La morale fu applicata anche all’intera società, nella scienza civile cercando le norme, le cause, la legalità de’ mutamenti che si vedevano.

Il diritto pubblico non si considerò più come semplice custode del diritto privato, e l’elemento morale se ne elaborava con maggior cura che il materiale e meccanico, pur volendo sottrarlo ai concetti metafisici. Il diritto internazionale, dapprima ragionato su casi teologici, sulle analogie del diritto positivo e locale, sulle consuetudini, gli esempj e qualche reminiscenza antica, come il gius feciale, allora si costituì sopra un’equità più larga, si riconobbero diritti al nemico e una ragione legittima, anzi che il fatto d’una conquista anticristiana.

L’uso di tener ambasciadori fissi nelle Corti straniere fu ignoto al medioevo, quando politica internazionale non può dirsi esistesse, mancando fin l’idea di nazione. Occorrendo, spedivansi oratori o nunzj, ai quali soleano darsi le spese e regali e privilegi. Venezia, a cui metteva capo tutta la politica d’Italia, e in parte anche quella de’ forestieri, teneva e mandava sempre gran numero di ambasciadori: ma quando la politica s’avviluppò, e quelli crebbero a dismisura e si resero stabili, al 5 gennajo 1529 nel maggior Consiglio si prese parte, che, dovendo provvedersi a riparare con risparmj alle tante spese, si cesserebbe dal dare cosa alcuna nè in dono nè in uso ad ambasciadori, non l’affitto e le masserizie delle case, non addobbi, nè barca, nè esenzione di dazj, nè denaro sotto qual fosse titolo: al loro arrivo si potrebbe spendere da cinquanta ducati in una cena e in un presente di confezioni, e alla partenza un dono non maggiore di cinquecento ducati per ambasciadori di teste coronate, e ducento per gli altri. L’appaltatore del vino, che era dapprima obbligato a somministrarne al pubblico ducento anfore per uso d’essi ambasciadori, d’or innanzi pagherebbe in quella vece cinquecento ducati all’uffizio delle Ragion vecchie. Però in quel secolo si trascorse di molto quel segno, ricevendo pomposissimamente gli ambasciadori e donandoli riccamente; si permise loro d’introdur da Fusina certa quantità di pane senza dazio, poi altre licenze, che divennero coperta del contrabbando, sinchè non furono abolite: pure il pretenderle recò gravissimi disturbi alla Signoria[255]. Dilatatosi l’uso degli ambasciadori, l’arte ne fu ridotta a teorie; e Carlo Pasquali da Cuneo, che servì utilmente la Francia col nome di Pascal, stampò il Legatus, primo libro ove si trattassero i doveri e le attribuzioni degli ambasciadori.

Alberico Gentile, della marca d’Ancona (1551-1611), protestante (tom. X, pag. 407), professando a Oxford preferisce i legisti antichi, disapprovando l’Alciato d’aver tratto partito dalla cognizione dell’antichità, della storia, delle lingue; ma se si guardi all’eleganza, all’erudizione, agli altri meriti di lui, congeneri a quelli del criticato, può supporsi che satiricamente avesse voluto fingere un elogio all’ignoranza dei giurisperiti; non si limitò al diritto romano, ma indagava la giurisdizione naturale; mostrava l’importanza e santità delle ambascerie (De legationibus), che non devono essere impedite da differenza di religione, che le azioni civili contro i ministri pubblici possono essere deferite ai tribunali ordinarj. Con questo ed altri libri (De potestate regis absoluta, De vi civium in regem semper injusta) fondò la scuola del diritto pubblico; fu il primo a librare sistematicamente il diritto delle genti in guerra (De jure belli). Vuole si osservi la parola, disapprovando e Carlo V e Luigi XII; i patti d’alleanza giudica non stricti juris, ma bonæ fidei.

Il suo libro suggerì forse il concetto, certo l’ordine a Ugo Grozio (-1646), il quale restaurò il diritto naturale, ben distinto dalla morale e dalla politica, deducendolo dall’istinto sociale, e fondandolo, non più su cause mistiche, sul gius feudale, sulle costumanze della cavalleria, sui temperamenti ecclesiastici, ma sull’autorità mediante una dottrina etica universale, dove però si confondeano elementi che poi furono distinti. Hobbes e Spinosa invece ridussero egoistica la morale privata e la pubblica. Il mediocre Puffendorf (-1694) cercò discernere la ragione dalla rivelazione, e dedurre il governo civile dalle famiglie primitive. Ma la riscossa cattolica si sentì pure nelle teorie sociali, e qualunque fossero i fatti, non si ostentava più nelle dottrine la colpevole indifferenza tra il bene e il male, tra il vizio e la virtù, in cui s’erano avvolti storici e politici del secolo passato, come Guicciardini e Machiavelli.

Donato Giannotti, succeduto a quest’ultimo per secretario della Repubblica fiorentina, ne analizzò il governo, e la incalorì contro i Medici; con senno e con dignità posata e colta esaminò la repubblica di Venezia meglio che non avesse fatto Marcantonio Sabellico, e la paragonava a una piramide, di cui erano base il granconsiglio, mezzo i pregadi e il collegio, vertice il principe, e sperava vivrebbe «qualche secolo, se non per altro, per insegnare alle città d’Italia come elle si hanno a governare se da tiranni non vogliono essere oppresse». Il cardinale Gaspare Contarini ammirò pure Venezia ma da un altro aspetto, applicandole i canoni degli antichi, proclamando la legge come la cosa più vicina alla divinità, e lodando le costituzioni miste.

Paolo Paruta veneto (1540-98) vagheggiava soprattutto la libertà, tolta la quale, «ogni altro bene è pur nulla; anzi la stessa virtù si rimane oziosa e di poco pregio... principale condizione nell’uomo che abbia a divenir felice, parmi il nascere e vivere in città libera»[256]; sgomentava dal fidarsi a tiranni, e «chi commette il governo della città alla legge, lo raccomanda quasi ad un Dio...; chi lo dà in mano all’uomo lo lascia in potere d’una fiera bestia». Nei Discorsi politici, se non arguto e vigoroso, si mostrò abbastanza franco nel giudicare de’ Romani e de’ contemporanei; sotto quella rusticità si riscontrano idee, delle quali è dato merito a Montesquieu. Più che i fatti di Roma lodando la prudenza di Venezia, non che volere l’ampliamento degli Stati mediante la conquista, come il Machiavelli, cerca la conservazione e la difesa; anzichè, come lui, disperare de’ popoli moderni, li crede capaci di gran fatti, quali ne compirono Carlo V e Solimano. Di politici avvenimenti sparse anche la sua Storia veneta, scritta bensì al soldo della Repubblica, ma da uom pratico, e colle particolarità e le applicazioni di cui è digiuno il Bembo, e sottoponendo i fatti parziali a idee generali. Più francamente descrisse la guerra coi Turchi, ch’è veramente l’epopea di quella riazione cattolica, della quale il Paruta stesso risentì, come appare da un Soliloquio sopra la propria vita, confessione delle interne tempeste.

La repubblica di Genova fu analizzata da Uberto Foglietta, cui non pareva libertà quella donatale dal Doria, ma voleva che nobili e cittadini fossero eguali in faccia alla legge, senz’altra distinzione che del merito, della virtù e de’ servigi prestati. Cosimo Bartoli ne’ Discorsi istorici universali pende ai Medici, i quali fecero ogni opera per cattivarselo; e ancor più apertamente Giambattista Guarini sostiene l’autorità principesca. Nel Discorso de’ governi civili Sebastiano Erizzo palesa miglior conoscenza dei libri che degli uomini; nè gravità istruttiva mostrano Bartolomeo Cavalcanti Delle repubbliche e delle spezie di esse, e Francesco Sansovino Del governo de’ regni e delle repubbliche.

E a centinaja sono a numerare gli scrittori di politica e di ragion di Stato in quell’età, sotto i nomi di Tesoro politico, di Principe regnante, di Segretario, di Chiave del gabinetto, di Ambasciadore. Si fan maestri al principe regnante, al principe deliberante, al principe ecclesiastico; al ministro, al segretario, raccogliendo una folla di precetti ed esempj dagli antichi e alcuni dalla propria esperienza, vulgari nel fondo, e rivolti all’intrigo, al riuscire, all’assonnare la coscienza sui mezzi mediante la bontà del fine: spesso volgonsi a privati, insegnando l’arte di adular con accortezza, di dire servilità con apparenza di rustica franchezza e sin di censura; di dar pareri convenienti al tempo e alle persone; di sollecitar favori al momento e all’umore opportuno; di scegliersi amici e confidenti utili o di divenirlo a chi è utile; di corteggiar il potente, sia esso un principe o un arruffapopolo, chè l’uno e gli altri han del pari piacentieri e turcimanni. Tutti pieni di prevenzioni, tutti raccomandano come arte suprema la secretezza, non ostentano più l’immoralità come Machiavelli, anzi la confutazione di questo è luogo comune a tutti: vero è che non rifiutano l’intrigo, il tradimento e la perfidia quando si tratti di miscredenti, di traditori, di ribelli; nella confusione del passato non vedono alcun filo, ma vi trovano esempj per sostenere le più opposte teoriche; insegnano a adulare senza parerlo, a disobbedire pur protestandosi sommessi; librano i diritti e i doveri secondo la media proporzionale d’Aristotele; e sempre parlano a principi e a ministri, i quali non li leggevano, professando di non iscrivere pel popolo; e danno litanie di precetti, tutti metallo sonante e come il suono inutili, o li rinfiancano con autorità classiche o ecclesiastiche, e li dispongono in categorie irreprovevoli, o cercano esempj in Tiberio, in Pilato, in Bruto, per giustificare, o almeno spiegare la notte di San Bartolomeo, il duca d’Alba, Maria la Sanguinaria, e fondando la potenza degl’imperi e la felicità de’ popoli su tesi e antitesi di miope dottrina, e di mediocri combinazioni.

Scipione Ammirato da Lecce (1531-1601), prudente più che arguto, ribatte il Machiavelli, massime difendendo la Corte di Roma; colla storia alla mano nega che da questa venisse lo sbranamento d’Italia; esser prosperati alcuni popoli senza quest’unità, la quale poi difficilmente s’accorderebbe colle abitudini e col valore e l’accorgimento italiano; «e se Dio non facesse un miracolo, questa unione d’Italia non potrebbe succedere senza la ruina d’Italia... Desiderano dunque di vedere ogni cosa piena di sangue e di confusione, perchè abbiano a godere i nostri nipoti sotto un principe, Dio sa quale, la mal costante e peggio impiastrata unione d’Italia?» (Discorso V).