— La poesia è obbligata a far inarcare la ciglia; come il mio concittadino Colombo, voglio o trovar nuovo mondo o affogare»; così diceva Gabriele Chiabrera da Savona (1552-1637), il quale imputando i nostri di timidezza, cercò immagini grandi, espressioni figurate, parole composte, metri insoliti, ne’ quali mostrò squisito senso delle armonie convenevoli alla poesia italiana, mentre le costruzioni nuove date alla lingua non sempre sono acconce, nè desunte dalle popolari. Delle perpetue allusioni mitologiche non lo scusa neppur la necessità di lodare qualche oscuro ginnasta, e principi che non eccitavano entusiasmo. Fece un sobisso di poesie, discorsi devoti in prosa, drammi per musica, cinque poemi epici, e più poemetti senza la lode della regolarità nè il merito dell’ispirazione. I sermoni di genere medio sono tra i migliori nostri. Bellezze molte ha per certo; ma qual cosa di grande, di intimamente sentito? quale delle sue odi vive nelle memorie? Il Chiabrera «in patria incontrò, senza sua colpa, brighe, e rimase ferito; la sua mano fece le sue vendette, e molti mesi ebbe a stare in bando». Carlo Emanuele lo invitò alla Corte, il regalò d’una catena d’oro, lo fece accompagnare in carrozza di Corte a tiro a quattro, e ogni volta che tornasse a Torino gli dava trecento lire pel viaggio: altrettante gentilezze ottenne da Vincenzo Gonzaga, da Urbano VIII, dalla repubblica di Genova, fin di coprirsi quando ragionava a’ serenissimi collegi: e ad ottantacinque anni protrasse sana e placida la vita, non senza cetra.
Non mancava dunque favore ai letterati: i pontefici li proteggevano, e più di tutti Urbano VIII; i Medici carezzavano artisti e scrittori; Carlo Emanuele, fra tante brighe non li dimenticò, e spesso li metteva a disputare. Gianvincenzo Pinelli di Napoli faceasi a qualunque prezzo trasmettere quanti libri uscivano, e formò una biblioteca classificata per materie, oltre un museo di globi, carte, strumenti matematici, fossili, medaglie rare. Venduta alla sua morte, il vascello che portavala è predato dai corsari, che buttano in mare o disperdono sulle coste la mal conosciuta merce, i pescatori raccolgono i fogli per ristoppar le barche e far impannate alle finestre; il rimanente è comprato tremila quattrocento scudi d’oro dal cardinale Federico Borromeo, che ne fece fondamento alla biblioteca Ambrosiana. La quale aperse egli al pubblico coll’insolita comodità di tavolini e carta e calamajo; e vi aggiunse un collegio di dottori, che esaudissero alle inchieste degli studiosi, e pubblicassero opere nuove. Andò disperso il museo che avea raccolto Giannantonio Soderini veneziano, il quale pellegrinò in Levante, lodato come dottissimo dallo Spon e dal Weler viaggiatori eruditi, dal Patin, dal Magni.
Angelo da Roccacontrata agostiniano (-1620), direttore della stamperia Vaticana, una preziosa libreria donò al suo convento in Roma, detta Angelica, a condizione che restasse aperta al pubblico. Il cardinale Girolamo Casanate napoletano (-1700) favorì i lavori dei dotti, e massime la Collectanea dello Zacagni; e la ricchissima sua libreria legò ai Domenicani della Minerva di Roma, con quattromila scudi di rendita. Un’amplissima ne raccolse pure Francesco Marucelli prelato fiorentino nel palazzo fabbricatosi a Roma, e lasciollo a Firenze. Domenico Molino (-1635), gentiluomo veneto, carteggiava coi principali dotti anche d’oltremonte, ajutava di consigli chi componeva, e di denaro chi stampava. Lorenzo di Federico Strozzi (-1634), massime dopo perduta la vista, nella casa sua a Firenze adunava ogni miglior dottrina; altrettanto a Napoli Giambattista Manso; e in Roma Cassiano dal Pozzo gentiluomo torinese, il quale fece disegnare dal Poussin e da Pietro Testa in ventiquattro volumi le antichità romane, e unì la sua biblioteca a quella di Clemente XI. Giuseppe Valletta (-1658), de’ suoi diciottomila volumi facea comodità a chiunque, perciò in corrispondenza con tutti gli eruditi, e passava pel solo che in Napoli parlasse inglese.
I papi fin de’ primi tempi raccolsero carte e libri; san Clemente ordinò a notaj che scrivessero gli atti de’ martiri, alla cui collezione san Gelasio fece mettere qualche ordine, origine degli stupendi archivj del Vaticano. Per quanto piccola ci sia apparsa in altri tempi la Vaticana, rimaneva sempre la principale libreria del mondo cristiano; a Gregorio Magno scriveasi dalla Gallia per averne le opere di sant’Ireneo, e da Alessandria pel martirologio d’Eusebio[222]; sant’Amando vescovo di Tongres chiedeva libri a Martino I, e re Pepino alcuni manoscritti greci da donare alla badia di san Dionigi; Lupo abate di Ferrière a Benedetto XIII i commenti di san Girolamo sopra Geremia, quei di Donato su Terenzio e l’Oratore di Cicerone[223]. Ciò nel più fosco medioevo. Andò poi ampliandosi al risorgimento; e Calisto III spese quarantamila scudi d’oro per salvare libri dai Turchi quando devastavano la Grecia; altrettanto Nicola V alla presa di Costantinopoli, e spediva dotti per tutta Europa a cercarne; Pio IV adoprò ad egual uso il Panvinio e l’Avanzati; più fecero Sisto IV e Leone X; poi Paolo V, spintovi dal Baronio. Quando il duca di Baviera nella guerra dei Trent’anni saccheggiò l’ammirata biblioteca di Eidelberga, Urbano VIII, coll’opera di Leone Allacci, ne raccolse il più che potè, e quattrocentrentun manoscritti greci, mille novecencinquantotto latini, ottocenquarantasette tedeschi ne furono portati alla Vaticana[224]. Alessandro VII e l’VIII v’aggiunsero mille novecento manoscritti varj di Cristina di Svezia e della biblioteca ducale d’Urbino. Difettavasi di manoscritti ebraici, siriaci, armeni, egizj, etiopi, malabarici e simili: ma Gabriele Eva maronita, dalla Propaganda spedito in Egitto, avendovi osservato biblioteche ricche e mal tenute, fu spedito il maronita Elia Assemani a raccorne per la Vaticana; altri le furono regalati o lasciati; poi di nuovi andò a cercarne Simone Assemani, il quale compilò la Biblioteca orientale a imitazione della greca di Fabricio, che è ancora il miglior catalogo che s’abbia in tal fatto.
Caterina e Maria de’ Medici regine apersero la Corte di Francia a molti begli ingegni italiani; poi Luigi XIV, che ambiva anche la gloria d’Augusto, molti de’ nostri regalò e stipendiò; Filippo IV, poeta e pittore egli stesso, comprava da Palermo lo Spasimo, da altri la Sacra Famiglia e la Madonna della Tenda, i lavori più insigni di Rafaello, l’Adone addormentato sulle ginocchia di Venere del Veronese, per rivaleggiare col soggetto stesso del Tiziano; al Domenichino diede commissioni, come a Guido, al Guercino, all’Albani, che con tele del Caravaggio, del Cambiaso, d’altri nostri fanno ammirate le gallerie dell’Alcazar e di Aranjuez; e volle più di trecento gessi delle migliori statue d’Italia.
Più solenne ricordo lasciò Cristina di Svezia. Uomo d’apparenza e d’atti, negletta nel vestire, semplice nel mangiare, insensibile a freddo, a caldo, a sonno, cavalcatrice instancabile, volubile amante, ereditando il regno e la gloria del gran Gustavo Adolfo, sentì difficile il sostenerla; e desiderando farsi cattolica, essa figlia di quel che in Germania avea dato trionfo alla Riforma, abdicò e venne in Italia (1654). Festeggiata quanto richiedevasi a sì segnalata conversione, alla santa casa di Loreto offerse votivi lo scettro e il diadema; e postasi a Roma nel più bel palazzo del mondo, vi si divise fra studio, divertimenti, onori, quali a pochi principi del suo tempo. Non sapea dimenticarsi d’essere stata regina; e come in Francia fece privatamente giustizia del Monaldeschi suo famigliare, così a Roma essendosi ricoverati nel suo palazzo alcuni malfattori, essa negò concederli alla giustizia, e poco poi s’andò a comunicare menandosi dietro colla sua livrea quegli scampaforca. Il papa le comportava queste ed altre stranianze; tardando la pensione che s’era riservata dalla Svezia, le assegnò dodicimila scudi romani. Ed essa largheggiava a letterati e artisti; fece sterrare le terme di Diocleziano; al Borelli dava i mezzi di pubblicar l’opera sul moto degli animali; al Bernini commise una testa del Salvatore, e la vita di lui fece scrivere dal Baldinucci; tenne per secretario Michele Capellari bellunese, che la lodò in un poema latino; per matematico Vitale Giordano da Bitonto; a Ottavio Ferrari per un elogio regalò una collana da mille zecchini; dal Soldani fece fare in cento medaglie la propria storia. All’Accademia istituita nel suo palazzo intervenivano il Noris che fu poi cardinale, Angelo della Noce arcivescovo di Rossano, Giuseppe Maria Suares vescovo di Vaisons, Gianfrancesco Albano che poi divenne Clemente XI, Manuello Schelestrate, vescovi e monsignori molti, Stefano Gradi bibliotecario della Vaticana, Ottavio Falconieri antiquario, il Dati, il Borelli, il Menzini, il Guidi, il Filicaja che celebrava «La gran Cristina, dal cui cenno pende E per cui vive e si sostien la fama; Lei che suo regno chiama Quanto pensa, quant’opra e quanto intende». Aggiungete il meschino poeta Gian Mario Crescimbeni da Macerata (-1728), che raccolse la Storia della vulgare poesia, materia scompigliata esposta prolissamente e con gusto vacillante, pregevole solo per molte cose nuove tratte in luce. Disperando parlare di tutti i poeti celeberrimi del suo tempo, e temendo disgustar quelli che ometterebbe, il Crescimbeni ne imbussolò tutti i nomi, e cavò a sorte quelli di cui parlare; tutto ciò in presenza di testimonj, e prendendone legale protocollo.
Morta Cristina[225], egli pensò conservare uniti quei valenti, istituendo l’Arcadia, che divenne l’accademia più famosa d’Italia per meriti e per ridicolo. I quattordici fondatori s’adunarono primamente il 5 ottobre 1690 a San Pietro Montorio, poi negli Orti Farnesi sul Palatino; finchè Giovanni V di Portogallo diè di che comprarsi una stanza propria, che fu il Bosco Parrasio sul Gianicolo. Cresciuti di numero e di corrispondenti, ebbero colonie in ogni parte d’Italia; e doveano fingere un’Arcadia rinnovata, assegnando a ciascuno nomi pastorali e possessi, e conforme a ciò mescendo dappertutto idee campestri e pastorali: emblema la siringa di Pan, serbatojo l’archivio, custode il presidente, contare gli anni per olimpiadi, e gli statuti ne furono scritti dal Gravina nello stile delle XII Tavole[226]: insomma un’idealità senza riscontri, sformata viepiù dallo scegliersi a patrono Gesù nel presepio. Si prefiggevano di purgare il mal gusto; ma se di questo era causa lo scompagnare le cose dalle parole, come sperarlo corretto da gente che s’adunava per recitar versi, versi fatti per recitare? Emendavasi l’enfasi, ma rimanendo nell’artefatto anzichè ricorrere alla natura; e Vincenzo Leonio spoletino, un de’ primi in Arcadia, combattè i traslati e rimise in onore il Petrarca, sicchè andavasi fuor di porta Angelica a leggerlo e gustarlo.
Alle convulsioni dunque sottentrava il languore: ma intanto si piegava a correggersi, e i migliori tra quei che nominammo introdussero una maniera diversa e più originale di quella de’ Cinquecentisti. Vincenzo Filicaja fiorentino (1642-1707), per nobile pensare, vigorosa immaginativa, sentimento di religione e di patria sorvola ai contemporanei, e mostra parlar col cuore deplorando l’assedio di Vienna[227], esultando alle vittorie di Sobieski sui Turchi, e gemendo sui mali d’Italia, straziata dalla guerra di successione, e troppo bella o troppo poco forte: pure col ripetere certe formole e certi passaggi rivela la mancanza d’ispirazione, affetta soverchiamente la sonorità, e ancora si pompeggia nei cenci del Seicento; si tiene sulle generali, quasi tema disgustare o i popoli o i re, interi non esprimendo nè la gloria de’ trionfi nè il tripudio della speranza. Visse modestissimo; tardi fu fatto senatore dal granduca; Cristina di Svezia fece educare due figli di esso, raccomandando il segreto, perchè, dicea, vergognavasi di far sì poco per un tanto uomo.
Il pavese Alessandro Guidi (1650-1712) cominciò colle solite ampolle[228], poi per consiglio d’amici a Roma si volse a Pindaro, al Petrarca, al Chiabrera; è più immaginoso di questo e del Filicaja, e meglio sostenuto e felice nel maneggio della lingua e nell’onda armonica, professa, dove gli appaja grandezza, scoccare gli inni dell’alma sua prole immortale. Comincia magnifico, ma non trattando soggetti di reale interesse, nè con veracità o attualità di sentimento, finisce freddo malgrado il ditirambico disordine, e la troppo apparente cura di reggersi sempre in punta di piedi; a tacere la scipita idealità della vita pastorale anche quando canta sul colle di Quirino, «ove i duci altieri dentro ai loro pensieri fabbricavano i freni ed i servili affanni ai duri Daci e ai tumidi Britanni». Poeta di immagini, sovente le esagera; orna ed amplifica quanto il Chiabrera, profondendo epiteti non, come questo, appropriati al senso ma all’armonia. All’Endimione, favola pastorale da lui composta per Cristina, acquistarono fama il credersi v’abbia posto mano ella medesima, e l’averne fatto un commento il Gravina, scegliendola a modello delle regole che prescriveva. Parafrasò in versi sei omelie del cardinale Gianfrancesco Albano; ma anche i santi si atteggiano d’Arcadia.
E coll’Arcadia e colla mitologia ristucca Benedetto Menzini fiorentino (1646-1704). Alle satire trae nerbo dall’ira, benchè de’ vizj non gli si affaccino che i più appariscenti, e spéttori invettive da trivio, giudicando che «ai poeti satirici le parole tolte di mezzo alla plebe vagliono altrettanto che le nobili agli eroici; ma non seppe fondere lo stile degli antichi col vivo. Nell’Arte poetica flagella il gusto cattivo, più che non ne insegni un buono. Menò vita agitata, finchè ricoverato sotto il manto papale, strimpellò pastorellerie come è l’Accademia tusculana.