Sfoggio di tali ciarlatanerie divenne il pulpito. Era stato proverbialmente famoso il padre Panigarola di Milano, che aveva avuto a maestri in patria gl’illustri retori Natale Conti e Aonio Paleario, e a modello Cornelio Musso (t. IX, p. 289); e dopo una gioventù dissipata vestitosi francescano, levò grido dai pulpiti principali. Caterina de’ Medici il volle a Parigi; per le città d’Italia ove giungeva era accolto a battimani, e spesso costretto a recitar un discorso prima di riposarsi; fatto vescovo d’Asti e da Sisto V spedito in Francia per le contese degli Ugonotti, contro questi pubblicò le Lezioni calviniche; e gloriavasi di aver congiunto la predicazione colla teologia, perchè questa gl’insegnò a far più sicure le prediche, quella a far più chiare le lezioni. Il cardinale Federico Borromeo non rifina di lodarlo, anzi da lui toglie il modello dell’oratore perfetto. Se più volte fu ristampata la sua Retorica ecclesiastica, e nei sermoni non manca d’un certo calore, benchè fomentato da figure più che da intima vigoria; nello stile barcolla fra il rozzo e l’affettato, e invano vi cercheresti quella cognizione del cuore che scuopre il vizio ne’ ripostigli, quella pratica de’ santi libri che di là toglie tesori di bellezze; nè più alcuno legge le novantasei opere che lasciò.

Poi ben presto quell’eloquenza, cui prima lode è la semplicità, non si credette poter conseguire che col pugno teso e coi capelli irti. I titoli medesimi delle prediche d’allora tradiscono quell’infelicissima mania: Cesare Battaglia milanese, fra molti panegirici, ha la Sacra Torre del Faro per santa Caterina, il Carbonchio fra le ceneri e la lingua immortale per sant’Antonio, i Tesori del niente per san Gaetano, il Briareo della Chiesa per san Nicola, e così l’Archimede sacro, l’Esemplare e il diadema del principe; Mario de’ Bignoni cappuccino veneziano intitola il suo quaresimale Splendori serafici degli opachi delle più celebri accademie, rilucenti tra le ombre di vaghi geroglifici; Alessandro Maria Brianto fa l’Antiparistasi del santo amore; Tommaso Caracciolo arcivescovo di Taranto l’Elio clerio, cioè il Sole del beato Gaetano Tiene, intrecciato da un devoto del beato; così il Balsamo della Fama Mamertina, discorso per la sacra lettera di Maria vergine ai Messinesi, del padre Epifania.

Bizzarrissime poi le proposizioni: e uno in sant’Antonio riscontrava le metamorfosi d’Ovidio: un altro in san Domenico le fatiche d’Ercole. Giuseppe Maria Fornara nel Nuovo sole di Milano sotto del santo chiodo ascoso provava in sei discorsi quella reliquia essere un sole che nasce, che illumina, che riscalda, che essica, che corre, che riposa. Il gesuita Ignazio Del Vio faceva Le gare di scambievole amore fra la rosa verginale santa Rosalia, li gigli reali di Filippo V nostro signore, e l’orto della Sicilia Palermo, intrecciate nella solenne festa di santa Rosalia (1702). Il Lemene, nell’elogio funebre di Filippo IV, dimostrava che fu magnum pietate, et magnitudine pium. Del padre Annibale Adami di Fermo abbiamo «Il santo fra’ grandi di Spagna, grande di quattro grandati; cioè san Francesco Borgia, esprimente nella sua santità e nel suo nome le virtù di quattro santi Franceschi d’Assisi, di Paola, di Savier e di Sales, giusta il detto dell’Ecclesiastico Fuit magnus juxta nomen suum» (Roma 1672). Giacomo Lubiani celebrava il solstizio della gloria divina, la cifera della divinità nell’augustissimo nome di Gesù, e in sant’Ignazio la spada infocata, dimostrandolo «Ercole della Biscaja che porta nelle fiamme del nome l’armeria de’ Serafini, il treno de’ miracolosi spaventi nel fulmine della spada, in cui potresti intagliar più vittorie che non fece Ruggero nella sua», e si scusa di non poterne dire abbastanza «perchè gli manca l’algebra dell’innumerevole». Paolo Arese, autore di sette volumi di prediche lodatissime, a difesa di queste dettò La penna raffilata e La retroguardia di se stesso. Frà Giuseppe Paolo comasco così esordisce il suo quaresimale: — Per adunare contro dei vizj, legionarj di Satanno, un esercito numeroso, tocca tamburo questa mattina la penitenza».

Gran maestro dell’affastellar le cose più disparate fu il padre Emanuele Orchi, pur da Como, che con brani d’erudizione profana, citazioni, epigrammi, filze di proverbj, divinità gentili, astrologia, regge la tronfia sua grandezza: ivi trovi gli artificiosi tiriliri d’un uccello; ivi bachi da seta, che mangiano e dormono con saporoso sapore e saporito sopore; ivi la Maddalena sollevata di fronte, sfrontata di faccia, sfacciata d’aspetto; ma udendo Cristo, le si sveglia nel meriggio del cuore l’austro piovoso di tenero compungimento, e sollevando i vapori de’ confusi pensieri, stringe nel ciel della mente i nuvoli del dolore. Non rispetto a sè mostra costui, non agli uditori, non a Dio[205], ma sempre l’immagine, la pittura; o ti paragoni l’uomo all’organo, o il peccatore alla lavandaja, che «nudata il gomito, succinta al fianco, prende il panno sucido, ginocchione si mette presso d’una fiumara, curva si piega su d’una pietra pendente, insciuppa il panno nell’acqua, lo stropiccia coi pugni, con le palme lo batte, lo sciacqua, lo aggira, l’avvolge, lo scuote, l’aggroppa, lo torce; indi postolo entro un secchione, ed al fervor del fuoco in un caldajo, fatto nell’acqua con le ceneri forti un mordente liscio, bollente gli lo cola di sopra; giuoca di nuovo di schiena, rinforza le braccia, rincalza la mano, liberale di sudore non meno che di sapone; e finalmente fattasi all’acqua chiara, in quattro stropicciate, tre scosse, due sciacquature, una torta, candido più che prima e delicato ne cava il pannolino».

Per poco non prorompeva in applausi l’affollata udienza; dalla quale congedandosi, egli ragiona dell’amor suo che in pochi giorni gigante divenne, poichè la loro attenzione gli fece da balia, il fasciò, il cullò; poi dalle poppe divezzato coll’aloe dell’amara partenza, si pascerà col solito cibo del massiccio affetto: la brama poi di tornar a loro è una gravidanza matura, sicchè egli starà colle doglie del parto, finchè la grazia del cielo non gli serva da Lucina a figliar un nuovo maschio quaresimale. Una volta erige un processo in regola contro il ricco; un’altra espone il giudizio universale, distinto in atti e intermezzi; un’altra architetta un monumento trionfale per la risurrezione di Cristo. Così il padre Caminata, in San Pietro del Vaticano, nel primo sermone fabbricò la statua dell’Ambizione; poi in ciascuno de’ seguenti «le dava quattro martellate» per levarne via le pecche.

Alberto Alberti trentino, il quale scagionò la Compagnia di Gesù dalle imputazioni di Gaspare Scioppio con tal calore, che questo, vedendosi stretto e smascherato, dicono ne morisse di dolore, scrisse Actio in eloquentiæ cum profanæ tum sacræ corruptores (Milano 1651), abusando delle forme stesse che condanna. E Federico Borromeo in un’operetta a riprovazione di quel predicare, racconta di uno che, spiegando la tentazione di Gesù Cristo, e come Satana gli mostrò tutti i regni del mondo, fece un trattato di geografia; un altro cavò di sotto la cotta uno stilo; un terzo, esclamando non poter più reggere a tanti orrori, si mosse per andarsene, aspettando che il pubblico lo arrestasse; ma poichè tutti tacquero, egli dovette fermarsi da sè. Nel Diario romano d’un austero cattolico dal 1640 al 50 leggiamo: — Colla quaresima la commedia finisce nelle case e nelle sale, e comincia nelle chiese e nei pulpiti; la santa occupazione della predica serve a soddisfar la sete di celebrità o l’adulazione. S’insegna la metafisica, che il predicatore intende poco e gli uditori niente: invece d’istruire e correggere, si decantano panegirici nel solo intento di far passata. La scelta del predicatore non dipende dal merito, ma dal favore». Nel giornale napoletano dello Zazzera, sotto il dicembre 1616: — Sua eccellenza venne in carrozza con la moglie in San Lorenzo, ove si cantò la messa con musica, e predicò il padre Aqualino cappuccino le sue solite facezie».

Insomma dappertutto un gusto licenzioso, che giudica gretto ciò ch’è semplice, non vuol andare di passo, ma a capriole. Nè la moda accecava a segno da non avvedersi di quel delirio: Giambattista delle Grottaglie scrisse la Censura del poetar moderno; il gesuita Giuglaris, che nelle prediche tiene il campo di siffatte enormità, dettò piano e composto La scuola della verità aperta ai principi. E dettavano castigato quelli che a lode non aspiravano, potendosi ripetere dello stile ciò che alcuno disse della morale, che per esser cattivi bisogna fare uno sforzo.

Michelangelo Buonarroti il giovane (-1646) ammira il Petrarca, ma ciò nol preserva dal contagio; e illustrando il sonetto di lui Amor che nel pensier mio vive e regna, dice: — Però, cortesissimi accademici, non prenderete ad onta che io intorno a sì alto soggetto ardisca di favellare, ned incolperete me di follìa e di troppa temerità, poichè per obbedire a chi lo mi ha comandato, e che giustamente farlo potea, per sì ampio pileggio e sì pericoloso mare, tra l’onda di non certa lode, in preda ai venti dell’ignoranza e del biasimo che per avventura mi potrebbero sommergere, fiaccamente solcando colla navicella del mio debole ingegno, mi sono impelagato». A questo corvettare credeasi obbligato quando ragionasse a dotti; ma allorchè assumeva il linguaggio del popolo, tornava alla natura, come nella Tancia e nella Fiera[206], commedie scritte a bella posta per annicchiarvi una ricchezza di voci popolari, che ne’ libri non si trovavano, e di cui la Crusca voleva esempj pel vocabolario.

Certo allora si migliorò l’esposizione scientifica: Galileo vi mette evidenza e forza, emancipandosi dalle aridità scolastiche, e la chiarezza sua attribuiva alla continua lettura dell’Ariosto; gli accademici del Cimento davano a correggere a Carlo Dati le loro sperienze, esposte con eleganza filosofica; e a Firenze un bello stuolo si sceverò da queste ambiziose miserie.

Ivi utili fatiche continuava la Crusca, e molti s’industriavano attorno ai classici, principalmente al Boccaccio; a scrutare le opere nuove, o dar precetti di corretto scrivere. E di savj ne esibì negli Avvertimenti sopra il Decamerone Leonardo Salviati, scrittore lonzo, e diffamato dalla bassa persecuzione che portò al Tasso. Celso Cittadini cercò dottamente le origini della favella toscana. Al gesuita Mambelli col nome di Cinonio, dobbiamo le Osservazioni della lingua italiana. Daniele Bartoli, nel Diritto e il torto del non si può, sostenne non v’esser regola di grammatica senza esempj contrarj, col che precipita nello scetticismo, nè indaga se siano dovuti a scorrezione di testi, o se abbiasi a dedur le norme da un principio più largo. Benedetto Fioretti appuntò la Crusca e le prolissità dei classici, e nei Proginnasmi mostra bastante filosofia di stile. Benedetto Buonmattei avea dato la prima grammatica toscana nel 1643; un’altra ne diede il bolognese Salvatore Corticelli con Cento discorsi sopra la toscana eloquenza, le regole deducendo dall’uso, ma uso de’ classici, anzi quasi solo de’ Trecentisti. Jacopo Mazzoni cesenate, nella Difesa di Dante, elevasi a generalità estetiche notevoli. Girolamo Gigli da Siena, festevolissimo nelle conversazioni e in commediuole, nel Pirlone adattò il soggetto del Tartuffo alla società nostra, tanto al vivo da eccitare uffiziali lamenti. In Roma pubblicò le opere di santa Caterina, con un dizionario dei modi a lei proprj, valendosene per bersagliare la Crusca, anzi tutti i Fiorentini, neppur i principi risparmiando. Questi ne fecero un capo grosso, e il libro fu bruciato dal boja, messo all’indice a Roma; e il Gigli si ritrattò[207].