nel disegno e ne’ visi di angeli e madonne. Tacendo i molti ritrattisti, nel paesaggio valsero Antonio Travi detto il Sordo di Sestri, e Sinibaldo Scorza di Voltaggio che direbbesi fiammingo: Gian Benedetto Castiglione per animali non cede che al Bassano. La peste del 1657, che parve colpire di preferenza gli artisti, dissipò quella scuola, che poi si ricompose imitando il Moretto; e v’ebbero qualche nome Andrea Carloni, Pellegrino Piola, il Banchero di Sestri, il Parodi scultore e architetto di variati stili, e del quale si ammira il salotto Negroni.
Il Moncalvo (Guglielmo Caccia di Montabone) è il solo piemontese che meriti essere nominato per le cappelle del sacro monte di Crea, la cupola di San Paolo a Novara, e le storie ne’ Conventuali di Moncalvo. Torino, occupato nell’armi, poco curavasi d’arti; sebbene al 1652 fondasse una società di San Luca, furono chiesti piuttosto di fuori quei che ornarono i palazzi reali, come Giovanni Miel d’Anversa, Daniele Leiter viennese, Carlo Delfino francese, e il Banier, e il Vanloo. Guarino Guarini teatino modenese, malgrado che avesse letto i migliori e conoscesse filosofia e fisica, empì di cattive opere Torino, quali San Lorenzo dei Teatini, il palazzo Carignano, la cappella della S. Sindone tutta di marmo nero e a forme grandiose, che fa ammirarsi per le difficoltà statiche e stereotomiche da lui vinte onde alzar quella cupola a zone esagone in forma di stelle, disposte in modo da riuscire tutta a trafori, e chiusa in cima da una stella pur traforata, traverso alla quale vedesi un’altra volta. Le contorsioni, il forzato nelle piante, negli alzati, negli ornamenti, le finestre ovali, le colonne torse, i frontoni spezzati, i bizzarri sopraccaricamenti all’ordine dorico non gli tolsero d’essere cercato oltremonti e oltremare. Gli tiene la lancia alle reni il gesuita Andrea Pozzo trentino, che disegnò l’altare di sant’Ignazio nel Gesù di Roma, e del Gonzaga in Sant’Ignazio, portenti di ricchezza e di mal gusto. Nella Prospettiva dei pittori ed architetti diede regole ed esempj che sono il preciso opposto di quel che deve fare chi vuol far bene. Egli stesso eseguì molte finte cupole, e nella tribuna di Frascati fece apparire convessi tutti i membri architettonici sopra superficie concava.
Di tali artifizj si abusò stranamente, massime nelle volte, ove si doveano vedere di sott’in su uomini, case, piante; e la quadratura sopraccaricò le architetture di fogliami, vasi, gemme, grotteschi, mostruosità. Girolamo Curti Dentone avea studiato il rilievo in modo che si credette ajutasse con stucchi le sue cornici; tratteggiò d’oro i lavori a fresco. Michelangelo Colonna sapeva adattarsi allo stile de’ pittori con cui lavorava. Giacomo Torelli da Fano a Venezia inventò un congegno per mutar di tratto le scene, alzò a Parigi il teatro del piccolo Borbone, e giovò alle rappresentazioni di Corneille; in patria eresse un teatro che passò pel migliore, tanto che bruciatosi quello di Vienna nel 1699, l’imperatore ordinò si fabbricasse su quel modello. Ferdinando, Francesco e Antonio Galli da Bibiena erano chiamati a gara per ordinare feste, dipingere scene e decorazioni.
Fra i Veneziani, Jacobo Palma il giovane guastava l’ottima sua attitudine col credere fosse merito il far presto; Girolamo Forabosco fu terribile ritrattista. Carlo Ridolfi si tenne a’ buoni metodi, e scrisse anche le vite dei pittori di quella scuola. Dario Varotari in Sant’Egidio di Padova mostrasi studioso de’ trecentisti. Suo figlio Alessandro detto il Padovanino scorta con poca intelligenza, e la gentilezza riduce a convenzione. Sebastiano Ricci di Belluno de’ tanti quadri veduti in molti paesi contraffaceva lo stile con facilità. Migliore a fresco. Marco suo nipote e scolaro attese al paesaggio con una fedeltà inusata, e lasciò le migliori opere in Inghilterra.
A Venezia toccò la sua parte delle mostruosità scultorie, massime ne’ mausolei. In San Giovanni e Paolo una donna, guardandosi nello specchio, deve vedere uno scheletro che sostiene un cartello lacero e accartocciato, portante l’epitafio: altrove il cartello è portato da un’aquila: nel monumento Mocenigo da due morti nere: nel Valier un immenso manto aggettato rinvolge tre statue lussureggiamente drappeggiate dal Barrata. In San Pier di Castello la cappella Vendramin è manieratissima, tutta a virtù e vizj, e una figura che fa capolino dal sepolcro. Nel mausoleo Pesaro ai Frari, fanno da Atlante al cornicione quattro mori, da’ cui laceri panni traspajono le nere carni: vi sono virtù e vizj, e scheletri che recano epigrafi, e due camelli che sostengono un trono, e angeli e festoni, e putti in bassorilievo, scorrettissime fantasie del Longhena, e buona scoltura del Bartel: fino l’iscrizione è stileggiata colla medesima vanità.