Mentre il Tasso vi era rimasto e partito col medesimo abito, dovè farsi prestare uno scudo, e gli mancava di che comprar un popone, Maria assegna al Marini duemila scudi, e ferma la carrozza quando lo scontra per via; il Concini gli concede d’andar a farsi pagare cinquecento scudi d’oro, ed egli va e ne domanda mille; e perchè il ministro gli dice: — Diavolo, siete ben napoletano!» egli risponde: — Eccellenza, è una fortuna che non ho inteso tremila; così poco capisco del vostro francese». Quando tornò a Napoli (1624), i lazzaroni furongli incontro ballonzando e spargendo rose; i gentiluomini a cavallo, le signore ai balconi, e s’una bandiera leggevansi applausi al Marini, «mare d’incomparabile dottrina, spirito delle cetre, scopo delle penne, materia degl’inchiostri, facondissimo, fecondissimo, felice, fenice, decoro dell’alloro, degli oziosi cigni principe emeritissimo».
Carlo Emanuele I di Savoja, che prima avealo fatto arrestare supponendosi ingiuriato nella Cuccagna, dappoi lo protesse, e gli suggerì un’epopea sugli amori di Adone e Venere. Addio dunque ogni moralità, ogni sentimento generoso; addio anche l’interesse, che non può legarci al duolo o ai gaudj d’esseri soprannaturali, nè a situazioni che non ci ritornano sovra noi stessi; tutto converrà sostenere sull’ingegno e abbandonando l’istintiva spontaneità, immolar il bello al magnifico, la purezza al barbaglio. E il Marini ne fece un poema più lungo del Furioso, cioè di quarantacinquemila versi, ove ogni canto forma quadro da sè, con titolo distinto, come il Palagio d’Amore, la Sorpresa d’Amore, la Tragedia, il Giardino. Coloritore fluido, armonico, dovizioso, con versi agevoli, cadenze melodiose, frasi volubili, arte di esprimer le cose più ribelli; pure non una forma nuova creò, non un suo verso rimase nel discorso. Quell’orditura gracilissima e monotona è obbligato riempiere con succedentisi descrizioni, fatte per descrivere, e in un labirinto d’affetti, di voluttà, d’immagini, di pitture, moltiplicar le facili particolarità a capriccio e senza scelta nè castigatezza; centodieci strofe consumando a descrivere una partita di scacchi fra Venere e Mercurio, e riponendo il merito nel litigar colle parole per trovarvi contrasti e giocherelli. Appena il pubblicava di cinquantaquattro anni, l’Adone è levato a cielo; Carlo Emanuele l’orna cavaliero; tutti sono affascinati da quella pittura voluttuosa, tutti adorano costui che avea saputo accoppiare il tipo italiano collo spagnuolo, l’armonia musicale colle sparate: — Nella più pura parte dell’anima mia sta viva opinione che voi siate il maggior poeta di quanti ne nascessero tra Toscani, tra Latini, o tra Greci, o tra gli Egizj, o tra i Caldei, o tra gli Ebrei», dicevagli l’Achillini, che doveva aver letto i poeti egizj e caldei, e che a vicenda poeta anch’egli de’ più strampalati, era messo in cielo, ebbe dall’Università di Bologna un’iscrizione come Musageti omniscio, e da Luigi XIII il regalo di quattordicimila scudi per una canzone ove diceva che A’ bronzi suoi serve di palla il mondo, e pel sonetto che comincia Sudate, o fuochi, a preparar metalli.
Dove vuolsi riflettere che prima dell’irruzione dei giornali, scarsissima diffondeasi la fama, pensando gli autori a meritare più che a farsi proclamare, nè essendovi chi per professione trafficasse di lodi e vituperi. Cristoforo Colombo non trovasi nominato da contemporanei che in una lettera del dicembre 1493 del nostro Pietro Martire d’Angera; e nel 1520 persone spagnuole ignoravano se ancora vivesse. Ecco perchè venivano accarezzati quei che alzavano la voce, come vedemmo dell’Aretino e simile schiuma, come ora fu del Leti, del Marini, di cotesti spaccamondo della letteratura, i quali secondavano l’andazzo manufatturando la propria gloria con un branco a sè devoto, blandendo i bassi istinti, celebrando da sè i proprj trionfi, volendo primeggiare qualunque ne fosse la via, e durando così una vita acclamata; — che importa se finirà tutta coll’esequie? Agli applausi però corrispondevano le contumelie; che se il Tasso ne piagnucolava, altri rimorsicavano; e in chiassose baruffe si scanagliarono il padre Noris col padre Macedo, il Mongelia col Magliabechi, il Vigliano con Alessandro Marchetti, il Borelli con molti; il Sergardi vien sino ai pugni col Gravina; alle capiglie fra il Tassoni, il Brusantini, l’Aromatari a proposito d’Aristotele e del Petrarca, intervennero processi e imprigionamenti; svergognatissime contumelie furono avventate al cardinale Pallavicino; Geminiano Montanari filosofo modenese clamorosi litigi sostenne con Donato Rossetti a proposito della capillarità, e molte stoccate diede e ricevette[203].
Avendo il Marini, in un sonetto sulle fatiche d’Ercole, confuso il leon nemeo coll’idra di Lerna, gliene fecero colpa quasi d’un dogma fallito, principalmente Gaspare Mùrtola genovese, segretario di Carlo Emanuele e autore del Mondo creato; fioccarono epigrammi, sonetti, libelli: e Murtoleide e Marineide e sconcezze e infamie; il Mùrtola sparò una schioppettata all’emulo; e andava al patibolo se il Marini non avesse intercesso: ma il Mùrtola, cui pesava il benefizio, lo denunziò d’avere sparlato del duca. Anche Tommaso Stigliani della Basilicata, nel Mondo nuovo, sfoggio di meravigliosi capricci, sotto il simbolo dell’uom marino malmenò il glorioso, che lo ripagò con sonetti intitolati le Smorfie e con lettere, poi nell’Adone, sicchè quegli, spaventato d’un’immortalità di vituperj, si umiliò; ma come l’emulo morì, egli caninamente addentò l’Adone nell’Occhiale, ove non trovi pur una buona critica a chi tante ne meritava. Tutto il mondo s’indignò di costui, che osava tirar pietre contro l’altare; Angelico Aprosio di Ventimiglia avventogli l’Occhiale stritolato e il Vaglio[204]; Stigliani gli ribattè il Molino; Aprosio rimbalzò il Buratto. Ma nè ingiurie nè lodi salvarono il Marini dal meritato giudizio, ed egli restò ai posteri come il tipo del gusto dei Secentisti, i quali, invece di opporsi alla letteratura spagnuola almeno per ira contro i dominanti, prosatori e poeti s’anfanarono dietro a costui nel volere per calcolo l’originalità, ma cercandola non nel sentimento e nel vero, ma nelle forme e nelle parole, donde nasce la maniera; e rimbombo di voci oziose in luogo di pensieri e di sentimenti, e insistente gonfiezza, e profusione del superlativo. Chè di tutte le corruzioni la più seduttrice è il pensiero ricercato; e, preso quel gusto, difficilissimo riesce il divezzarsene.
A Giambattista delle Grottaglie presso Brindisi, amico de’ migliori d’allora, applaudito per le sue Poesie meliche e più per gli Epicedj tutti turgidezza e traslati arditissimi, alcuni suggerivano di tenersi al Petrarca; ma egli rispondeva: — Non voglio murar sul vecchio, ma fabbricare a mio talento lo stile; che sia di me solo: che ci sarebbe di nuovo se tutti imitassero il Petrarca? e se questi fosse vissuto al nostro tempo, avrebbe mutato modo per ottenere applausi e gloria appresso gli eruditi».
La nostra letteratura nasceva nel Trecento, ma da una decrepita, onde alle inesperienze infantili univa i trastulli di rimbambita. Niuna meraviglia dunque se già allora troviamo lo stile a contrasti e l’antitesi; fin nel forbitissimo Petrarca possono indicarsi cotali lambiccature or di senso or di parole. Gl’imitatori pretesero farle passare per bellezze; tanto più che, moltiplicando versi sopra affetti non sentiti, e restringendosi a studiar le parole, doveano supplire con artifizj di testa alla tepidezza del cuore. Nel Cinquecento ne ricorre traccia anche ne’ migliori; ne abbonda il Tasso; ma coi Marinisti l’antitesi non fu più un mezzo, bensì il fine; non un ornamento, bensì la sostanza. Geografia, storia, l’universo non si esaminarono più che per bottinarvi metafore, guardando all’appariscenza dell’immagine non alla proprietà e finezza; niuna cosa dicendo direttamente, ma solo in relazione o contrapposizione di altre o da’ suoi effetti; accostando confusamente due termini di paragone, di cui coglieansi relazioni o dissomiglianze estrinseche e appariscenti; assumendo una voce o un modo in senso metaforico, poi recandone l’azione a senso reale; e così di frasi idropiche infarcendo l’etisia del soggetto, battendo di forza l’incudine sinchè s’infocasse.
Aborrita dunque la naturalezza, neglettissima la lingua, unica moda fu l’ingegnoso; e i magnati dello stile e della metafora, al par di quelli che andavano pel mondo, ostentavano oro sull’abito, e non aveano camicia; scambiavano la maniera per grazia, il gonfio per sublime, l’antitesi per eloquenza, i giochetti per leggiadria; barcollanti lunaticamente fra insipida affettazione e trivialità, volendo fuggire il monotono mediante il bizzarro, talento reputavano l’accoppiare idee disparatissime; e poichè la vulgarità si accorda benissimo colla gonfiezza, più non v’ebbe immagine, per isconcia, per frivola, che non si addobbasse di metafore: le stelle sono narcisi del cielo, sono lucciole eterne, mentre le lucciole risolvonsi in vivi moccoli, in incarnate candele; come il sole è un boja che taglia colla scure dei raggi il collo all’ombre; l’Etna nevato, l’arciprete dei monti che in cotta bianca manda incensi al cielo: per Ciro di Pers i calcoli sono i marmi che gli nascono nelle viscere per formargli la sepoltura; pel Marini gli sputi della sua bella sono spume di latte, fiocchi di neve; gl’insetti del capo della sua son per un altro cavalieri d’argento in campo d’oro; un terzo paragona le anime ai cavalli, cui, finita la corsa, è serbata in cielo biada d’eternità, stalla di stelle.
Vi davano l’intonatura le scuole e le accademie, dove si proponeano argomenti speciosi, paradossali, più spesso insulsi: «che il vizio e la virtù non possono celarsi, — se sia meglio ad una vecchia l’essere in gioventù stata bella o deforme»; ed orazioni sopra soggetti fittizj, finte ambasciate, accuse e difese di delitti immaginarj e perciò stravaganti, e sostenere il pro e il contro, e sempre battersi i fianchi per fare stupire con iscambietti d’ingegno.
Questo dovea scintillare nelle raccolte fin dal titolo, I ruscelletti di Parnaso, I fuggilozio, L’eclissi della luna ottomana: Carlo Pietrasanta milanese fece gli Aborti di Clio; Guasco Annibale una Tela cangiante in madrigali; Marco Boschini veneziano scrisse in quartine La carta del navegar pittoresco... comparti in oto venti, con i quali la nave venetiana vien conduta in l’alto mar de la pitura come assoluta dominante de quello, a confusion di chi non intende el bossolo de la calamita; Gianfrancesco Bonomi bolognese, poeta cesareo, pubblicò Virgulti di lauro, distinti in foglie, rami, bacche, sughi, corteccie e radici; Alessandro Adimari fiorentino, oltre raccolte col nome di altre muse, pubblicò La Polinnia, ovvero cinquanta sonetti fondati sopra sentenze di Cornelio Tacito, con argomento a ciascuna di esse, che uniti insieme formano un breve discorso politico-morale. Abbiamo la Maschera jatropolitica aspirante alla monarchia del microcosmo, giuoco serio di Eureta Misoscolo. Il dizionario de’ pseudonimi dell’Aprosio è intitolato La visiera alzata, hecatoste di scrittori, che vaghi d’andare in maschera fuor del tempo di carnevale, sono scoperti da ecc.; e vi mandò dietro una Pentecoste. Che più, se gli scienziati stessi v’incolgono? il Torricelli dice che «la forza della percossa porta nella scena delle meraviglie la corona del principato», e che «il famoso Galileo lavorava questa gioja per arricchirne il monile della toscana filosofia». Il Montanari a un trattato contro l’astrologia diede per titolo La caccia del frugnuolo: a uno sul fulmine Le forze di Eolo; a uno sulle monete Zecca in consulta di Stato. Carlo Moraschi fece la Celeste anatomia delle comete; Corrado Confalonieri la Cometa decomata; Carlo Manono il Cannocchiale istorico, che fa guardare dall’anno 1668 fin al principio del mondo, e tira appresso le cose più memorabili finora succedute. Via lactea intitolansi le istituzioni canoniche del valentissimo teologo Chiericato di Padova: al Gemitus columbæ del Bellarmino il padre Gravina oppose la Vox turturis in difesa de’ monaci: alla quale essendo risposto col Cave turturi male contra gemitum columbæ exultanti, egli replicò la Congeminata vox turturis, ristampata col titolo Resonans turturis concentus. Emanuele Tesauro, il Marini della prosa, stese in questo stile un non breve trattato di filosofia morale. Il famoso padre Lana ne scrisse uno Della beltà svelata in cui si scuoprono le bellezze dell’anima, e ciascun capitolo presenta una metafora; il sesto è La regina al balcone, cioè l’anima che per gli occhi fa vedere le sue bellezze; il decimo Le bevande amatorie date a bever alla sposa del suo servitore per farla adulterare, cioè i diletti del corpo che rapiscono l’anima a Dio; e così sempre. Perfino il celebre Lancisi nel 1720 stampava a Roma De natura et præsagio Dioscurorum nautis in tempestate occurrentium; i quali Dioscuri sono le parotidi critiche che appajono nelle febbri maligne.
Viepiù si lardellarono di tali metafore le dissertazioni accademiche e le tesi. All’Università di Torino, Gianandrea Negro candidato in legge (-1594) sosteneva per quindici giorni novecennovantanove tesi dialettiche, fisiche, magiche, mediche, filosofiche, teologiche, morali, di diritto civile e canonico e di matematiche; Pio Appiani per nove giorni difendeva quattrocento proposizioni legali.