Avea predetto gli sarebbe funesto l’eclissi del giugno 1639, e tentava sviarlo con ripari astrologici: ma al 21 maggio morì settagenario.
Uomini nuovi sono chiamati costoro da Bacone, perchè alla scolastica abitudinaria surrogavano la ragione: e di fatto il Patrizj[253] già asseriva «i particolari sensibili fare strada alla più alta filosofia», e il Campanella che «prima opera del filosofo è comporre l’istoria dei fatti». Ma non si sceverano dalle inveterate prevenzioni; uscendo dal buon senso smucciano nel paradosso, nè alcuno piantò un sistema che comprendesse bastanti verità da signoreggiare l’intelletto, il quale, se ammira un momento le bizzarrie, non riposa che nell’ordine.
Bensì il francese Renato Cartesio (1596-1650), vedendo qual cumulo d’errori si adottasse sull’autorità de’ precedenti, propose di disimparare tutto e far tavola rasa, affermando soltanto ciò ch’è evidente; pose insomma il dubbio come portinajo della scienza, e nelle cento pagine austeramente semplici del suo Metodo innovò le scuole. La dimostrazione dell’esistenza dedusse da un fatto della coscienza dicendo: — Io penso, dunque esisto»[254]. Vero è soltanto ciò che ha evidenza interna nella coscienza, o di cui la mente acquista precisa e indubitabile certezza. Dal semplice, che immediatamente si capisce, salgasi al composto, all’oscuro, al difficile, raccolgansi e si discernano i mezzi che conducono al vero, librandoli cogli ostacoli frapposti; non si ammetta un concetto senza ragion sufficiente, nè una cosa si reputi vera perchè altri la crede tale.
Rifiutando ciò che non sia evidenza o coscienza, ragione individuale o infallibilità geometrica, concentra dunque le scienze nello studio delle intellettuali facoltà; nulla volendo imparare da altri, si obbliga a rifar tutta la via del pensiero, e ogni scienza trarre dal proprio ingegno: e per quanto sia portentoso che un uomo tante cose compisse, da peggiori falli non campò se non per merito di quegli stessi che rinnegava.
Intanto restava eliminata dalla società ogni causa metafisica, facendola prodotta e architettata da una potenza unica, la libertà, il diritto dell’uomo: escluso ogni principio superiore che spieghi ciò che la ragione non può spiegare, la filosofia cartesiana, fin all’ultima sua manifestazione con Hegel, proclamava l’onnipotenza della ragione: ma il razionalismo non può fare che conquiste precarie, continuamente edificando e abbattendo, e vivendo d’incessante variazione. E già i primi suoi seguaci trascesero, e Malebranche introdusse le cause occasionali, e non accettò l’esistenza dei corpi, ma sol quella degli spiriti; l’ebreo Spinosa ridusse a scienza il panteismo, ammettendo un ente unico, un’unica intelligenza; Locke popolarizzò la metafisica con semplificazioni che eliminano le quistioni invece di scioglierle; Leibniz combattè il sensismo sostenendo che solo la fede può conciliare i due termini della conoscenza, il me e il non me.
I nostri ammiravano, e imitavano chi l’uno chi l’altro. Giambattista Vico, che prese le mosse dal criticare Cartesio pur ammirandolo, riflette sagacemente che l’assioma io penso, dunque sono prova soltanto il fenomeno; e il fenomeno non è già negato dagli scettici, bensì la realtà di esso; nè questi dubitano della coscienza, bensì della sua validità (De nostri temporis studiorum ratione, 1708). Conchiude che non il metodo ma il genio elevò Cartesio a tant’altezza: l’erudizione vi trapela di mezzo all’affettata aridità della sua ragione, come, nel mentre abolisce il passato, lascia scorgere quanto meditasse su questo.
Michelangelo Fardella siciliano (1650-1718), dall’analisi divina di Cartesio in molti punti si scostava, e nominatamente sulla certezza, credendo tutt’altro che dimostrata l’esistenza del mondo esteriore: ma all’idealismo di Malebranche opponeva il suo stesso argomento; l’esistenza del mondo esteriore non potersi dimostrare altrimenti che per la rivelazione. Credeva le idee fossero la percezion delle cose, ma ne ammetteva alcune innate, che però non erano immagini della mente, bensì una disposizione di questa ad eccitarle senza impulso esterno. Ma poichè prendeva come unica sostanza l’ente infinito, del quale gli altri non erano che manifestazioni, come sottrarsi al panteismo? Se non che di Cartesio e di Malebranche adottava i sistemi solo in quanto convenissero colla dottrina di sant’Agostino, cui mostravasi devotissimo.
Più francamente predicò il cartesianismo Tommaso Campailla di Modìca (1668-1740) nel suo poema filosofico l’Adamo, onde fu detto il Lucrezio cristiano.
A Napoli l’Accademia degli Investiganti, protetta dal marchese d’Aversa, scosse il giogo d’Aristotele, s’innamorò di Gassendi, della filosofia atomistica d’Epicuro e di Lucrezio Caro, benchè facesse riserve per le credenze cattoliche. Dappoi il famoso medico Tommaso Cornelio vi fece conoscere Cartesio, e questo divenne moda; applicandosi piuttosto alle cose naturali, pigliando per solo criterio l’esperienza del senso esterno ed interno. L’idealità soccombeva dunque al sensismo, del che sbigottiti i monaci, li denunziarono come pericolosi all’Inquisizione di Roma, la quale avviò alcuni processi; ma l’autorità non solo si oppose, ma tolse a quella la facoltà di processare nel regno (1692). Giambattista De Benedictis, gesuita di Lecce, nelle Lettere apologetiche in difesa della teologia scolastica e della filosofia peripatetica, flagellò i filosofi nuovi, e principalmente i napoletani Tommaso Cornelio, Leonardo da Capua, Francesco d’Andrea, Aurelio di Gennaro, Nicolò Cirillo, i quali gli risposero. Elia Astorini da Cosenza carmelitano, che dal peripato passò alla filosofia nuova, fu inquisito per mago od eretico; onde fuggì a Zurigo, poi a Basilea, e in varie scuole della Germania cerco e onorato: ma visto que’ professori di teologia combattersi e scomunicarsi un l’altro, si persuase non darsi riposo che nell’unità cattolica, onde contro Luterani e Calvinisti scrisse con erudizione e solidi ragionamenti; e assolto fu mandato a predicare a Firenze e a Pisa, dove lesse matematica; poi a Roma; infine stracco da nuove persecuzioni, si concentrò nella vita studiosa. Paolo Mattia Doria, ne’ discorsi filosofico-critici, additò per quali ragioni fosse dalla cartesiana tornato alla dottrina platonica, e contro Francesco Maria Spinelli difese l’ideale metafisica antica. Tommaso Rossi ricondusse la fede ad accordarsi colla scienza.
Anche nelle scienze più favorite come le teologiche, lo stesso indulgente Tiraboschi confessa non avervi un moralista di polso, non uno che degnamente combattesse nella quistione della Grazia, che empiè di garriti la Francia. Ippolito Maracci (-1765) dedicò tutte le sue fatiche alla beata Vergine; nella Biblioteca Mariana informò di più di tremila scrittori sopra gli attributi di Maria. Luigi suo fratello tradusse il Corano con ampj commenti e con esili confutazioni. Stefano Menochio pavese gesuita fece un buon Commento di tutta la sacra Scrittura, più volte ristampato, e Trattenimenti eruditi su molti punti di storia sacra. Vincenzo Gotti bolognese (-1655), domenicano e cardinale, in dieci volumi dimostrò la verità del cristianesimo contro Atei, Pagani, Ebrei, Maomettani. Il padre Domenico Gravina di Napoli, oltre difendere la Chiesa contro Marcantonio de Dominis, fece le Catholicæ præscriptiones adversus omnes veteres et nostri temporis hæreticos (1619). Il padre Francesco Brancati napoletano (-1693) dettò molte opere teologiche, e sull’uso della cioccolata, sulla giurisdizione del Sant’Uffizio, e massime sulla predestinazione, professandosi fedele a sant’Agostino.