Reggendo Maria de’ Medici, nell’intervallo tra la potenza del Concini accademico della Crusca e quella del Richelieu, spiegossi colà il furore de’ romanzi, a capo di tutti camminando l’Astrea di D’Urfé, il quale era molto vissuto in Savoja praticandovi san Francesco di Sales, e diceva: — Io ha fatto il manuale de’ cortigiani, come quel santo il manuale de’ devoti». Dietro a lui un armento d’imitatori ebbe rinomanza effimera, ma estesa efficacia sulla società; ed abbandonato il vero nell’invenzione, facilmente se ne staccarono anche nell’espressione, tutta concetti e smancerie.

Per trovare il peggior secentismo basterebbe assaggiare un de’ migliori, Gian Pietro Camus vescovo di Belley, che alla pietà credette servire non meno coll’ardentissimo zelo in convertire protestanti che col pubblicare ben cinquanta romanzi, quali le Memorie di Daria, dove si vede l’idea d’una vita devota e d’una morte religiosa, l’Agathonfilo o i Martiri siciliani, dove si scopre l’arte di ben amare per antidoto alle affezioni disoneste, gli Spettacoli d’orrore, l’Anfiteatro insanguinato, il Pentagono istorico che mostra in cinque facciate altrettanti accidenti segnalati[200]. Che dirò del Bartas, il quale chiama i venti postiglioni di Eolo, il sole duca delle candele, i monti della sua Guascogna infarinati d’una neve eterna?

In questa Francia era venuto il Tasso, e n’aveva osservato con finezza e dipinto con verità i costumi. Vi capitò anche il Marini (1615), e non comprese nulla di quel grand’intrico di furberia e menzogna che fu la Fronda, nè di quella società ove tutti i vizj ammantavansi di tutte le grazie; ove le sollevazioni erano un intermezzo delle galanterie; ove, tra il profondo disordine recato dalla mancanza d’istituzioni, i Francesi apparivano insolenti fin nell’umiliarsi, rispettosi fin nella ribellione. Il Marini non vi riconobbe che materia di ciarlatanesche gofferie: «Mi son dato al linguaggio francioso, del qual per altro fin qui non ho imparato che huy e neni; ma neanche questo mi par poco, poichè quanto si può dire al mondo consiste tutto in affermativa o negativa. Circa al paese che dirvi? egli è un mondo; un mondo, dico, non tanto per la grandezza, per la gente e per la varietà, quanto perchè egli è mirabile per le sue stravaganze: le stravaganze fanno bello il mondo; perciocchè sendo composto di contrarj, questa contrarietà costituisce una lega che lo mantiene: nè più nè meno la Francia è tutta piena di ripugnanze e di sproporzioni, le quali però formano una discordia concorde che la conservano; costumi bizzarri, furie terribili, mutazioni continue, guerre civili perpetue, disordini senza regola, estremi senza mezzo, scompigli, garbugli, disconcerti e confusioni; cose insomma che la dovrebbero distruggere, per miracolo la tengono in piedi; un mondo veramente, anzi un mondaccio più stravagante del mondo istesso.

«Incominciate prima dalla maniera del vivere: ogni cosa va alla rovescia, e le donne son uomini, intendetemi sanamente; voglio dire che quelle hanno cura del governo della casa, e questi si usurpano tutti i lor ricami e tutte le loro pompe. Le dame studiano la pallidezza, e quasi tutte pajono quotidiane; e per essere tenute più belle sogliono mettersi degl’impiastri e dei bullettini sul viso; si spruzzan le chiome di certa polvere di Zanni che le fa diventar canute, talchè da principio io stimava che tutte fossero vecchie.

«Veniamo al vestire. Usano portar attorno certi cerchi di botte a guisa di pergole, che si chiamano vertugadi; questo quanto alle donne: gli uomini in sulle freddure maggiori vanno in camiscia; ma vi ha un’altra stravaganza più bella, che alcuni sotto la camiscia portano il farsetto; guardate che nuova foggia d’ipocrisia cortigiana! Portano la schiena aperta d’alto a basso, appunto come le tinche che si spaccano per le spalle; i manichini son più lunghi delle maniche, onde rovesciandoli sulle braccia, par che la camiscia venga a ricoprirne il giubbone; hanno per costume di andare sempre stivalati e speronati: e questa è pure una delle stravaganze notabili; perchè tal ci è che non ebbe mai cavallo in sua stalla, nè cavalcò in sua vita, e tuttavia va in arnese di cavallerizzo: nè per altra cagione penso io che costoro sien chiamati galli se non perchè appunto, come tanti galletti, hanno a tutte l’ore gli sproni ai piedi: in quanto a me, piuttosto che galli dovrebbero esser detti pappagalli; poichè, sebben la maggior parte, quanto alla cappa ed alle calze, vestano di scarlatto, il resto è di più colori che non sono le tavolozze dei dipintori. Pennacchiere lunghe come code di volpi, e sopra la testa tengono un’altra testa posticcia con capegli contraffatti, e si chiama parrucca...

«Anch’io, per non uscir dell’usanza, sono stato costretto a pigliare i medesimi abiti: oh Dio, se voi mi vedeste impacciato tra queste spoglie da mammalucco, so che vi darei da ridere per un pezzo. In primis la punta della pancia del mio giubbone confina con le natiche; il diametro della larghezza e della profondità delle mie brache nol saprebbe pigliar Euclide; fortificate poi di stringhe a quattro doppj: due pezze intere di zendado sono andate a farmi un pajo di legami che mi vanno sbattocchiando pendoloni fino a mezza gamba colla musica del tif taf: l’inventore di questi collari ebbe più sottile lo ingegno di colui che fece il pertugio all’ago; son edificati con architettura dorica, ed hanno il suo controforte e ’l rivellino intorno, giusti, tesi, tirati a livello; ma bisogna far conto di aver la testa entro un bacino di majolica, e di tener sempre il collo incollato come se fosse di stucco. Calzo certe scarpe che pajono quelle di Enea, secondo che io lo vidi dipinto nelle figure d’un mio Virgilio vecchio; nè per farle entrare bisogna molto affaticarsi a sbattere il piede, poichè hanno d’ambedue i lati l’apertura sì sbrandellata che mi convien quasi trascinare gli scarpellini per terra: per fettuccie hanno su certi rosoni, o vogliam dire cavoli-cappucci, che mi fanno i piedi pellicciuti come i piccioni casarecci; sono scarpe e zoccoli insieme insieme, e le suole hanno uno scannetto sotto il tallone, per lo quale potrebbono pretendere dell’Altezza. Paro poi Cibele colla testa turrita, perchè porto un cappellaccio lionbrunesco che farebbe ombra a Marocco, più aguzzo dell’aguglia di San Maguto: infine tutte le cose hanno qui dello appuntato, i capelli, i giubboni, le scarpe, le barbe, i cervelli, infino i tetti delle case. Si possono immaginare stravaganze maggiori? vanno i cavalieri la notte e il giorno permenandosi (così si dice qui andar a spasso), e per ogni mosca che passa, le disfide e i duelli volano... Le cerimonie ordinarie tra gli amici son tante, e i complimenti son tali, che per arrivare a saper fare una riverenza bisogna andare alla scuola delle danze ad imparar le capriole, perchè ci va un balletto prima che s’incominci a parlare.

«Le signore non hanno scrupolo di lasciarsi baciare in pubblico, e si tratta con tanta libertà, che ogni pastore può dire comodamente alla sua ninfa il fatto suo: per tutto il resto non si vede che giuochi, conviti, festini, e con balletti e con banchetti continui si fa gozzoviglia... L’acqua si vende; e gli speziali tengono bottega di castagne, di capperi, di formaggi, di caviaro. Di frutti, questo so, ce n’è più dovizia che di creanza in tinello: si fa gran guasto di vino, e per tutti i cantoni ad ogni momento si vede trafficar la bottiglia. La nobiltà è splendida, ma la plebe è tinta in berrettino: bisogna soprattutto guardarsi dalle furie de’ signori lacchè, creature anch’esse stravagantissime e insolenti di sette cotte: io ho opinione che costoro sono una spezie di gente differente dagli altri uomini, verbigrazia come i satiri o i fauni...

«Dove lascio la seccaggine dei pitocchi? Oh che zanzare fastidiose! a discacciarle vi vuol altro che la rosta o l’acqua bollita! e vi è tanti di questi furfantoni, e accattano per le chiese e per le strade con tanta importunità, che sono insopportabili. Tutto questo è nulla rispetto alle stravaganze del clima, che conformandosi all’umore degli abitanti, non ha giammai fermezza e stabilità. Il sole va sempre in maschera, per imitar forse le damigelle che costumano anch’esse di andar mascherate. Quando piove è il miglior tempo che faccia, perchè allora si lavano le strade; in altri tempi la broda e la mostarda vi baciano le mani, ed è un diavol di mota più attaccaticcia e tenace che non è il male de’ suoi bordelli.

«Volete voi altro? Infino il parlare è pieno di stravaganze; l’oro si appella argento, far colazione si dice digiunare; le città son dette ville, i medici medicini, le meretrici ganze, i ruffiani maccheroni, e il brodo buglione, come se fosse della schiatta di Goffredo; un buso significa un pezzo di legno; aver una botta in sulla gamba vuol dire uno stivale»[201].

La futilità non potrà mai arrivare alla grandezza: eppure il Marini trova fortuna in Francia; la società Rambouillet lo corteggia, ed egli sa cattivarsela, e formare scuola di galanti voluttà; canta in seicento versi «lo stupore delle bellezze corporali della regina», e «delle chiome sottil la massa bionda», e «il naso, muro di confine fra due prati di candid’ostro e di purpurea neve», e la «leggerissima foresta» del labbro superiore, e le pupille «dov’è scritto in bruno Il Sole è qui», e il seno «valle di giglio ove passeggia aprile»[202].