A diciott’anni mentr’era ancora studente, sull’orme paterne compose il Rinaldo, e si scusa di non cominciar ogni canto col prologo, di conservare unità d’azione anzichè interrompere il filo. A tali discolpe era ridotto! e davvero la gemebonda melanconia che già vi spira, dovea rimoverlo dalle ebbrezze di moda, e dai gavazzieri poemi cavallereschi: ma nobilmente invidiando alla gloria dell’Omero ferrarese, lo osservò soltanto dal suo debole; e poichè troppo era lontano da tanta ricchezza e padronanza di stile e di poesia, sperò poterlo superare mediante la regolarità che a quello mancava. Di Dante non parla Torquato che tardi[184], e ammirando il portoghese Camoens, prefisse di scegliere, come esso, un argomento moderno, e modellarlo sul tipo virgiliano. Che se Camoens avea cantato le glorie della sua nazione, egli, dopo molto ondeggiare, prescelse l’impresa comune della cristianità, la prima, anzi l’unica dove tutta Europa si unisse a combattere «d’Asia e di Libia il popol misto», per proteggere la severa civiltà della croce contro la voluttuosa barbarie dell’islam, per decidere se l’umanità dovea retrocedere fino alla schiavitù, al despotismo, alla poligamia, o lanciarsi all’eguaglianza ed al progresso. Quanta poesia sgorgava dalla descrizione della prima crociata! quante reminiscenze classiche e quante devote! quanto pittoresco ne’ costumi radunati di tutta Europa! quanta forza e varietà in que’ baroni, ciascun de’ quali formava storia da sè, e com’era re nel proprio castello, così operava indipendente e risoluto e non per cenno di principe, in un’impresa ove ciascuno volea mettere tutti i mezzi e il valor proprio, ma senza sottoporlo a comandi altrui. E quell’impresa, che riusciva a un fine più grandioso, ma diverso dal preveduto, non avea perduto opportunità ai giorni del Tasso, quando ancora i Turchi minacciavano, e contro questi la Chiesa pregava ogni giorno[185].

Un tale soggetto baleni ad un’intelligenza poetica, e ne sentirà l’impareggiabile elevatezza: eppure Torquato esitò fra questo ed altri di troppo inferiore dignità; e il suo peritarsi fra la prima e la seconda crociata sarebbe inesplicabile, se non si riflettesse che, secondo il modulo virgiliano, credeva necessaria l’unità del protagonista. Alla seconda crociata armaronsi i re, nessuno alla prima: onde il Tasso dovette falsarla essenzialmente, attribuendovi ciò che più le repugnava, vale a dire un capo a cui tutte le volontà si sottomettessero nell’intento di «liberare il gran sepolcro e ridurre gli erranti compagni sotto i santi segni». Com’è pio Enea, così pio dev’essere Goffredo; nè soltanto virtuoso come gli eroi di Bernardo Tasso, ma anche religioso. Gli amori formano il viluppo dell’Eneide, e così devono esser qui; e dopo che nei primi due canti ci spiegò innanzi la maestosa marcia di tutta Europa e le opposizioni preparate dall’Asia e dall’Africa, eccolo impicciolirsi nel rinterzato romanzo di Tancredi amato da Erminia e amante di Clorinda, e di Rinaldo vagheggiante Armida. Un «concilio degli Dei d’Averno» si risolve in mandare una fanciulla a sedurre qualche cavaliero. Un incanto della foresta che somministra il legname sospende l’impresa, finchè traverso all’Atlantico due messaggeri, non contraddistinti che dal nome, vanno a svellere dalla voluttà Rinaldo affinchè giunga di sì lontano a recidere una pianta. Allora tutto si ravvia prosperamente; Gerusalemme è presa; è sciolto il voto alla tomba di Cristo: ma la conciliazione d’Armida con Rinaldo è solo lasciata indovinare, è incerta la sorte d’Erminia.

Questi amori, che riempiono due terzi del poema, atteggiano a mollezza un’impresa tutta vigoria; e quella regolarità la riduce simile a tante spedizioni, a tanti assedj, che la storia ricanta. Nulla intendendo dell’età feudale, il Tasso fallisce ad ogni convenienza di persone e di età; nè vigoroso quanto bastasse per uscire di sè, trasformarsi negli eroi che descrive, sentire com’essi, come i loro tempi, al soprannaturale del pensiero surroga quel dell’immaginazione; alle stregherie de’ suoi tempi toglie a prestanza un meraviglioso vulgare, mentre i Crociati nella loro concitazione vedeano Dio e santi dappertutto, e apparimenti di angeli nei fenomeni della natura; tutto riduce ad ordine, perchè ordine era la sua mente; a ragione in luogo di fantasia; a calcoli invece d’entusiasmo. Il soggetto lo porta a situazioni confacenti col suo sentire? allora il Tasso è veramente artista, come negli episodj d’Olindo e Sofronia, d’Erminia, d’Armida, tanto ben trovati quanto fuor di luogo; nè la poesia di verun paese ha situazione meglio immaginata che la morte di Clorinda.

Ma prima d’ordire il suo poema, il Tasso avea scritto i Discorsi sull’epopea, studiato Aristotele, analizzati Omero e Virgilio; ogni poetica che uscisse, egli volea vederla, e forse furono queste che tanto gli tardarono di sentire il bisogno d’un senso profondo[186]: allora al difetto cercò supplire con un’allegoria; oscura superfluità, dove non propone al pensiero che la psicologia, scevera dalla storia e dalla metafisica, le idee separando dal loro principio e dall’applicazione. Camoens doveva insegnargli a far grandeggiare la propria nazione: ma benchè Tancredi e Boemondo gliene offerissero il destro, dell’Italia non fa cenno forse che in due versi.

Quella soave melanconia stacca insignemente dal fare burlevole de’ suoi contemporanei, quanto l’aver preso il lato nobile e serio della cavalleria dove gli altri la trattarono da celia, pretendendo frenare le capresterie della cavalleresca coll’epopea classica, unire il Trissino e l’Ariosto, il raziocinio e l’immaginativa; coll’interesse sempre sostenuto, con ostacoli via via crescenti fin ad una catastrofe, alla quale non toglie curiosità l’essere già nel titolo annunziata; sicchè come arte, come romanzo, è stupendamente composto.

Però a grandezza vera non sale mai; le occasioni poetiche lascia sfuggirsi. Per dipingere il paradiso traduce il Sogno di Scipione, egli cristiano[187]; delle ambascerie, atti e parole copia da Tito Livio; Goffredo non sa riconfortar il campo se non colle frasi d’Enea; il viaggio traverso al Mediterraneo e all’Atlantico è ricalcato su quel d’Astolfo nell’Ariosto; dalla scienza cavalleresca dell’età sua stilla la descrizione dei duelli[188]; dai libri di retorica i compassati discorsi; da quei di morale scolastica le pompose sentenze del suo Buglione. Questo mostrasi capitano perfetto, ma troppo inaccessibile alle passioni; Tancredi, cavaliere compiuto, si smaschia in amori che nol portano ad altamente operare, ma a femminei lamenti; Rinaldo, bizzarro e passionato, trae unica impronta dal destino che il serba a uccidere Solimano, e divenir padre dei duchi estensi.

Perocchè il Tasso pagò largo tributo al genio piacentiero dell’età sua, spiegando le vele nel mar delle lodi[189]; al gusto di quella profuse i concettini, di cui a gran torto il vollero inventore; nella grazia artifiziata del suo lavoro cercando le bellezze di tutti i predecessori, o le frantende, o esagerando le corrompe; le situazioni affettuose guasta colle arguzie e coll’eccesso.

Eppure quest’opera, sebbene non popolana come l’Iliade, ma aristocratica e monarchica come l’Eneide, ogni Italiano lesse per la prima, la sa a mente, testè cantavasi sulla spiaggia di Mergellina e nelle gondole di Venezia; tanto sopra un popolo sovranamente musicale può l’armonia poetica! Ma quello che rende popolare il Tasso sono gli episodj; prova che sono sconnessi dal tutt’insieme, e proprj di qualsivoglia tempo; siccome quel tono di sentimento, quell’elegiaco, che egli non depone neppur nella voluttà. Anima buona, amorevole, gemebonda, senza la forza che fa reluttare ai mali e ringrandisce nelle patite ingiustizie; la sensibilità formò il suo merito e la sua espiazione; e il secol nostro, cui più non si confaceva la forma del suo poema, si accorò alla persona di lui ed ai misteriosi suoi sofferimenti.

Nella Corte d’Alfonso II di Ferrara fu segno all’invidia de’ cortigiani e all’affetto della duchessa Eleonora. S’indispettì qualche volta della protezione; nella conoscenza del proprio merito, la diffidenza come un’idea fissa lo perseguitava; parendogli essere vilipeso dai valletti, contrariato ne’ suoi amori; Scipione Gonzaga tiene in sua casa convegni dove si disputa del merito delle opere di esso, ed egli dubita di burle; dubita di Orazio Ariosto che lo loda; dubita del conte Tassoni che a Modena lo distrae; dubita del cardinale Medici che gli esibisce ricovero a Firenze se gli Estensi lo abbandonassero; il servidorame ride delle sue bizzarrie; i cortigiani godono deprimere colla compassione quel che li sorpassa in ingegno; ed egli or piagnucola, ora stizzisce, tira coltellate, prorompe in parole ingiuriose al duca; questo gli proibisce di scrivere, ed egli parte per Mantova, per Torino; ben accolto, sta per accettare l’invito del granduca, ma pur torna a Ferrara, e continua le stranezze.

Già all’inquisitore di Bologna erasi accusato di dubbj intorno all’Incarnazione, e quello avealo rimandato col Va in pace. Malato, gli risorsero que’ dubbj, e il duca gli consigliò di presentarsi al Sant’Uffizio, che ancora l’assicurò o d’innocenza o di perdono; il duca stesso accertollo di non aver nulla contro di lui; ma il Tasso avea trovato quell’assicurazione non essere in forma, non sufficiente l’esame degli inquisitori, e smarrivasi in sottigliezze, e dava a rider colle bizzarrie; sicchè la sua ragione parendo offuscata, Alfonso lo fece chiudere nell’ospedale di Sant’Anna. È uno dei temi più vulgari per declamare sulla tirannide dei mecenati e sui patimenti dell’uomo di genio; e persone di senno consumarono libri per accertare la causa di quella disgrazia, e per iscoprire l’arcano, di cui egli stesso mostravasi geloso allorchè scriveva: — Amico, non sai tu che Aristone giudicava niun vento essere più nojoso di quello che toglie altrui d’attorno la cappa? Or intendi che la prudenza ha per mantello il segreto».