Testè i Tedeschi riconfortarono la memoria del Bruno, indicandovi dottrine affini alle loro e principalmente al panteismo di Schelling, al par del quale il nostro coll’astrazione padroneggia le meraviglie visibili e invisibili dove si confondono il creato e l’increato. Ma le inestricabili divagazioni e la mancanza di linguaggio e di concatenamento scientifico nelle variatissime forme della sua ispirazione resero poco accessibile, e quindi infruttuoso il nostro filosofo.

A Stilo, nell’estrema Calabria, nacque Tommaso Campanella (1568-1639), anch’esso domenicano e non meno ardito pensatore, capace di riuscir sommo se non si fosse sparpagliato su tante scienze col proposito di riformarle. Invaghito di Telesio «tanto per la libertà del filosofare, quanto perchè pendeva dalla natura delle cose, non dai detti degli uomini»[237], tentò sottrarsi alle possibilità di Lullo e alle formole della scolastica e fondare una filosofia della natura sopra l’esperienza, combinata però col soprannaturale, cioè colla rivelazione, la quale è fondamento della teologia. Nè in teologia può esser falso quel che sia vero in filosofia, giacchè quella è scienza degli attributi di Dio, questa è scienza della scienza con cui Dio governa il mondo. Vero è che egli come teologo non affronta con indipendenza il problema fondamentale della metafisica, mentre poi troppo ragiona per teologo, nell’intento di raffigurar la rinnovazione dell’uomo mediante la scienza.

Prima di Cartesio trasse la prova dell’esistenza dall’attività interna[238]: conobbe ed espresse il bisogno della cognizione razionale e teologica, quantunque lontano dal soddisfarvi: ammirò Galileo, pur dissentendone in alcuni punti, e l’esortava a compiere un corso di filosofia razionale. Suo tipo è il mondo[239], e riprova coloro che all’esperienza antepongono l’autorità e le argomentazioni. Ma vedendo i fenomeni della calamita e il sesso delle piante, credesi appoggiato dall’esperienza nell’asserire che tutto è animato[240]; con eloquenza descrive le simpatie della natura, e lo spandersi della luce sulla terra, penetrandone tutte le parti con un’infinità d’operazioni, le quali è impossibile si compiano senza immensa voluttà. E talmente i corpi godono del mutuo contatto, che non può formarsi il vuoto se non per mezzi violenti. Oltre la metafisica, la fisica, la fisiologia, la filosofia sociale, offre un albero delle scienze, ponendo come capitale e universalissima la metafisica, e sotto di essa dividendo le altre in razionali e reali, cui corrispondono le scienze operative, le pratiche, le discipline e le arti.

Troppo più cose asserisce che non ne provi; e lenta le redini all’immaginazione, concitata dalla solitudine e dai patimenti. Sovrattutto s’industria ad opporre un dogmatismo filosofico allo scetticismo, fondandosi sul bisogno che la ragione prova di raggiungere la verità; sicchè per impugnarla lo scettico medesimo ha mestieri di certi postulati. Contro i machiavellici difende la libertà del sapere e i diritti della ragione; ma poi si palesa machiavellico più che il suo secolo, e vorrebbe far dipendere la grandezza d’Italia da quella di Spagna, e questa procacciare con arti tiranniche e corruttrici: perisca la patria, purchè trionfi l’idea.

Iddio parlò agli uomini dalla più grande antichità, mediante tutte le religioni; rivelossi agli Assiri cogli astri, ai Greci cogli oracoli, ai Romani cogli auspicj, agli Ebrei coi profeti, ai Cristiani coi concilj, ai cattolici coi papi, ampliando la cerchia delle sue rivelazioni ogni volta che lo scetticismo e l’incredulità attaccavano i popoli corrotti; le scoperte moderne son l’ultimo termine di questa tradizione divina, che, sempre superiore alle miserabili operazioni e alla gretta politica degli uomini, congiungerà finalmente tutti in una sola credenza, in quell’unità del genere umano che Augusto intravvide, e che la ragione esige perchè cessino i flagelli naturali e perchè le regioni più diverse permutino fra loro tutti i beni.

La filosofia reale divide egli in fisiologia, etica, politica, economica e città del sole; nella qual ultima principalmente spiegò i suoi concetti sociali, e quasi la mancanza d’una patria lo spingesse ad errar nelle utopie, si propose di riformare il genere umano, ripristinando l’integrità e l’armonia della potenza, della sapienza e dell’amore. Delinea dunque una società sul tipo della sua metafisica: e come l’intelletto prevale alle altre facoltà, così il capo della repubblica a tutto l’ordine politico e civile; come l’intelletto è raggio divino, così questo capo è quasi un’incarnazione di Dio; come l’intelletto è per essenza buono, sapiente, potente, così esso capo deve aver tre ministri che rappresentino l’amore, la sapienza, la potenza; e il primo vigili alla generazione e all’educazione, il secondo a propagare la scienza, il terzo al consorzio civile e al mantenimento della vita.

Non sarebbe questa la monarchia universale esercitata nel medio evo dalla santa Sede? Frate com’era, prende a tipo il monastero e la gerarchia clericale; tutti i Solari fan voto di frugalità e povertà; quattro ore di lavoro quotidiano basteranno ai parchi bisogni; il resto applicheranno all’universalità delle umane cognizioni. Comunanza dei beni e delle donne; abolizione della famiglia e della servitù; il servizio domestico si trasformi in funzioni pubbliche; e il potere, o, a dir più giusto, la direzione de’ lavoranti sia, ad ogni grado della gerarchia, esercitata da un uomo o da una donna.

Chi primeggia in qualsiasi scienza od arte meccanica, è fatto magistrato, e ciascuno li ha in conto di maestri e giudici; essi sopravvegliano i campi e i pascoli; quel che maggiori mestieri conosce e meglio esercita, ottiene maggior considerazione. Ecco la gerarchia della capacità predicata dai Sansimoniani ai dì nostri, non mancandovi tampoco il padre supremo, il papa industriale[241]. Tali magistrati hanno autorità di giudicare e punire fin di morte e sommariamente; al potere esecutivo e giudiziario uniscono il religioso; ricevono da ciascun subordinato la confessione auricolare, e la trasmettono ai superiori colla propria. Il male della società deriva dall’amor proprio; vuolsi dunque affogarlo nell’interesse generale. A tal uopo sopprimasi la proprietà. Nè egli rifugge da veruna conseguenza del comunismo; fino il generare dev’essere sottoposto a norme, onde ottenere il progressivo miglioramento della specie; le donne esporranno i loro vezzi, magistrati apposta sortiranno le coppie, secondo norme che egli divisa cinicamente e secondo le combinazioni planetarie, sulle quali esso si diffonde con una compassionevole sapienza. Così è tolta fin la libertà dell’amore per ottenere quell’educazione onnipotente, che, cominciata prima del concepimento, deve accompagnare il nuovo cittadino sino alla virilità.

Mediante questa, i Solari porteranno a perfezione il sapere e la società, faranno aratri che si muovano a vela, bastimenti che navighino senz’antenne o remi; voleranno, discerneranno negli abissi del cielo le stelle più remote, udranno l’armonia delle sfere celesti, arriveranno ad una longevità, ora inattingibile, anzi sapranno ringiovanire ogni settant’anni; tutta la terra sarà coltivata secondo un divisamento unico, come fosse un solo possesso; un nuovo culto senza misteri raccorrà nel tempio stesso le immagini di Pitagora e di Cristo, di Zamolxi e dei dodici apostoli; una lingua universale torrà gli ostacoli alla comunicazione delle idee. Così (oltre far continua astrazione dalle condizioni, dallo spirito, dai costumi d’Italia) colla natura morale il Campanella alterava anche la natura fisica; volea vincere le fatalità della natura, l’imprevidenza dell’uomo, l’antagonismo degli Stati; e mancando d’ogni senso della realità, raggiunge a fatica quel che i mistici comunisti del medioevo già avevano effettuato.

Eppure, fra tanti delirj, conditi d’astrologia e d’astrusa scolastica, profonde e nuove osservazioni reca egli sopra la storia e l’alta politica della Corte romana; dalla prigione scriveva a Filippo II, implorando d’andargli a parlare di cose rilevantissime alla Spagna. Nella quale ravvisa il marchio della predilezione divina, come la più cattolica, e che ottenne dal Cielo il nuovo mondo; sicchè tutti devono adoperarsi affinchè consegna l’impero dell’universo, abbatta l’islam e l’eresia, compiendo la sua missione d’assicurare il trionfo della Chiesa. Ciò conseguìto, ristaurata l’unità del mondo, dovrà rifabbricare il tempio di Gerusalemme. Senza libri, e da dieci anni in tuguriolo angusto, indovinò il declinare di quella potenza, che allora stava all’apogeo. E per prima causa vi assegna l’isolamento orgoglioso degli Spagnuoli, onde consiglia di favorirne i matrimonj con Fiamminghi, Tedeschi e Napoletani, i quali deporranno le ripugnanze e s’acconceranno ai costumi degli Spagnuoli, giacchè è impossibile piegar questi orgogliosi verso costumi stranieri. — I vostri baroni e conti, spoverendo i sudditi, spoverendo voi stesso (dice al re), vanno vicerè o governatori soltanto per ispendere pazzamente il denaro, farsi de’ creati, e rovinarsi in piaceri; poi dall’ostentazione e dal lusso ridotti in secco, tornano a rifarsene in Ispagna, e rubano a dritta, a sinistra, e arricchiti di nuovo, ricominciano quella vicenda, e mille arti sanno di smungere i poveri sudditi»[242]. E segue suggerendogli le prudenze occorrenti per ingrandire: tengasi amici gli ecclesiastici; mandi cardinali e vescovi a governar l’America, le Fiandre e i luoghi sospetti; remuneri i più sapienti in divinità; ne’ consigli supremi metta Gesuiti, Domenicani, Francescani; nelle guerre ogni capitano abbia un consigliere religioso, massime per sovrantendere alle paghe de’ soldati, giacchè «la rovina di Spagna è che paga e non sa a chi»; tutte le sue imprese faccia dichiarar giuste dal papa.