I nostri vecchi erano divenuti modelli ai Francesi, agli Inglesi, agli Spagnuoli, perchè erano stati nazionali, cioè aveano svolto il pensiero in modo conveniente a coloro cui si dirigevano: adesso la spontaneità facea schifo, s’imitava, si contraffacea. Alcune menti severe s’approfondirono negli studj, e proclamarono verità che prevenivano i tempi: ma quando l’erudizione vendicatrice venne a dar loro ragione, dove le cercò? in libri non curati dai contemporanei, dimentichi dai posteri; non nella memoria del popolo, non nell’attualità degli affari e delle applicazioni.

Non che l’Italia fosse più guardata come la stella polare, i forestieri presero in beffa la nostra maniera: Shakspeare contraffece i concettini degli Italiani; Boileau rese proverbiale l’orpello del Tasso; il gesuita Bouhours, nella Maniera di ben pensare nelle opere d’ingegno, bersagliò i poeti nostri e i concettini; il marchese Gian Gioseffo Orsi di Bologna, gran dittatore di scienza cavalleresca, tolse a confutarlo, donde un litigio dentro o fuori, senza però che alcuno si elevasse a liberali pensamenti; e il pesarese Prospero Montani si meravigliava che tutti costoro, invece di stabilire canoni ragionevoli di gusto, volessero appoggiarsi unicamente ad Aristotele, ad Ermogene, a Falereo, dicendola «prostrazione di mente, genio tapino e illiberale, vilissima frenolatria». In fatto l’attenzione volgevasi ai grandi scrittori, ai grandi pensatori di Francia, dell’Inghilterra, della Germania; e sul merito loro, sulle loro opinioni foggiavansi il gusto e il raziocinio, pel bene e pel male; e si pensò tradurli, mentre i nostri cessavano di passar le Alpi. Fin nelle arti del disegno fummo superati; e nella musica si contendeva il primato ai nostri compositori, ai nostri cantanti.

Il sapere zoppica quando non sia appoggiato all’azione. Ora in Francia, in Olanda, principalmente in Inghilterra non si troverebbe letterato di grido che non abbia preso parte alle vicende della sua patria, se non altro cogli scritti. Gl’Italiani rimasero sequestrati dal gran movimento politico e religioso. Nella ricchissima letteratura francese vive e spira la storia di quella nazione, perfino ne’ romanzieri, nelle tragedie, nelle commedie; tanto che si potrebbe scriverla, non dico fedelmente, ma interamente sopra di essi. Ma in Italia? la frase non era arma d’attacco o difesa, ma vanità e ozio: ciarla prosastica o poetica, senza serietà nè passione nè grandezza, non favellava al cuore, sì bene alla voluttà materiale o ai vulgari capricci: non si acuiva lo stile per farsi intendere dai partiti, per animar la parola col sentimento comune: a che si aspirava? a destar meraviglia; che cosa si bramava? l’applauso delle accademie; non ascoltando il cuore, non interrogando i profondi misteri della vita, i bisogni della nazione, il suo passato, il suo avvenire.

CAPITOLO CLVIII. Scienze morali e filosofiche. Economia. Storia.

Della vacuità letteraria non ultima causa fu la mancanza di movimento filosofico. Alla scolastica, che sotto l’apparato dell’argomentazione copriva spesso la nullità, e rigirava sempre entro il proprio circolo, aveano recato multiforme assalto gli Umanisti, i Platonici, i nuovi Peripatetici, i nuovi Pitagorici, i Mistici, gli Stoici, gli Scettici (t. IX, p. 310). Il modenese Mario Nizzoli[231] (-1556) combattè la logica e la metafisica dello Stagirita, non meno che le idee platoniche discordi dall’esperienza, e al barbaro delle scuole cercava sostituire il linguaggio comune e chiare etimologie; onde il Leibniz l’offrì come exemplum dictionis philosophiæ reformatæ. Sebastiano Erizzo veneto (-1585) sostenne il metodo analitico (divisivo), qualificato da Platone un dono e insegnamento degli Dei. Ma più che dai parziali assalti fu scassinata la Scolastica dalla Riforma, colla quale entrato il dubbio e l’esame, all’ipse dixit si sostituiva la discussione contraddittoria de’ fatti. Non paghi del distruggere, alcuni vollero surrogare artifiziali combinazioni di sistemi antichi e d’immaginazione propria. Principalmente il regno di Napoli diede pensatori originali: ma appena spastojati dalla Scolastica, buttavansi all’entusiasmo, al gusto dello straordinario nell’ordine delle idee e dei fatti, alle aberrazioni ontologiche; mescolando jattanza critica a superstizione e incredulità, con una turbolenza indisciplinata, che manifestavasi anche nella vita loro.

Bernardino Telesio da Cosenza (1509-88), studiato nel silenzio fino ai sessant’anni, pubblicò una filosofia naturale (De rerum natura juxta propria principia), dove, sbrattando dai commenti la fisica d’Aristotele, riduce i principj ad uno corporeo ch’è la materia, e due incorporei, calore e freddo: non solo attivi, ma intelligenti dei proprj atti e delle mutue impressioni. Il calore risiede nei cieli, unito alla materia più sottile; il freddo nel centro della terra, ove più densa è la materia; lo spazio intermedio è campo alle loro battaglie. Sul moto dei corpi celesti, sui gravi cadenti, sull’angolo d’incidenza e riflessione della luce, sulla direzione dei raggi negli specchi concavi o sferici, reca vedute nuove. Avanti Cartesio e Bacone, ai quali è attribuita la lode d’aver ricondotto gl’intelletti all’esperienza e all’induzione, il Telesio alla moderna indicava tutte le scienze naturali da studiare secondo i principj lor proprj, emancipandosi dai pregiudizj fondati sopra l’autorità e sopra massime a priori, e interrogando la natura: sicchè Bacone lo chiama il primo de’ novatori.

A tali meriti partecipa Giordano Bruno da Nola (1550-1600). Stanco di viver domenicano e delle tirannidi nostrali, va a Ginevra, e s’accapiglia co’ seguaci di Calvino e Beza, de’ quali abbracciando le dottrine, non tollerava i limiti; considerato scettico, è perseguitato; passa a combatter dalla cattedra gli Aristotelici in Francia, in Inghilterra e in varie Università di Germania, in nessun luogo godendo tranquillità, colpa forse la smisurata sua superbia[232]. Acutissimo ingegno, istrutto nel greco e nella filosofia antica, robusto ma sfrenato d’immaginazione, sostiene l’originale libertà del filosofare, ma non sa padroneggiare il soggetto e fermarsi a tempo. Strani titoli appone alle sue opere, come la Cabala del cavallo pegaseo, la Cena delle ceneri, che è un dialogo sulla teoria fisica del mondo, ove sostiene Copernico, cui dà lode non meno d’erudizione che di coraggio[233]; ma l’ipotesi della gravitazione gli sa d’assurdo, attesochè ogni movimento sia per natura circolare. Lo spaccio della bestia trionfante, proposto da Giove, effettuato dal Consiglio, rivelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da Saulino, registrato da Nolano, fu creduto qualcosa di tremendo contro Roma, e non è nulla più che un’allegoria per introduzione alla morale. Il mondo, adir suo, è animato da un’intelligenza onnipresente, causa prima non della materia, ma di tutte le forme che la materia può assumere, viventi in tutte le cose quand’anche vivere non sembrino[234]. L’unità è l’essere; ciò che è multiplo è composto; dunque non esiste che l’uno, e in questo vanno confusi finito e infinito, spirito e materia. Presa in sè, l’unità è Dio; in quanto manifestasi nel numero, è il mondo; e ancora il mondo è Dio[235]. Un’unità primitiva sta in fondo all’apparente varietà degli oggetti, che a petto ad essa tutti sono eguali: e nell’osservarli non si vedono sostanze particolari, bensì la sostanza in particolare. Avvi dunque un principio supremo dell’esistenza, cioè Dio, che può esser tutto, ed è tutto; in lui la potenza e l’attività, il reale e il possibile costituiscono un’unità inseparabile; esso è non solo causa esterna, ma fondamento interno della creazione. Idee vere non si danno se non nell’essere divino, del quale l’universo è effetto ed espressione imperfetta; e da questo universo noi deduciamo le cognizioni, che non sono idee ma ombre d’idee.

Stabilita la relazione dell’intelletto divino coll’universale e cogl’intelletti particolari, e scoperto il nesso fra la verità divina, la verità delle cose e la verità propria de’ nostri intelletti, ne deduce l’armonia di tutte le cose fra loro. Dalla stretta connessione fra i tre grandi ordini di cose, Dio, l’universo, le intelligenze particolari, avendo creduto dedurre l’assoluta unità, aspirò a ridurre l’ideale e il reale, l’ente di ragione e il sussistente in un’unica categoria, la quale abbracciasse l’essere nell’universalità sua, ricondotto alla semplicissima unità. Al qual uopo intensamente s’applicò a perfezionare l’Ars magna di Raimondo Lullo: cattivo modello.

Pertanto egli primo nel suo secolo contempla il mondo da puro metafisico; o, come si direbbe oggi, si pone alla ricerca dell’assoluto; e sviando dall’esperienza, le cause de’ fenomeni non indaga nella materia stessa, ma accenna uno spazio infinito, pieno di mondi che splendono di luce propria, d’anime del mondo, di relazioni dell’intelligenza suprema coll’universo; confida nel lume interno, nella ragion naturale, nell’altezza dell’intelletto, e così s’avventura a divinazioni, talora anche fortunate, sopra i moti delle stelle fisse, la natura planetaria delle comete, l’imperfetta sfericità della terra.

Risoluto di rivedere la patria, giunge a Venezia, sta due anni a Padova; ma preso, è consegnato all’Inquisizione romana, la quale non potendo indurlo a ritrattarsi, lo dà al braccio secolare, ut quam clementissime, et citra sanguinis effusionem puniretur. Condannato ad esser arso in Campo di Fiore, disse ai giudici: — Avete maggior paura voi nel proferir la sentenza, ch’io nel riceverla»[236].