Giambattista Zappi imolese (1667-1709), dottorato a tredici anni, avvicendò i trionfi del fôro e del Parnaso, ma senza uscire dalla povertà, che divise con Faustina Maratti, arcades ambo. Corretto ed elegante, ma senza la divina favilla, fa versi per far versi, non per bisogno d’espandere il sentimento, e sottiglia in arguzie.

Carlo Maggi (1630-99), segretario del senato di Milano, molti epigrammi tradusse dal greco, appicciandovi arguzie, come gli scultori d’allora ammanieravano le copie di statue antiche. Componeva felicemente in milanese satire di coraggioso intento e commedie, nelle quali creò i tipi del Meneghino, buon pastricciano, servitore curioso e credenzone, e di donna Quinzia, vecchia dama orgogliosa del suo blasone; e molti suoi motti rimasero proverbiali. Ne’ drammi per l’arrivo de’ nuovi governatori non risparmiava le salacità, che non so come si conciliassero colla grande devozione d’allora, e «coll’aureo irreprensibil costume», di cui lo loda il Maffei. Qualche suo sonetto vigorosamente rimbrotta l’Italia, addormentata in sorda bonaccia, e dove se alcuno provvede ai mali imminenti, non cerca che il proprio scampo, senza curare i danni altrui.

Alessandro Marchetti da Pistoja (1633-1711) variò studj, di nessuno soddisfatto finchè il Borelli nol pose alla geometria, di cui fu maestro in Pisa, e dove estese le dottrine di Galileo sulla resistenza dei solidi, troppo però inferiore ai grandi che presumeva emulare. Le sue liriche sono mediocri, come la versione d’Anacreonte; peggio quella di Lucrezio, qualunque sia il parere più vulgato o più vulgare.

E più che nel secolo precedente sentivasi il bisogno di fare del nuovo, benchè si cercasse per false vie. Quindi molti cantarono i guaj o le speranze della patria; il Guidi introdusse le canzoni libere, il Tassoni i poemi eroicomici, il Redi la varietà del ditirambo, il Chiabrera metri al modo latino o greco. Pier Jacopo Martelli bolognese (1665-1727), che, oltre sette satire, tre poemi e un profluvio di liriche, fece ventisei drammi col proposito d’innovare l’insulso teatro, acciocchè non fosse mestieri ricorrere a versioni dal francese, ai Francesi s’accostava perfin nella testura del verso, che da lui nominammo martelliano. Già monotono a declamare, egli per giunta lo rigonfiò con immagini liriche, similitudini artifiziose, tutto insomma ciò che meno s’addice alla tragedia.

E molte tragedie si fecero di quel tempo; molte commedie, fra le quali solo mentoverò quelle del Fagiuoli (1660-1724), fatte per l’Accademia degli Apatisti, che si adunava a Firenze in casa di Agostino Bollettini, e dove intervenivano il Filicaja, il Salvini, il Magliabechi, altri. Condotto dal cardinale Santa Croce in Polonia, come secretario, mostrò abilità agli affari, e da quel punto continuò a notare ogni sera quanto avea visto e riflettuto nella giornata. Reduce in Italia, poveramente visse fin a tarda vecchiaja, e ne’ capitoli berneschi evitò le sudicerie che ne pajono inseparabili.

Il teatro, sorvegliato dai vescovi, scemò se non abbandonò le scurrilità del Cinquecento, ma originalità non ebbe. La commedia italiana, nel 1577 introdottasi a Parigi, traeva tanto concorso, che ne ingelosirono gli altri teatri; ma rappresentavansi per lo più burlette da figurarvi gli attori, anzichè i compositori. Nel 1645, per protezione del Mazarino, vi fu recata l’opera italiana. Ma a que’ sommi contemporanei francesi, Corneille, Racine, Molière, nulla abbiamo da contrapporre. Titolo di Sofocle italiano pretendeva Gian Vincenzo Gravina di Rogliano (1664-1718) per cinque infelici tragedie. Nella Ragion poetica, trattato che non si disgradirebbe un secolo più tardi, sostiene con lungo raziocinio consistere la poesia nella convenevole imitazione; ma neppure da questo principio sa dedurre tutte le conseguenze. Borioso, mordace, si avversò l’Arcadia coll’arrogarsene tutto il merito, e fu accannitamente percosso da Quinto Settano. Ascondevasi sotto questo nome Lodovico Sergardi senese gesuita, che con satire velenosissime ed eleganti, e diffuse in tutta Europa perchè latine, azzannò i vizj del secolo[229] e gli uomini, fra cui il Guidi, che altri credeva gigante, egli intitolava pumilio.

Tommaso Ceva milanese (1648-1756) la matematica unì colla poesia latina, agevole coloritore ma di tocco; irresoluto s’adagia negli antichi errori, come più poetici; attribuisce all’abbandono d’Aristotele le eresie di Lutero e Calvino; ribatte i vortici di Cartesio e gli atomi di Gassendi, ma anche il sistema copernicano, come avversi alla fede; e sostiene l’attrazione col nome di simpatia. Meglio procede allorchè si appaga d’essere poeta, come nelle Selve e nel Gesù infante; ma si trastulla sempre nell’epigramma: anche volendo fare un quadro grande lo tessella di quadrettini, graziosi sì, ma senza insieme, e tutti immaginuccie di fanciulli, pastorelli, agnelletti; non mai sapendo staccarne la mano o accorgersi delle sconvenienze, tanto meno elevarsi; e per far amare Gesù e aborrire il diavolo non altre vie conosce che le riverenze, il rosario, le orazioni. Alquante vite, di dettatura buona e temperata come il suo spirito, diresse a pio intento; e in quella del Leméne ascende a buone ragioni di arte poetica.

Aggiungiamo ai latinisti Publio Fontana di Palusco bergamasco, l’Averani fiorentino, il Capellari, lo Strozzi che cantò la cioccolata; il gesuita Carlo d’Aquino che, oltre un Anacreon recantatus di sentimento devoto, fece un Lexicon militare, spiegando i termini di guerra con osservazioni eccellenti ed erudite discussioni. Sotto gli auspicj di Alessandro VII si stamparono a Roma nel 1656 i Poemata septem illustrium virorum, detti talvolta Plejas alexandrina e che fu poi ristampata dagli Elzevir nel 1672. Sono Alessandro Pollini, Natale Rondinini, Virginio Cesarini, Agostino Favoriti, Stefano Gradi, e gli stranieri Ruggero Torck e Ferdinando Fürstenberg, il quale ultimo pubblicò ad Anversa le poesie di papa Alessandro col titolo Philomati musæ juveniles (1654). Molti Gesuiti adoprarono il latino, principalmente nelle controversie, ma in generale danno nel declamatorio; colpa forse il cominciare giovanissimi a fare il maestro. E moltissimi libri d’istruzione diedero fuori, certo i migliori di quell’età.

Qui pure s’introdussero le difficili puerilità di acrostici, d’enigmi, di versi correlativi o ricorrenti, di poemi figurati[230]; e Baldassarre Bonifazio pubblicò a Venezia il Musarum liber ad Dominicum Molinum, che sono ventisei faccie stampate e ventidue incise, rappresentanti i seguenti oggetti: Turris, clypeus, columna, calaria, clepsydra, fusus, organum, securis, scala, cor, tripus, cochlea, pileus, spathalion, rastrum, amphora, calix, cubus, serra, ara. Più ampia è la raccolta del Caramuel a Roma nel 1663, intitolata Primus calamus ad oculos ponens metametricum, quæ variis currentium, recurrentium, adscendentium, descendentium, nec non circumvolitantium versuum ductibus, aut æri incisos, aut busso insculptos, aut plumbo infusos multiformes labyrintos exornat; e sono ottocentrentaquattro pagine, di cui ventiquattro intagliate, divise in otto parti, cioè Prodromus, Apollo arithmeticus, Apollo cetricus, anagrammaticus, analexius, centonarius, polyglottus, sepulchralis. Smisurata fatica d’insaccar vento.

Anche qui dunque languidezza o vanità; e la ciarla, al solito, ornava i funerali del pensiero e della nazione. Prolissità e confusione nei più, persino in quelli che raccontano: scarsezza di pensieri, e perciò abbondanza di parole: coloro stessi che si stomacavano delle bizzarie correnti, non cercavano schivarle innalzandosi al sentimento, ma rifuggendo ai Cinquecentisti, al Petrarca, al Boccaccio: — e v’era passata di mezzo la Riforma.