Trajano Boccalini da Loreto (1566-1613), arguto ingegno e immaginazione focosa, fu meno stravagante nello stile che nelle invenzioni. Ne’ Ragguagli di Parnaso finge che Apollo tenga corte, ascolti le querele e decida; invenzione spesso imitata, la cui monotonia è ricattata dall’interna varietà de’ giudizj sopra libri, uomini, casi. Nella Pietra del paragone politico e ne’ Commentarj sopra Cornelio Tacito insegna i modi d’accorciar «la catena che gli Spagnuoli fabbricavano per la servitù italiana; e come non sarebbe difficile scuoterseli di dosso poichè essi non riusciranno mai a naturarsi». Preso Tacito per testo, come Tito Livio il Machiavelli, ne contrasse il veder fosco; pure in modo faceto, ferendo non lacerando, cercò rendere amena la politica, nella quale atteggiasi coi liberali d’allora, cioè nell’odio alla Spagna; declama contro la smania battagliera; loda la libertà, e ammira Venezia perchè sa «perpetuare nella florida libertà», congiungendo nel doge l’infinita venerazione colla limitata autorità, studiando alla pace mentre si prepara alla guerra, e col rigore degli Inquisitori «sepellendo vivo qualunque Cesare e qualsiasi Pompeo che si scoprisse»; col che otteneva una nobiltà inoffensiva, il non salire agli onori sommi se non per la scala de’ minori, il tornare da quelli alla modestia privata, continenza nel maneggio del danaro pubblico, tutti eguali in piazza, cara la libertà egualmente alla nobiltà che comandava e alla cittadinanza che obbediva. Pure il Boccalini non risparmia l’arroganza di que’ patrizj. Nemico de’ villani ricalzati, ai nobili raccomanda la tutela di quella poca libertà che ancora sopravvive. Non vorrebbe dispute religiose, non tirannicidj, non sommosse popolari che sempre riescono infelicissime perchè più saggio è tenuto chi più è temerario, e più zelante della patria chi consiglia cose più precipitose: ma se è bestiale ostinazione a chi è legato al carretto tirar de’ calci nelle ruote e così rovinarsi le gambe, non è a dimenticare che la pazienza degli asini fu sempre la calamita delle bastonate, e alla fin fine ogni popolo ha il governo che si merita; e che la disperazione entrata nei popoli, ancorchè disarmati, imbelli e ignoranti, fa trovare per ogni cantone armi, cuore e giudizio.

Avversissimo ai Protestanti e anche alla tolleranza religiosa; deride i riformatori, alcuni de’ quali erano moralisti puri, che davano per rimedio l’obbligare gli uomini alla carità e all’amor vicendevole; altri politici puri, che predicavano di non dare le dignità se non al merito e alla virtù, impedire le monarchie troppo grandi, frenare l’ambizione de’ principi, e la riforma e il governo affidare ai letterati; altri andavano alla radice, chi vedendo ogni male nelle donne e nel matrimonio, chi chiedendo una nuova partizione de’ possessi, chi di togliere affatto l’oro e l’argento, chi invece il ferro; chi di rompere ponti e strade, e proibire viaggi e navigazioni: e conchiude di vivere col mancomale, e far la difficile risoluzione di lasciare il mondo qual si è trovato. Neppure all’evocare il passato sulla scorta di Tacito ad esplicazione del presente e norma dell’avvenire, mostra egli vigore, celiando anzichè bestemmiare: pure eccitò l’indignazione, e una notte fu battuto di maniera che ne morì[218].

Secondo Lancellotti di Perugia (1565-1643), prete e di molte accademie, di stile gretto ma risoluto e con dottrina, tolse a provare che il mondo non era moralmente o intellettualmente deteriorato, nè soffriva traversie peggiori che per l’addietro; e compose disinganni, in ciascuno combattendo un pregiudizio con fatti e testi accumulati. Sovrattutto beffa costoro che parlando dell’Italia, ripetono sempre «una volta era, una volta fu»; e vuol mostrare che malanni ella ebbe sempre, sempre imperfezioni e vizj, sempre avversità e disgrazie, eppure sempre per mille titoli fu signora la più bella, la più nobile, la più degna dell’universo. Altrove rivela i Farfalloni degli antichi storici, precorrendo a molti moderni negli appunti contro la storia romana, non nella critica sensata che abbatte per riedificare.

Alessandro Tassoni modenese (1565-1635), da giovane avea sostenuto che i moderni non sono inferiori agli antichi, combattuto Aristotele retore, cuculiato coloro che credevano «non si possa scrivere dritto senza la falsariga del Petrarca»: e i contemporanei lo tacciavano di avverso a Omero e ai classici, perchè di essi vedeva anche i difetti, e diceva: — Io voglio dir delle novità; chè questo è il mio scopo; e addimando parere agli amici, non perchè mi avvertiscano di quello che ho detto contro Aristotele, ma perchè mi ammendino se ho detto delle sciocchezze»[219]. Pensatore originale, carattere indipendente, grammatico sottile non pedante, serbò gusto e libero giudizio, malgrado l’erudizione; e la facile festività non contaminò coi concetti, benchè manchi della finezza e decenza che costituiscono la grazia. Il poema della Secchia rapita trovò grandissima difficoltà a stamparsi, atteso il continuo suo satireggiare: pure Urbano VIII se n’invaghì; pel pizzicore poetico che aveva, indicò alquante correzioni al poeta, che lo secondò col ristampare i cartini ne’ pochi esemplari offerti al papa. Per vendicarsi del conte Brusantini, dal cui segretario dottor Majolino era stato offeso, lo ritrasse nel vanitoso e ribaldo conte di Culagna. Nè egli si propone che un esercizio letterario; della libertà italiana, delle guerricciuole fra le repubblichette non sa che ridere; e per far ridere s’intresca in sudicerie e lascivie. Il poeta che celia sui cadaveri, non può seriamente piacere: eppure di quei ringhi municipali egli provava le conseguenze, egli che contro gli Spagnuoli avventò le Filippiche, chiamandoli «stranieri imbarbariti da costumi africani e moreschi, intisichiti nell’ozio lungo d’Italia e nella febbre etica di Fiandra, come un elefante che ha l’anima d’un pulcino, un gigante che ha le braccia attaccate con un filo; che non reggono in Italia perchè vagliano più di noi, ma perchè abbiamo perduto l’arte del comandare; non ci tengono a freno perchè siamo vili e dappoco, ma perchè siamo disuniti e discordi; pagano la nobiltà italiana per poterla meglio strapazzare e schernire; stipendiano i forestieri per aver piede negli altrui Stati; avari e rapaci se il suddito è ricco, insolenti s’egli è povero, insaziabili in guisa che non basta loro nè l’oriente, nè l’occidente; infettano e sconvolgono tutta la terra cercando miniere d’oro; le rapine chiamano proveccio, la tirannide ragion di Stato; e saccheggiate e disertate che hanno le provincie, dicono d’averle tranquillate e pacificate». Tutta la forza loro consiste «in que’ soldati che, avvezzi a pascersi di pane cotto al sole, e di cipolle e radici, e a dormire al sereno con le scarpe di corda e la montiera da pecorajo, vengono a fare il duca nelle nostre città e a mettere paura, non perchè siano bravi, ma perchè non avendo mai provato gli agi della vita, non curano di perderla a stento: forti solo mentre stanno rinchiusi nelle fortezze, invitti contro i pidocchi, pusillanimi incontro al ferro, questi son quelli che spaventano l’Italia».

Non s’accorgea d’indicare appunto ove stava la superiorità degli Spagnuoli, l’abitudine alle armi e alla dura milizia. Così diceva e forse pensava egli quando gioiva de’ favori del duca di Savoja, al quale non cessava di raccomandare d’unirsi cogli altri principi d’Italia, e basterebbe a cacciare i nemici: ma «i satrapi della dottrina, e i più dotti che son sempre i più pusillanimi», diceano impossibile l’impresa; i nobili e i cavalieri spasimavano onori e croci «premj di patteggiata servitù».

Il Sozzino genovese, uno «di quegli infelici che godono o almeno non curano di essere dominati da popoli stranieri», scrisse a depressione dell’Italia e a favore della dominazione spagnuola e contro il duca di Savoja; e il Tassoni gli oppose un gran panegirico di questo. Il quale gli promettea pensioni ma non le diede, ond’egli se ne lamentò, e «M’accorsi che nè di pillole dorate nè di cortesi parole dei principi bisogna fidarsi... Al cane forestiero tutti quelli della contrada gli abbajano; i principi hanno sempre le mani lunghe, ma rare volte larghe». Per chetarlo, il cardinale Maurizio lo menò seco a Roma; ma poi vedendolo inviso alla Spagna, della quale ambiva farsi dichiarar protettore, lo scansò e rinviollo, pretendendo avesse pigliato l’oroscopo suo, e predetto indicasse un ipocrito; e per quanto egli si purgasse, disdicesse anche le Filippiche, non si lasciò più smuovere perchè «i principi per la loro riputazione vogliono sostenere anche le cose mal fatte».

«Questi (dic’egli) furono i guiderdoni e i successi della mia servitù colla casa di Savoja... E confesso che mancai di consiglio, perciocchè, avendo veduto il cavaliere Guarino uscir malissimo soddisfatto di quella Corte dopo dedicata la bellissima sua pastorale, e il Marino carcerato per tanti mesi dopo il merito del suo panegirico, e Obignì strozzato, e tanti altri che avevano fatto naufragio, dovea andar più cauto in avventurarmi in mare tempestoso, che finalmente non ha porto se non per vascelli di piccola capacità». Ben si fece dipingere con un fico in mano, a significare l’unico premio venutogli dalle Corti; ma non le abbandonò, e ai servigi del cardinale Lodovisi e del duca di Modena consumò la restante vita.

Come il Tassoni de’ tempi che più non erano, così degli Dei cui più non si credeva volle prendersi burla Francesco Bracciolini da Pistoja (1566-1645). Si levò gran disputa qual di questi due inventasse il genere eroicomico: nè l’un nè l’altro dirà chi abbia letto il Morgante, l’Orlando Furioso e l’Innamorato. Il Bracciolini, ricchissimo di modi e franco di vena, compose altri poemi, fra cui la Croce riacquistata da Eraclio dicono sia il migliore dopo il Tasso, e nessun lo legge; come non si legge il Graziani, che a ventidue anni fu applaudito per la Cleopatra in sei canti; poi per la Conquista di Granata, imitazione dello spagnuolo Mendoza; e molto più, attesa l’attualità, per la sua tragedia del Cromwell. E di epopee fu poveramente ricco quel secolo, eroiche, morali, sacre, comiche, e tutte dimenticate. Lasciandole noverare dai bibliografi, noi mentoveremo uno da essi dimentico, Giulio Malmignati di Lendinara, di cui l’Enrico o Francia conquistata (1623) fu probabilmente conosciuto a Voltaire, che finisce il suo poema al modo stesso, che fa pure assumere Enrico IV in cielo a vedere le sedi dei principali illustri, ed esortare da san Luigi a farsi cattolico.

Il pittore Lorenzo Lippi (-1664) alla corte di Claudia di Baviera compose un poema, intitolandolo dal nome d’un castello in rovina che l’architetto Paris possedeva presso Firenze, e fingendolo capitale d’un regno, la cui signora è spossessata da una cortigiana, poi ristabilita colla guerra. Difficile sarebbe dire il contesto e tanto meno l’intento del Malmantile riacquistato; eppure si legge volentieri, al modo che s’ascolta un bel parlatore fiorentino. Giambattista Lalli da Norcia cantò la Gerusalemme desolata; ma presto voltatosi al giocoso, fece i poemi del Domiziano moschicida, del Mal francese e l’Eneide travestita.

Puro ma inelegante è il Ricciardetto di Nicolò Fortiguerra (-1735), scritto per iscommessa un canto al giorno, con pazzesche buffonerie, riproducendo in caricatura gli eroi dell’epopea romanzesca; sempre ridendo senza riflessione nè scopo[220], buttandosi all’osceno, e abusando della facilità nel verseggiare. Francesco Redi di Arezzo (-1694), che di tutto seppe, scrisse perbene molti sonetti, e il Bacco in Toscana, brindisi imitato non raggiunto. Fulvio Testi modenese (-1646) di franca facilità e d’un far largo che somiglia a maestà, manca dell’aroma dello stile che eterna le opere, dà troppo nell’ingegnoso e fiorito, accumula sentenze, e verseggia una morale da prediche. Egli si lagnava della prostituzione delle Muse italiane[221]: ma l’ode a Carlo Emanuele (pag. 198), che gli valse una collana d’oro e la non ancora prostituita croce di San Maurizio e Lazzaro, il fece processare ad istanza del governatore di Milano. In contumacia condannato al bando e a ducento ducati, se ne redense con versi in senso opposto. Visse nelle Corti e ambascerie, onorato e invidiato, finchè un illustre personaggio credendosi adombrato nella sua canzone al Ruscelletto orgoglioso, lo fece mal capitare.