Camillo Mazza bolognese fece bella prova nella vita di san Domenico a San Giovanni e Paolo, bassorilievi di bronzo: altri in marmi con poco gusto, ma stupenda condotta nella cappella del Rosario, dianzi consunta dal fuoco. La architettò il Vittoria; fece l’altare e alcune statue il genovese Campagna; vi dipinsero il Tintoretto, Jacopo Palma, Francesco Bassano, Andrea Vicentino, Paolo Fiammingo, Leonardo Corona; intagliò i legni l’inarrivabile Brustolon. Alessandro Vittoria trentino, abilissimo nello stucco, è nobile e pastoso nell’esecuzione, fecondo nelle invenzioni, manierato nel disegno: al vantato suo san Gerolamo che si contorce ignobilmente per isfoggio d’anatomia, preferisco il san Sebastiano in San Salvadore, e il proprio sepolcro in San Zaccaria, dove alludendo ai molti ritratti fu scritto: Qui vivens vivos duxit de marmore vultus. Altro tipo del barocco v’è la chiesa dei Gesuiti, che si figura tappezzata, e sul pergamo gettato un gran tappeto, tutto marmo: sull’altare la Trinità s’asside sopra un mappamondo sostenuto da angeli che s’appoggiano sopra nuvole. Le facciate degli Scalzi, di San Moisè, del Ricovero, di Santa Maria Zobenigo sono compassionevoli di rilievi ed ombre. La Salute, eretta da Baldassarre Longhena per voto nella peste del 1630, ne’ cui fondamenti affondaronsi 1,156,657 travi, dentro è ammirata, fuori di bizzarra strabbondanza, pure grandiosa e in armonia cogli edifizj circostanti, e con un insieme di tal effetto, che fa perdonare le irragionevolezze. Nell’altare tutto marmi, il tabernacolo è sorretto da angeli in positure variate, e sopra di esso Maria in gloria, a sinistra della quale una matrona figurante Venezia che la prega di salute, mentre a destra una schifosa vecchia, simboleggiante la peste, fugge, sporgendosi dalla base nuvolosa, insultata da un angioletto: due santi d’assai maggior dimensione, eretti sulla predella dell’altare, guardano a questa scena. Del Longhena sono pure il palazzo Rezzonico in grandiose proporzioni, e il Pésaro, uno de’ più suntuosi d’Italia. Giuseppe Benoni trentino, che come architetto della repubblica attese ad arginar le lagune, su spazio angustissimo fece la dogana di mare, di mal gusto, ma vistosa e pittoresca.

Verona nel 1718 fabbricò la fiera in Campo Marzio con ducensettanta botteghe, di disegno migliore che l’esecuzione. Il Ligozzi veronese, non inferiore a nessuno de’ naturalisti pel colorire, e meglio corretto, supera forse tutti i frescanti d’allora nel chiostro d’Ognissanti a Firenze.

Nell’incisione, molto progredita al di fuori, poco si fece da noi, e quasi da soli pittori. Distingueremo Francesco Villamena di Assisi; Giambattista Vanni, che all’acquaforte conservò molte opere del Correggio; Stefano della Bella fiorentino, condiscepolo del Callot, col quale eseguì molte vignette per libri; Giambattista Falda di Valduggia che fece le principali vedute di Roma. Giacomo Lauro dopo un lavoro di venticinque anni pubblicò Antiquæ urbis splendor (1612), che sono i monumenti della gran città, mediocri come arte, e con spiegazione in tre lingue. Pietro Sante Bartoli romano incise con sapore e grazia monumenti antichi, conservandone molti che di poi perirono; benchè li riduca a carattere troppo uniforme. In pietre dure incisero Cosimo Sirles fiorentino, Carlo Costanzi napoletano, Francesco Chingi senese, di cui lodatissima una Venere in amatista di centottantuna libbra di peso. Massimiliano Soldati scultore fiorentino fece la storia metallica della regina Cristina in venti medaglie che doveano essere cento, altre per Luigi XIV, i magnifici candelabri di bronzo dorato nella Nunziata di Firenze, un ostensorio per San Lorenzo.

Il ferrarese Antonio Contri inventò di trasportare le pitture dai muri su tela. Jacopo Strada di Mantova, che scrisse d’antiquaria e applicò le medaglie alla storia, fu il primo a trafficar in grande di capi d’arte; comprò i portafogli del Serlio a Lione, a Roma quei di Perin del Vaga, tra cui n’avea di Rafaello; a Mantova i cartoni di Giulio Romano, e li rivendette a gran vantaggio in Germania.

Il mal gusto diffondeasi nel resto d’Europa, mercè dei nostri chiamati fuori, e delle accademie dai forestieri istituite a Roma per allevare i giovani. A Madrid il Sacchetti di Torino eresse il palazzo di Filippo V; Juvara messinese quel della Grazia; Bonavia lombardo quello d’Aranjuez. Rodrigo Velasquez di Siviglia, venuto in Italia col generale Ambrogio Spinola, guarda tutto, copia molto benchè già illustre in patria; fa stupire Roma coi ritratti, e commette un quadro a ciascun dei dodici pittori che allora tenevano il primato; i quali portati in Ispagna con altri e con modelli, fregiarono i regj palazzi. Il maggiore architetto inglese Jones avea studiato in Italia pittura, e si propose di imitare Palladio: Wren non seppe scegliere miglior modello che il San Pietro per edificare San Paolo di Londra. Su Michelangelo e sui Caracci fermaronsi gli architetti e pittori francesi: il Mazarino, come procacciavasi carrozze fatte a Roma, stipi fiorentini intarsiati d’avorio e di pietre, damaschi rossi di Milano, specchi di Venezia, biancheria e merletti di Genova, e scene, vestiarj, teatranti pe’ suoi splendidi banchetti, così traeva di qui artisti, come il pittore Grimaldi e il Romanelli che fece a Parigi la famosa volta. Nicola Poussin, amico del Marini e de’ nostri migliori, visse quasi sempre a Roma, e in mezzo a quegli sragionamenti meritò essere intitolato il filosofo della pittura. Il Callot si aggregò a una banda di zingari per vedere l’Italia. Anche Claudio di Lorena, venuto a Roma fanciullo, e quivi o a Napoli educato, poveretto da prima e servo del pittore Tassi, s’invaghì del paesaggio, scorreva le campagne osservando senza parlare nè disegnare, e riuscì il maggior paesista, con potenza serena e calma incantando senza esagerazione nè maniera. Di questa invece è tutto infetto Mignard, che imitò i Caracci e Pier da Cortona. Puget, che dissero il Michelangelo francese, lasciò molte opere a Genova. Altri francesi porsero saggio di tribune e stranezze nella cappella di Sant’Ignazio al Gesù di Roma. Luigi XIV, o piuttosto il ministro Colbert, consigliato da Perrault traduttore di Vitruvio, manda a Roma Desgodetz lautamente provvisto per copiarvi i migliori edifizj; i quali poi, incisi da Lepautre che avea studiato sui nostri cinquecentisti, vennero pubblicati con isplendida eleganza.

Non mancò chi scrisse delle arti, piantando anche sistemi falsi e teoriche deliranti. Il Bibiena diede un Corso d’architettura civile e la Direzione ai giovani studenti. Il gesuita Francesco Eschinardi romano, autore d’una Architettura civile e d’una militare, espose molti proprj esperimenti e dissertazioni sull’urto, sulle comete, e sul taglio dell’istmo di Suez, la cui difficoltà riponeva non nella supposta diversità di livello fra i due mari, ma nelle sabbie accumulantisi. Teofilo Gallacini senese (1564-1641), medico poi matematico, scrisse degli errori degli architetti, importante lavoro rimasto inedito come le altre opere sue, finchè nel 1767 fu stampato a Venezia; esame di sicuro gusto. Gianpaolo Baglioni continuò inettamente il Vasari; Gian Pietro Bellori approva gli antichi, e ne trae gusto migliore; Filippo Baldinucci, la storia dell’arte divise in secoli e questi in decennali, sminuzzamento vizioso, come quello in iscuole, generalmente adottato; supplì alle molte omissioni del Vasari, e nel Vocabolario del disegno fa troppo scorgere di non essere artista. Delle varie scuole si hanno storici parziali, Carlo Ridolfi della veneta, Vedriani della modenese, Soprani della genovese, Bongiovanni della napoletana, Passeri dei lavori in Roma; e tutti esaltano i contemporanei per modo che di tutti que’ mediocri ci restano memorie, mentre perirono quelle degl’insigni del medioevo. Cesare Malvasia nella Félsina pittrice impugna accannitamente il Vasari; ma essendo trascorso a nominar Rafaello il boccalajo d’Urbino, per quanto se ne pentisse e cancellasse tutte le copie, gli si levò addosso un rumore che non è ancor cessato.

CAPITOLO CLVII. Letteratura.

Le cause medesime produceano il medesimo degradamento nella letteratura, toltasi anch’essa dall’azione quando non più la vita pubblica batteva sulla selce del genio per trarne faville, la lenta compressione riduceva a studj esanimi, cui unico merito era la manualità; abbandonando lo spontaneo, si cercò o una svigorita imitazione degli antichi, o novità anfanate, sagrificando il bello all’enfatico, l’elegante al pomposo, il vero alla ricerca dell’effetto, a colpi di forza dove l’inanità dell’interno contrasta colla pretensiva esteriorità. Nessun più sa tenere la penna di Machiavelli, non tesser periodi rotondi e corretti come il Casa, non ischerzar leggero e arguto come il Firenzuola o il Berni, non tessere strofe colla lucida agevolezza dell’Ariosto, non descrizioni ampie ed evidenti come Guicciardini: ai tipi d’eleganza surrogansi tipi di mal gusto; l’amore uccide la tenerezza cogli epigrammi; l’ispirazione si manifesta con contorsioni da ossesso. Eppure il Seicento può mostrare bei nomi, fantasie più originali, sentimenti più individuali e patriotici che l’età precedente: or perchè ricordando gli sciagurati che si sfrenarono al mal gusto oblieremo quelli che seppero traversarlo senza contaminarsene?

Celio Magno (-1602), segretario del consiglio de’ Dieci e da alcuni chiamato il maggior petrarchesco, celebrò le vittorie de’ Veneziani sui Turchi, e volea stendere sei canzoni su ciascuna di queste parole, Deus pro nobis natus mortuus resurrexit rediturus. Fatta la prima, la lesse a una brigata di Milanesi, i quali la trovarono stupenda, e ne scrissero dissertazioni e lodi, col cui corredo si stampò nel 1597 quella «divina canzone, che si lascia di gran lunga addietro quante canzoni sono state mai scritte in questo proposito»: e veramente è delle migliori ed ultime produzioni del Cinquecento[183].

Vanto più durevole ottenne Torquato Tasso bergamasco (1544-95), nato a Sorrento da Bernardo, che conoscemmo gentiluomo e poeta (t. X, pag. 189). Dai primi anni ne attinse amore dei versi e subordinazione di cortigiano; e per quanto quegli il distornasse da una via che avea trovata irta di triboli, egli si prefisse di riuscire poeta. Che natura non ve lo spingesse prepotentemente il mostrò coll’andare tentando diversi generi, senza in uno acchetarsi, come chi opera non tanto pel bisogno di creare, quanto per riflessione sulle opere altrui; egli lirico, egli tragico, egli romanzesco, egli epico, egli cavalleresco, egli sacro e descrittivo.