Anton Maria Salvini fiorentino (1653-1729), eccitato agli studj ameni dal Redi, cercatissimo nelle buone società[208], conobbe molte lingue, e ne tradusse prosatori e poeti; singolarmente vulgarizzò Omero alla lettera, fatica screditata, ma di cui fecero pro i successivi: scrivendo di proprio, e commentando la Tancia, la Fiera, il Malmantile, usa da padrone la lingua, non solo col riprodurre i bei modi de’ Trecentisti, ma e nuove ricchezze di classici forastieri innestando, e più raccogliendone dalle bocche nel paese natìo, talchè meritò d’esser subito noverato fra i testi della Crusca. Sotto quest’unico aspetto vanno lodati i suoi discorsi accademici, del resto leggeri sempre, spesso vuoti, affrettati, sorreggentisi su qualche autorità in luogo di ragioni.

Anche forestieri s’occuparono intorno alla nostra favella: i Francesi imitavano e traducevano i nostri come oggi noi loro, senza discernimento; e come fu ammirato il Tasso, così le Lacrime di san Pietro del Tansillo furono tradotte da Malherbe; imitata la poesia lirica, la descrittiva, il nostro sonetto; il genere eroicomico nel Virgilio travestito[209], nella Gigantomachia e simili; il pastorale del Bembo e del Sannazaro, coll’affettazione che di tutte è la peggiore, quella della semplicità. Sui teatri riproducevano le nostre Sofonisbe, la Calandra l’Orfeo: Rabelais avea tolto da Merlin Coccaj l’episodio de’ montoni di Panurgo, l’arringa di Gianotto di Bragmardo, la disputa al cospetto di Pantagruele, fin il carattere di Gargantua da quel di Fracasso. L’arguto Montaigne scrisse parte del suo viaggio in «questa lingua straniera, della quale si serviva molto facilmente, ma molto scorrettamente» (pag. 322). Le persone più gentili della bella società valeansi di questo idioma dell’ingegno e della cortesia, come la Longueville e la incomparabile Sévigné; le lettere erano picchiettate di frasi italiane; e i modi nostri metteano rischio di far nella lingua francese i guasti che or fa questa nell’italiana[210]. Alla corte d’Inghilterra parlavasi comunemente l’italiano, e verseggiò in questo il Milton, che conobbe Galileo a Firenze, a Napoli il Manso amico del Tasso; a Milano vide rappresentare l’Adamo dell’Andreini, da cui, se non il concetto del suo Paradiso perduto, dedusse alcune scene, come altre dall’Angeleide di Erasmo da Valvasone, e nominatamente l’infelice trovato delle artiglierie usate dai demonj[211]. E molto trasse da’ nostri il lirico Dryden; anzi il devoto Ruggero Ascham si lamentava che in Inghilterra si avesse maggior riverenza pe’ Trionfi del Petrarca che non per la Genesi, si reputasse una novella del Boccaccio più che una pagina della Bibbia. A Vienna predicavasi italiano[212], e Leopoldo imperatore v’introdusse un’accademia italiana, di cui erano Raimondo Montecuccoli, il marchese Maffei, Francesco Piccolomini, Giberto Pio di Savoja, Orazio Bucceleni, Mattia Vertemati, l’abate Spinola, Francesco Dolci, Francesco Zorzi, l’abate Felice Marchetti, con domenicali adunanze nel gabinetto stesso dell’imperatore.

Non dunque per ignoranza e trascuraggine peccavasi di secentismo; anzi può dirsi che allora per la prima volta si ponesse mente all’artifizio dello stile, a dar modulazione e unità al periodo, a calcolare le cadenze, a dir ogni cosa nel modo migliore. Degli autori antecedenti alcuni pretendeano imitare i Latini, sforzando la tela delle parole; altri s’abbandonavano al naturale, senza il minimo artifizio; Machiavelli non si briga della scelta dei vocaboli; rotto è lo stile del Varchi, contorto quello del Bembo, anelante quel del Guicciardini; gli altri Cinquecentisti si sparpagliano in periodi attorcigliati, e con membri refrattarj, espressioni zoppicanti, immagini irresolute; appena eccettueremmo il maestoso Della Casa, il limpido Annibal Caro, e l’amabilissimo Firenzuola, il quale professa aver «sempre usato quei vocaboli e quel modo di parlare che si permuta tuttogiorno, spendendo quelle monete che corrono, e non i quattrini lisci»[213]. Ma nel Seicento lo scrivere fu ridotto ad arte, il periodo divenne una maestria, e i gesuiti Daniele Bartoli e Sforza Pallavicino ne furono supremi artefici.

Il primo (1608-85), nativo di Ferrara, dai trionfi del pulpito chiamato a Roma per iscrivere la storia della Compagnia di Gesù, la distinse secondo le varie provincie, Indie, Giappone, Cina, Inghilterra, Italia. In lussureggianti descrizioni e minute particolarità ostenta varietà stupenda di vocaboli e dizioni; ma quelle frasi uniformemente smaglianti «tutt’oro macinato e perle strutte», quell’ambizione di modi e di numero dove la novità consiste solo nella scorza, dove l’eleganza non conosce la sobrietà, e il pensiero è trascinato dalla frase non mai spontanea, il fanno ripudiare da chi non giudica stile la prolissità senz’affetto, nè gradisce quella letteratura azzimata tutta plastica, intenta unicamente a piacere, e che fu detta gesuitica. Sol qualche retore potè sentenziarlo aquila fra gli storici, lui che mai non ha nè fior di critica nè profondità di sentimento, che vuol esser ammirato non creduto: ben è vero che quando racconta è a gran pezza migliore che ne’ trattati morali[214], lambiccati di titolo, di concetto, d’espressioni scolastiche e declamatorie; e ne’ scientifici sul ghiaccio, sulla tensione e la pressione, sul suono e l’udito, tesi peripatetiche, indegne di venir dopo Galileo.

La Storia del concilio di Trento del Pallavicino (-1630) (tom. X, pag. 549), ove si sceveri della nojosa polemica, può servire di modello a chi si contenti alla mediocrità dello stile fiorito[215]. Le sue Osservazioni dello stile sono talvolta sottili, spesso attissime. Il Trattato del bene, e quello sulla Perfezione cristiana, vanno ingenui d’elocuzione ma freddi. La vita di Alessandro VII interruppe quando lo vide scivolare nel prima disapprovato nepotismo. Ornato della porpora, serbò la religiosa sobrietà. Confutò in latino Giulio Clemente Scoti, il quale ai Gesuiti avea dato un fiero carpiccio[216], mostrando quanto avessero tralignato, nè senza gravissimo pericolo della cristianità potersi lasciare di riformarli, abolirne i privilegi, le cariche spartirne fra altri Ordini religiosi.

Gemma di quella società Paolo Segneri di Nettuno (1624-94), abbondantissimo d’ingegno, di dottrine, d’arte, nelle prediche evita la gonfiezza come l’aridità; orecchio delicatissimo a numero oratorio; linguaggio proprio sempre, talvolta semplice e preciso, quando è anche sobrio e affettuoso toglie speranza di far meglio. Ma non di rado abbandonasi ai vizj di scuola; coll’enfasi attizza la vivacità; sfoggia figure retoriche, sospensioni, ritrattazioni, modi litigiosi, esclamazioni, concettuzzi; lardellandosi di citazioni, stravolge i testi per trascinarli alle allusioni sue; falsa la storia per cavarne esempj; stabilisce proposizioni false o puerili o contorte. Sta avanti a tutti i nostri, eppure quanto non dista dai predicatori francesi suoi contemporanei, che uniscono la grandezza del sentimento religioso alla cognizione del cuore umano e al sentimento delle necessità della vita, la coltura dello stile e la popolarità! E parlo sempre del Quaresimale; chè nei Panegirici il presunto obbligo d’essere eloquente lo precipita a capofitto nel mal gusto; mentre in alcune opere edificanti, come il Cristiano istruito e la Manna dell’anima, porgesi modello di limpida catechesi. Nelle missioni, dove cogliea grandissimi frutti, massime di paci, furono adottati i metodi suoi e le sue laudi, facili al canto e all’intelligenza. Divenuto sordo, pur continuò a predicare, preferendo i villaggi; semplicissimo conservossi anche alla Corte di Roma, ed era oggetto d’un culto popolare, rapendosi i mobili della camera dov’era abitato, e le vesti ch’erangli servite. L’Inquisizione condannò la sua Concordia fra il lavoro ed il riposo, ed egli pazientemente aspettò che la si ravvedesse[217].

Molti trattarono soggetti morali fuor della Chiesa, ma nulla di nuovo nè di sentito. Lodano i Dialoghi del Tasso; ma il leggerli è fatica e inutilità. Chi conosce più che di nome la Nobiltà delle donne del Domenichi, la Istituzione delle donne del Dolci, la Morale filosofia di Antonio Bruciati, gli Avvertimenti morali del Muzio, la Ginipedia di Vincenzo Nolfi, e via là? Argomenti comuni ne sono l’amore e l’onore; quello sottilizzato alla platonica, e perciò nè d’opportunità civile, nè di testimonio alla storia; questo stillato nei puntigli della scienza cavalleresca (pag. 271). I Costumi de’ giovani del senese Orazio Lombardelli possono offrire utili confronti agli usi, al lusso, ai vizj d’allora, e sono esposti in candida lingua, sebbene non senza affettature. Giuseppe Passi di Ravenna coi Difetti donneschi in trentacinque discorsi concitò l’ira femminile, come la maschile colla Mostruosa officina delle sordidezze degli uomini: oltre l’esagerato e la stucchevole erudizione, ben poco vi si trova di particolare ai tempi e individuale all’autore. Il quale a quarant’anni, stanco de’ tedj provocatisi, andò nei Camaldolesi di Murano, e scrisse contro l’arte magica «piuttosto istoricamente che scientificamente, e ciò per la malvagità de’ tempi».

Gabriele Pascoli di Ravenna, dettò un romanzo, che comincia colla battaglia di Lépanto, dopo la quale alcuni combattenti vanno a diporto pel mondo, e uno capita a Genova, donde in Ispagna, e quivi in una selva trova un giovane italiano, scarno e vivente a modo di fiera, che gli racconta quanto soffrì per una bella ingrata. Il viaggiatore lo distoglie dal proposito di morire in quelle miserie, sicchè tornato alla Corte, beffa la beffatrice in modo di trarla a morte. Perciò condannato nel capo riesce a fuggire e rimpatriare. Lasciamo lodare questo romanzo dall’editore.

Sono romanzi del peggior genere molte delle biografie del Leti, e gli Amori di Bianca Capello di Celio Malespini veronese, eppur divennero fonte a molti storici. Pierandrea Canoniero genovese stampò a Roma Discorsi politici sui due primi libri di Tacito; fu soldato, legale, medico ad Anversa, ove pubblicò De curiosa doctrina, il Perfetto Cortigiano, Ricerche politiche, morali, teologiche, senza profondità. Ottavio Ferrari milanese, lettore d’eloquenza in patria e a Padova, la esercitava in lodare i principi che il compensavano. La patria lo stipendiò come storiografo; ma forse troppo timido per incarico siffatto, nulla finì, occupandosi piuttosto in gonfj complimenti accademici. Meglio valse nell’antiquaria, e investigò le origini della lingua italiana, sebbene mai non la adoperasse.

Lorenzo Magalotti romano (1637-1712), trattenuto in Toscana per ammirazione del suo limpido ingegno, scrisse di mille cose, relazioni di viaggi suoi e altrui, la Storia dell’Accademia del Cimento; tradusse il francese epicureo Saint-Evremond, di cui imitava la filosofia spiritosa, gioviale, tutta di mondo: pure scrisse contro gli atei e gl’indifferenti. Il canzoniere La donna immaginaria (già lo mostra col titolo) ha voci di testa non di petto, e il Filicaja scriveagli: — Veggo ne’ vostri versi una tal profusione di bei concetti e di belle idee, che io non so come voi possiate scampare la taccia d’indegno scialacquatore, che non conosce moderazione, vuol sempre mettere in grande tutte le cose più piccole, e farle talmente crescere di statura, che di vane che erano diventino, gigantesche». Degli odori parlava e scriveva in estasi. Sfoggia da ambasciadore; poi richiamato a Firenze, tutto gli pare al dissotto del proprio merito; per iscontentezza si fa prete dell’Oratorio, subito se ne pente, e vergognoso si rintana in villa, finchè ritorna alla Corte.