Nei consigli vuole che gl’Italiani siano adoperati principalmente per cose di guerre; ma non trascende i suoi contemporanei, i quali tutti ammettevano il sommo ed assoluto imperio del principe, nè provvedeano a mettere il men possibile d’impacci alla libertà individuale.

Coloro che fra le vittime dell’intolleranza ecclesiastica decantano il Campanella, piacciansi osservare quanta egli ne eserciti. Coi novatori insegna di «non disputar le minutezze delle parole sacre, ma solo, Chi vi ha mandati a predicare? o il diavolo o Dio? Se Dio, ciò devano mostrare con miracoli: se no, bruciali se puoi, e infamali; ma mai si devono far dispute grammaticali, nè con logica umana discorrere, ma con la divina, senza moltiplicar parole ed allungare la lite, il che è una specie di vittoria a chi sostiene il torto. Di più condannarli al fuoco per le leggi imperiali, poichè tolgono la fama e la roba ad uomini autorizzati da Dio con lunga successione, come è il papa e’ religiosi, e coll testimonianze e sangue sparso... Il primo errore che s’è fatto, fu di lasciar vivo Lutero nella dieta di Vormazia ed Augusta: la qual cosa, sebbene alcuni dicano averla fatta Carlo per ragione di Stato, acciò che il papa sempre restasse timoroso di Lutero, onde fosse astretto sempre seguire le parti di Carlo, ajutandolo con denari ed indulgenze nelle imprese che faceva per arrivare alla monarchia, temendo non si piegasse ad innalzare Lutero suo emulo; nondimeno si vede essere stato contro ogni ragion di Stato, poichè, snervato il papato, tutto il cristianesimo s’indebolisce, tutti i popoli si ribellano sotto specie di vivere in libertà di coscienza» (cap. XXVII).

E più volte ricombatte Lutero e Calvino. «La religione che contraddice alla politica naturale, non si deve tenere. La luterana e calviniana che nega il libero arbitrio, non si deve mantenere, perchè i popoli possono rispondere che essi peccano per destino» (Aforismo 84). E quanto all’attuazione esterna della Chiesa, egli professa che «s’inganna chiunque dice che il papa non ha se non il gladio spirituale e non il temporale, perchè la monarchia sua sarebbe diminuita mancando di questo; e Cristo Dio legislatore sarebbe diminuito, cosa imprudente ed eretica da affermarsi. Quella medesima costellazione che trasse fetidi eflluvj dalle cadaveriche menti degli eretici, valse a produrre balsamiche esalazioni dalle rette intelligenze di quelli che fondarono le religioni de’ Gesuiti, de’ Minimi, de’ Cappuccini» (Afor. 70).

Questi concetti riusciranno bene inaspettati a chi lo giudicò fin ora a detta altrui. Una volta ogni rivoltoso dovea figurarsi come eretico: oggi come italianissimo, e qui pure il Campanella ci raffinisce tra le mani. Perocchè professava che Italia «già mostrò i suoi frutti, e nessuna nazione dopo perduto l’impero potè recuperarlo mai, e tanto meno l’Italia, chè le stelle pur contraddicono, e dove non è che paura tra tutti e poca risoluzione per la salute comune, e nulla per ricuperarle l’impero, aspirando i principi soltanto a conservarsi[243]. Giacchè deve star soggetta, il minor male è che sottostia agli Spagnuoli, e sperare che crescano, anzichè ricever altri forestieri con rovina nuova. Massime che questi, essendo eretici, torrebbero a Italia l’unica gloria rimastale, il papato, donde un infiacchimento che la esporrebbe al Turco».

Neppur s’ha a toccare il papa, perchè «solo con la venerazione difende più gli Stati suoi che gli altri principi con l’armi; e quando è travagliato, li principi tutti si muovono ad ajutarlo, altri per la religione, altri per ragion di Stato[244]. E questo è dominio veramente italiano, e perciò chiunque non lascia eredi dovrebbe legare i proprj Stati al papa, e le repubbliche stabilire che a questo siano devolute se mai un tiranno le invada; e così si costituirebbe a breve andare una monarchia italiana. Intanto dovrebbe farsi a Roma un senato cristiano, dove tutti i principi avesser voce per mezzo di loro agenti; il papa vi presedesse per mezzo d’un collaterale; vi si risolvesse a pluralità di voti sulla guerra agli infedeli ed eretici, sulle differenze tra’ principi, obbligando colla guerra qual vi si rifiutasse.

Del suo paese dice: «Napoli è popolata di settantamila abitanti, e solo dieci o quindicimila lavorando, vengono prestamente consunti dalla soverchia fatica; mentre il rimanente è rovinato dall’ozio, dalla pigrizia, dall’avarizia, dalle infermità, dalla lascivia, dall’usura; e per maggior disgrazia, contamina e corrompe infinito numero d’uomini assoggettandoli a servire, ad adulare, a partecipare de’ proprj vizj, con grave nocumento delle funzioni pubbliche. I campi, la milizia, le arti sono negletti o pessimamente coltivati con penosi sagrifizj d’alcuni»[245].

Il tanto oro affluito dall’America abbagliò a segno, da far credere che in questo consistesse la ricchezza d’uno Stato; e ogni cura fu dritta ad acquistarlo e conservarlo, non a quelle che ne son fonti, l’agricoltura, l’industria, il commercio: la scienza amministrativa riducevasi a trovare nuove imposte e fiscalità. I nostri le vituperano come esorbitanti, ma non suggeriscono compensi diversi; e il Campanella mostrava quanto male fossero ripartite, come i nobili le riversassero sui cittadini, questi sugli artigiani e sui villani; suggeriva un sistema consono alle nostre imposizioni dirette e indirette, leggiere sugli oggetti di necessità, gravi su quelli di lusso e spasso[246], ed escludendo la capitazione. Indicava pure un ricovero per gl’invalidi, scuola speciale pei giovani marinaj, asilo e doti per le figliuole de’ soldati, monti di pietà gratuiti, banche ove i sudditi deponessero capitali, ricevendo conto dell’impiego e degl’interessi; tengasi buona flotta, perchè la chiave del mare è chiave del mondo; non s’imitino nelle colonie e conquiste i Francesi, qui, quum multa acquisiverint, nihil servaverunt, perchè non sanno moderarsi, e da un lato s’arrogano troppo, dall’altro lasciano troppa libertà, oggi trattano i sudditi con molliccia bontà, domani con rigori violenti. Raccomanda pure di svoltare gl’intelletti dalle teologiche sottigliezze verso la storia, la geografia, il mondo reale; un codice uniforme; gl’impieghi aperti a chiunque è capace; poco favore alla nobiltà nata o alla ricchezza; stimolare la gloria e l’onore, proporre elevato scopo alle ambizioni, ridurre uniformi le monete, incoraggiar le manifatture, ben più fruttifere delle miniere. Eccovi concetti nobili al certo, ma non coerenti; sulla libertà professa dottrine false o triviali[247]; vagella nell’economia al punto, che, per impedir le fami, propone il re faccia monopolio del grano, ne vieti l’asportazione, ne assegni il prezzo[248]; cadeva nell’astrologia, nelle scienze occulte, nel misticismo[249]; pretendeva dall’esteriorità del corpo indovinare le inclinazioni dello spirito non solo, ma riprodurle; insomma, al pari del Bruno, molte verità presentì, miste a troppo di falso, e senza quell’unità ragionata che le rende efficaci.

Compreso dalle grandi scoperte del suo tempo, ove in cent’anni si era progredito più che ne’ tre secoli precedenti, vagheggiò gl’indefettibili progressi dell’umanità; e nel secolo venturo prevedeva «compiuta la riforma della società; distruzione in prima, poi riedificamento; una monarchia nuova e mutamento totale delle leggi». A tale confidenza il recava, ancor più che la crescente intelligenza, la forza di carattere dell’uomo; e «come s’arresterebbe il libero procedere dell’uman genere, quando quarantott’ore di tortura non poterono piegare la volontà d’un povero filosofo, e strappargli neppur una parola che non volesse?» Accennammo (pag. 126) come, involto nella congiura di Stilo, fosse torturato[250], poi tenuto ventisette anni prigione. È sempre difficile determinare quanto v’abbia di vero nelle processure segrete; ma mentre i declamatori biografi del Campanella tacciano i frati d’averlo perseguitato per eretico, la Spagna lo incarcerava perchè cospirasse coi frati. E d’eresia e d’ateismo è in fatti appuntato da molti contemporanei: certo il suo Ateismo trionfato va così debole, da poter essere intitolato Ateismo trionfante: d’altra parte egli credevasi un riformatore della scienza, inviato dal Cielo ad abbattere i sofismi, tirannide, ipocrisia[251].

Intanto egli studiava politica e filosofia, e mentre prima in favore della Spagna, allora si drizzò tutto a sostener Roma[252]; e se fosse scarcerato, prometteva in libri dimostrare vicina la fine del mondo; palesare una gran congiura di principi, teologi, filosofi e astronomi contro il vangelo; combattere invincibilmente i machiavellisti; dare un rimedio sicuro, senza del quale la cristianità sarà divorata dagl’infedeli; dimostrare venuto il tempo che il mondo riposi sotto una felicissima monarchia; insegnare ad aumentar di centomila ducati le rendite del regno di Napoli con benefizio dei sudditi, e così per gli altri Stati; comporrà un libro per convertire i Gentili delle Indie e convincere i Luterani, gli Ebrei, i Maomettani; andrà egli stesso ad apostolati, con cinquanta discepoli formati a tal uopo; riformerà le scienze naturali e morali secondo la Bibbia e i santi Padri, e le insegnerà tutte in un anno; farà un’astronomia nuova, e mostrerà i sintomi della morte del mondo; di più fabbricherà una città salubre e inespugnabile, e tale che al sol mirarla s’imparino tutte le scienze storicamente; scoprirà il moto perpetuo; farà vascelli che navighino senza remi, e carri che vadano col vento. Insomma anche qui mistura di elevato e di puerile.

E dotti e principi presero interesse pel Campanella: Paolo V spedì apposta il tedesco filologo Scioppio a Napoli per trattare di sua scarcerazione, e se non altro gli ottenne di poter leggere e scrivere e mandar lettere. Alfine Urbano VIII, trattolo a Roma col pretesto che competesse al Sant’Uffizio per avere professato profezia, lo restituì in libertà. Passato allora in Francia, trovò amici gli eruditissimi Claudio Peiresc e Gabriele Naudé, Richelieu protettore, applaudenti i Francesi, non tanto come a filosofo, che come a perseguitato della Spagna; pensionato di cencinquanta lire al mese, assisteva alla Sorbona, all’Accademia allora nascente, fin al consiglio di Stato; vi fece molte profezie, riportate dai contemporanei, e compiva le sue opere, dirigendo le quali al granduca, dicevagli averlo Iddio mandato in quel paese certamente per ricostruire le scienze.