In fatti, sebbene tanto parlasse di sè, ci lascia incertissimi su molte sue condizioni e sulla causa di sue ambasce: ma convince ch’egli soffriva d’allucinazioni; da sè confessasi pazzo[190]; cerca guarire or consultando i medici migliori e il famoso Mercuriale[191], or usando rimedj taumaturgici, quali la manna di sant’Andrea; ma perchè lo scatolino arriva dissugellato, egli teme sia veleno, e lo ricusa. Soprattutto si duole della svanita memoria, e la meravigliosa sua lettera a Scipione Gonzaga, del 1579, non è d’un frenetico, ma neppure d’una mente sana. Gli sta fissa l’idea d’essere perseguitato, ma per quali accuse? In tale indagine passa in rassegna tutte quelle che mai possano essergli apposte, falli di gioventù, eresie, e la più vaga di tutte, quella di fellonia[192]. Poi rivolgendosi a Dio, si scagiona delle incredulità: — Non mi scuso io, o Signore, ma mi accuso che tutto dentro e di fuori lordo e infetto de’ vizj della carne e della caligine del mondo, andava pensando di te non altramente di quel che solessi talvolta pensare alle idee di Platone e agli atomi di Democrito... o ad altre siffatte cose di filosofi; le quali il più delle volte sono piuttosto fattura della loro immaginazione che opera delle tue mani, o di quelle della natura, tua ministra. Non è meraviglia dunque s’io ti conosceva solo come una certa cagione dell’universo, la quale, amata e desiderata, tira a sè tutte le cose; e ti conosceva come un principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come Signore che in universale provvede alla salute del mondo e di tutte le specie che da lui son contenute. Ma dubitava se tu avessi creato il mondo, o se ab eterno egli da te dipendesse; se tu avessi dotato l’uomo d’anima immortale; se tu fossi disceso a vestirti d’umanità... Come poteva io credere fermamente ne’ sacramenti o nell’autorità del tuo pontefice, se dell’incarnazione del tuo figliuolo o dell’immortalità dell’anima era dubbio?... Pur m’incresceva il dubitarne, e volentieri l’intelletto avrei acchetato a credere quanto di te crede e pratica la santa Chiesa. Ma ciò non desiderava io, o Signore, per amore che a te portassi e alla tua infinita bontà, quanto per una certa servile temenza che aveva delle pene dell’inferno; e spesso mi sonavano orribilmente nell’immaginazione l’angeliche trombe del gran giorno de’ premj e delle pene, e ti vedeva seder sopra le nubi, e udiva dirti parole piene di spavento, Andate, maledetti, nel fuoco eterno. E questo pensiero era in me sì forte, che qualche volta era costretto parteciparlo con alcun mio amico o conoscente...; e vinto da questo timore, mi confessava e mi comunicava nei tempi e col modo che comanda la tua Chiesa romana: e se alcuna volta mi pareva d’aver tralasciato alcun peccato per negligenza o per vergogna, replicava la confessione, e molte fiate la faceva generale. Nel manifestare nondimeno i miei dubbj al confessore, non li manifestava con tanta forza nelle parole, con quanta mi si facevano sentire nell’animo, perciocchè alcune volte era vicino al non credere... Ma pure mi consolava credendo che tu dovessi perdonare anche a coloro che non avessero in te creduto, purchè la loro incredulità non da ostinazione e malignità fosse fomentata; i quali vizj tu sai, o Signore, che da me erano e sono lontanissimi. Perciocchè tu sai che sempre desiderai l’esaltazione della tua fede con affetto incredibile, e desiderai con fervore piuttosto mondano che spirituale, grandissimo nondimeno, che la sede della tua fede e del pontificato in Roma sin alla fin de’ secoli si conservasse; e sai che il nome di luterano e d’eretico era da me come cosa pestifera aborrito e abominato, sebben di coloro che per ragione, com’essi dicevano, di Stato vacillavano nella tua fede e all’intera incredulità erano assai vicini, non ischivai alcuna fiata la domestichissima conversazione».

Così penò sette anni (1579-86), supplicando or l’uno or l’altro per la sua liberazione, e intanto altri pubblicò la sua Gerusalemme, non ancor bene limata; e tosto volò per Italia coll’esito più desiderabile, cioè con molti strapazzi e moltissima ammirazione. Torquato scese a difendersi, o piuttosto a confessarsi in colpa, giacchè insiste continuo sul non aver potuto perfezionare il poema suo; anzi lo rifuse nella Gerusalemme conquistata (1593), opera più fedele alla storia, più castigata di stile e d’invenzioni, ma che la posterità ripudiò, benchè egli la preferisse all’altra, di cui dicea vergognarsi[193]. Religioso sempre, e più negli ultimi anni, tentò anche un poema biblico, le Sette giornate del mondo creato, stucchevole com’è sempre il descrivere senz’azione, quand’anche fosser minori le controversie e più vive le pitture, e in quella fredda enumerazione non lasciasse sentire la fatica d’un poeta, anzichè la voce de’ cieli che narrano la gloria di Dio. Del suo Aminta già parlammo (t. X, p. 217). La tragedia del Torrismondo, amore incestuoso di fratello, tiene degl’intrecci romanzeschi che allora piacevano, e degli orrori che oggi ripiaciono. I sonetti e le canzoni di lui diconsi i migliori dopo il Petrarca; ma niun li legge, e pochi le prose, dettate senza pretensione, ma senza forza, perocchè i difetti del Tasso sono piuttosto negativi.

Del resto il farne il tipo dell’ingiustizia critica è esagerazione. In sei mesi comparvero sei stampe del Goffredo; diciotto in cinque anni; ed una in Francia, dove era veneratissimo, e dove Balzac, dispensiero della gloria, diceva che «Virgilio è causa che il Tasso non sia il primo, e il Tasso è causa che Virgilio non sia solo», benchè il rimproveri perchè mescola il sacro al gentilesco, e come il suo Ismeno, «sovente in uso empio e profano Confonde le due leggi a sè mal note». Malherbe non saziavasi d’ammirare l’Aminta, e avrebbe dato (dice Ménage) tutto un mondo per esserne l’autore[194]. In Italia il Tasso ebbe per lo meno tanti difensori quanti aggressori; e ruppero lancie per lui Giulio Gustavini, l’Iseo, Nicolò degli Oddi, Malatesta Porta, Alessandro Tassoni, Giambattista Marini, Camillo Pellegrini, Giulio Ottonelli, Paolo Beni. Che se il Salviati, anche col nome di Ormanozzo Rigoli, Orlando Pescetti, Giovanni Talentoni, Orazio Ariosto, Lodovico del Pellegrino, Francesco Patrizio, Gian de’ Bardi, Orazio Lombardelli il combattevano, serbavangli però altissimo seggio, giacchè disputavano qual fosse superiore esso o l’Ariosto.

Ma l’Ariosto è il poeta del libero slancio, della fantasia apparentemente sbrigliata; rinterza quattro o cinque avvenimenti contemporanei, e tutto si fa perdonare colla lucida eleganza e l’animata soavità. Il Tasso non sa ribellarsi nè alla Crusca nè ad Aristotele nè all’opinione, e si sottomette alle credenze, agli usi, ai precetti. L’Ariosto non bada nè ad Omero nè a Virgilio, ma al proprio capriccio; si ride del soggetto, degli uditori, di se stesso; maneggia la lingua da padrone e padrone ricchissimo. Il Tasso s’assoggetta al desiderio de’ dotti contemporanei, che voleano ripristinare la grammatica e la politica antica, non dà un passo se nol giustifichi cogli esempj, non un viluppo arrischia se non serva a tardare o svolgere l’azione principale; e il suo riprodurre i Classici non consiste in reminiscenze, come avviene a Dante e all’Ariosto, ma in imitazioni fino al plagio. Canta armi e cavalieri, ma rimovendo l’ironia per ridursi sentimentale e galante; cerca lo splendore più che l’originalità e l’avventuroso; poeta della grazia artifiziata, della forma plastica inalterabile, povero nella lingua, zoppo nell’ottava, dando ai Secentisti l’esempio del descriver per descrivere e dell’iperbole. L’Ariosto esprime la reviviscenza pagana al tempo de’ Medici, con quell’innamoramento della forma esteriore, della vaghezza corporea, e la foga de’ sensi e della vita, e il barbaglio delle fantasie: il Tasso, sempre in tono di convinzione, sebbene profitti della macchina cavalleresca coi duelli e colle magìe, indica il ritorno dello spirito cristiano nella devota impressione, nella religiosità di quei cavalieri, nelle processioni, nella compunzione, nella costante dignità di eroi, non affascinati dalla verga romanzesca, e ribattezzati nel lavacro di Trento. Se non che da fantasia e memoria lascia usurpare troppo spesso il luogo della fede reale; i prodigi vacillano fra il miracolo e la spiegazion naturale; Musulmani e Cristiani adoprano il linguaggio stesso, amano allo stesso modo; il continuo imitare elide l’impressione d’un’epica originalità; tanta mescolanza di falso e di fittizio, tanta malaticcia dolcezza rivelano il languore che invadeva la letteratura come la nazione, riducendola a falsa retorica, a poesia dotta, come quando è perduto il senso della poesia creatrice. Ma se la fantasia più vivace, le invenzioni più abbaglianti, una più vasta concezione, una maggior libertà ci fanno ammirar altri, nel Tasso amiamo quella mesta armonia, quelle voci di cuore, quella simmetria, quel converger tutte le forze cristiane a un fine grande, al quale mettono capo le molteplici avventure. E que’ sentimenti son ancora d’oggi, più che non le cupe architetture di Dante o il caleidoscopio dell’Ariosto: la gran quistione del recuperar la terra ove nacque la civiltà e fu compita la redenzione, non è per anco risolta; laonde le simpatie sono tuttavia assicurate a Torquato, nel quale amiam pure i difetti e le piccolezze, perchè il gusto di scoprirle ci toglie la mortificazione d’un confronto trascendente.

Ma dei difetti del Tasso è colpa in parte l’indole di lui, uno di quelli che pajono predestinati a soffrire. Bisognoso d’uscir da se stesso, di piacere alle donne, alla Corte, ispirazione principale de’ suoi canti; anche dopo scarcerato, e quantunque avesse scritto «non convenire per le ingiustizie degli uomini i buoni ingegni avvilirsi, ma doversi separare dal vulgo con l’altezza dell’animo e con gli scritti, ne’ quali ha poca forza la fortuna, nessuna la potenza de’ grandi», non si sentì forza di abbandonare i principi[195] e raccogliersi nella dignità d’uomo grande. Se si sentisse stanco della continua fatica di piacere, trovavasi senza affetti domestici, senza una patria, senza una dimora fissa; e andava vagando, ricevuto a onore dappertutto; i vescovi si pregiavano di ospitarlo, le città ne registravano sui loro fasti il passaggio[196]; Genova l’invitò a legger filosofia «con la provvigione di quattrocento scudi d’oro fermi e altrettanti straordinarj»: eppure sempre pareagli esser infelice, lamentavasi de’ libraj indiscreti[197], per povertà non potea soddisfare innocentissime voglie, e dovea vendere o impegnare i doni[198].

Continuò querele e preghiere finchè il papa lo chiamò a ricevere in Campidoglio la corona che aveva onorato Petrarca. Venne, ma stremo di salute, benchè ancora in buona età; e non nei palagi degli Aldobrandini, ma si raccolse nel convento di Sant’Onofrio, su quell’altura, così opportuna a contemplare la città delle glorie cadute; e sentendosi finire, scriveva: — Il mondo ha pur voluto aver la vittoria di condurmi alla sepoltura mendico, quand’io pensava che quella gloria che, malgrado di chi non vuole, avrà questo secolo da’ miei scritti, non fosse per lasciarmi in alcun modo senza guiderdone. Mi son fatto condurre in questo monastero... quasi per cominciar da questo luogo eminente, e colla conversazione di questi buoni padri, la mia conversazione in cielo». E di cinquantun anno morì come un santo, e l’alloro non potè fregiare che la sua bara.

Muori in pace, anima gemebonda, e lascia la scena al gran ciarlatano, che alla simmetria virgiliana e petrarchesca surroghi la bizzarria mescolata di audace e di pedantesco.

Giambattista Marini da Napoli (1569-1625), toltosi al fôro per seguire il genio poetico, cioè le volubilità del suo carattere, come negli atti così nello stile imitando gli Spagnuoli, voleva il gonfio, il pomposo, il madrigalesco; ponea scopo della poesia l’eccitare stupore[199]; e gli scambietti ginnastici fra gente che si storpiava nella purezza parvero non solo perdonabili ma lodevoli. Tutto prosopopee e lambiccature, le sue intitola Poesie amorose, lugubri, marittime, polifemiche, risate, fischiate, baci, lacrime, devozioni... Che ragionevolezza di sentimenti o di frase? che politica? che coraggio? che morale? Allegro cortigiano, non pensa a riformare nè l’arte nè l’opinione; veste al suo ingegno la livrea del tempo, e navigando a fior d’acqua sulla corrente, qualunque soggetto trova buono a’ sonori suoi nulla; mai non osservando il lato serio della vita, indulge a una voluttà sistematica, senza trasporti meretricj, ma senza pudore; soprattutto sa mettere in iscena se stesso, segnalarsi per amicizie e nimicizie, e così scrocca la gloria, com’altri scroccavano un impiego.

Chi va curioso sulle velleità della moda, indagherà il perchè l’amore del gonfio e del vanitoso sì nella letteratura, sì nelle arti, divenisse allora epidemico. La Germania anfanò nella scuola del Lohenstein; l’Inghilterra nell’eufuismo; la Spagna principalmente nello stile colto del Gongora. Centro de’ begli spiriti parigini erano Giulia Savelli marchesa Pisani, e Caterina di Vivonne nata a Roma (1600) da un Pisani, poi divenuta marchesa di Rambouillet, che nel loro palazzo, costruito e disposto all’italiana, introdussero le tradizioni del natìo paese sul vivere elegante; e adottato un nome e un linguaggio convenzionale, pretensivo, lambiccato, si fecero legislatrici d’un gusto frivolmente colto, pedantescamente arguto. Se v’aggiungiamo l’azione di Maria de’ Medici regina, circondata di cortigiani fiorentini, è facile comprendere quanto dovesse acquistarvi predominio l’italiano.

Giusta i concetti d’allora, chiamavasi Plejade l’eletta degl’ingegni francesi, e questi s’affaticavano dietro ai nostri classici non meno che agli antichi: di Ronsard dicevasi che pindarizzava e petrarcheggiava; di Voiture abbiamo versi italiani; di cose e frasi italiane ribocca Balzac, l’autore allora più rinomato; citazioni di versi italiani frequentano in Racine e Boileau. Ménage, corifeo della consorteria italianizzante, commentò l’Aminta e le rime di monsignor Della Casa; soccorso dal Redi e dal Dati, cercò della lingua nostra etimologie, stravaganti le più e ridicole, tutte senza sistema; ed egli e Chapelain, l’epico aspettato di quell’età, inviavano alla nostra Crusca l’interpretazione di qualche verso del Petrarca. L’abate Regnier Desmarets italianizzò Anacreonte, e a tacer altre opere, fece una canzone che i sopracciò credettero del Petrarca, e gli meritò posto nella Crusca; e il Redi, colla condiscendenza d’amico, asseriva che «scrive prose e versi con tanta proprietà, purità e finezza, che qualsiasi più oculatissimo critico non potrà mai credere ch’egli non sia nato e nutrito nel cuore della Toscana».