Una teorica compiuta e ragionata di quanto concerne uno Stato in fatto di legislazione economica, stabilita non su Livio o Tacito ma sul vangelo, cioè sulla giustizia e l’umanità, oppose a quella del Machiavelli[257] Giovanni Botero piemontese (1540-1617), segretario di san Carlo e di Federico Borromeo, poi educatore de’ figli di Carlo Emanuele. Nella Ragion di Stato, con fino ragionamento, osservazioni molte dedotte dalla lettura e dai viaggi, e opportune applicazioni, sostiene che l’onesto non va disgiunto dal vero utile, nè l’ingiusto può mai dirsi vantaggioso. «Stato (dic’egli) è un dominio fermo sopra i popoli; e ragion di Stato è notizia de’ mezzi atti a fondare, conservare, ampliare questo dominio. Debbono i governi conservarsi a ogni costo». In conseguenza approva la strage del San Bartolomeo, imputa al duca d’Alba l’avere clamorosamente ucciso Egmont e Horn, anzichè «liberarsene quanto più poteva segretamente»; insieme loda la Francia d’aver concesso libertà di culto ai Protestanti; disapprova la crociata dei Mori di Spagna; contro l’errore crede siano più efficaci i mezzi pacifici.
La guerra, quando non sia necessaria difesa, è un latrocinio: i grandi eserciti mostrano la barbarie, anzichè il talento di chi gli adopera: raccomanda la fanteria più della cavalleria, e la milizia nazionale. Non crede utili le dogane, e l’economia nelle spese pubbliche giovar meglio che il cumular tesori: s’incoraggino l’agricoltura e le arti, ma non i matrimonj, nè si tema che parziali celibati scemino la popolazione, la quale s’equilibra coi mezzi di sostentamento[258]. Teoriche di buon senso, che la scienza di poi rabbujò e imbastardì.
Nelle colonie degli Spagnuoli e Portoghesi non ravvisa che romanzesche speranze e reali guasti, onde, invece di nuovi mondi, si avranno nuovi deserti. L’ozio è la cancrena d’uno Stato, e perciò vorrebbe obbligati i padri a istruir i figliuoli in qualche arte. Il commercio è il migliore spediente a utilizzar i prodotti superflui: pure crede dannoso l’asportar le materie prime. Ragionò meglio d’ogni altro delle imposte, disapprovando le tasse personali e mobiliari, e tanto più quelle in natura. Non crede che i principi vantaggino dallo scarnare i popoli; bensì dall’averli ricchi in modo, da poter all’occorrenza trarre imposte straordinarie. Si aboliscano le lunghe procedure costose e la folla de’ legulej. Non osteggia la feudalità, ma vorrebbe limiti sull’eccessivo arricchire e alla superbia de’ nobili; amerebbe si distribuissero terre a tutti i cittadini, e segni onorifici a chi ben meritò, per quanto d’umile estrazione; sicchè impediti i vecchi nobili di nuocere, spinti i nuovi a giovare, tutti sarebbero meglio impegnati alla difesa della patria. I vizj del clero derivano da orgoglio e da potenza; mentre ogni sua autorità dovrebbe consistere nella moderazione e nel disinteresse. Del resto egli suppone l’uomo qual dovrebbe essere, non qual è; onde i belli suoi suggerimenti mancano spesso d’opportunità[259].
Nello scompiglio politico dell’Europa d’allora, ribramava l’equilibrio che un tempo erasi stabilito fra i varj Stati d’Italia; e incoraggiando i timidi a valersi dei proprj mezzi, prevedeva il decadimento vicino della Turchia e della Spagna. Per dimostrare la necessità dell’equilibrio politico, dice che natura non lasciò nulla senza contrappeso: «Che cosa più generosa del leone? ha con tutto ciò paura della cresta e del canto del gallo; più forte che l’elefante? e trema tutto alla vista d’un topo; più vasta della balena? ed ha bisogno della scorta del murcolo, pesce piccolissimo; più veloce del delfino? ha la bocca tanto ritirata che, sebbene aggiunga in poco spazio, non può facilmente, per il sito troppo ritirato della bocca, afferrar la preda; il cocodrillo ha il tergo guernito d’una scaglia impenetrabile, ma il ventre delicato e molle, e perciò esposto agli urti del delfino, che cacciandosegli sotto, lo sventra». E per l’equilibrio, più d’una grande monarchia, ama i piccoli Stati che si contrappesino.
Come i migliori, si procaccia cognizione esatta e ordinata delle cose reali e sussistenti e della varietà delle attuali contingenze. Anch’egli ammira Venezia, ricca pel commercio, per la zecca, per la dovizia de’ particolari; e quel che altrove si butta in mantenere il re e la sua famiglia, ivi accresce la flotta e le fortezze. Nel 1590 orribil fame guastò tutta Italia, fin le pingui Parma e Piacenza; sola Venezia provvide in modo che nessuno soffrì, e v’ebbe concorso di forestieri; i ricchi adunarono somme pei poveri, e furono imitati nelle altre città. Al qual proposito di Venezia avvertendo che vi si uccide men gente che altrove, disapprova i supplizj atroci, allora usitati: «A che proposito caricar le forche d’appiccati e far beccheria d’uomini senza fine? L’assiduità della forca, perchè le cose alle quali gli occhi sono avvezzi hanno poca forza a far movimenti negli animi, rende così fatta morte meno vituperosa e men aborrevole». Riflessi oggi comuni, allora nuovi. Non crede a Venezia nocesse l’essersi impacciata della terraferma; e ben avvisa come due distinti governi avesse la repubblica, quel di se stessa e quel dei sudditi; e che in lei, siccome in tutte le aristocratiche, non predomina l’impulso guerresco quanto nelle democratiche, perchè colà bisogna che i governanti apprestino i mezzi ed espongano le persone, mentre dove si obbedisce agli schiamazzi, «La sciocca turba grida Dàlli, dàlli, E sta lontana e le novelle aspetta»[260].
V’accorgete come la scienza degli Stati, ancor novizia nell’elaborar l’idea della suprema tutela de’ governi sui popoli, toccava tutte le materie, mal distinguendo le regole governative dai fenomeni puramente economici. Il Sismondi, nel tanto combattuto capo CXXVI della sua Storia delle Repubbliche italiane, asserisce che «appena si trovano due o tre esempj di scritture pubbliche intorno a cose di governo, e i loro autori aveano sempre la precauzione di farle stampare in estero Stato». Oltre un ribocco che ne chiudono gli archivj, se n’ha molte a stampa, dove si esaminava lo stato de’ singoli paesi[261]; domandando, è vero, soltanto miglioramenti parziali, spesso inefficaci, talvolta disopportuni, e scaduti d’ogni interesse dopo passata l’occasione, giacchè nessun grande scrittore prestò la sua voce al popolo, abbandonato ai tumulti e all’arme corte, spediente dei deboli.
Gli antichi amministratori delle repubbliche italiane, cresciuti nella vita privata, conoscendo quanto importino il lavorare e il risparmiare, applicarono i canoni della famiglia allo Stato; ben lungi dal riporre soltanto nella guerra la forza degli Stati. Decisa poi la quistione politica inappellabilmente, gl’ingegni si volsero di preferenza sull’economia, tanto più che la mutata via del traffico, e quindi la mutata sede delle ricchezze invitavano a meditar sulle cagioni che mantengono esse ricchezze e la prosperità degli Stati. Praticamente predominante se non unico sistema era il mercantile, designato col nome di Colbert, che facea considerare i metalli come sole ricchezze vere, e le produzioni naturali come mezzi di conseguirle; pertanto restare fissa invariabilmente la somma delle ricchezze, nè una nazione potersele accrescere se non a scapito dell’altra. Di qui la nimicizia reciproca de’ gabinetti di quel tempo; di qui un’ideale bilancia di commercio, per cui importasse aumentar il denaro proprio smungendo l’altrui, escludere le produzioni degli esteri, e obbligar questi a ricevere le nostre; e a tal uopo fiancheggiarsi di privilegi, ordinanze protettrici e azione incessante governativa.
Niuna miglior vista aveano i nostri, sebbene siano stati primi a discorrere scientificamente sull’economia pubblica. La modificazione portata dall’oro americano, e la profusione delle monete scadenti concentrarono l’attenzione sul denaro, e il conte Gaspare Scaruffi (1579), direttore della zecca di Reggio, nel Discorso sopra le monete e la vera proporzione fra l’oro e l’argento, propose una riforma generale per ridurle uniformi di tipo e di valore; pensiero che finora rimane un desiderio. Bernardo Davanzati parlò delle monete e dei cambj, senza profondità. Gian Donato Turbolo dissertò sui particolari disordini della moneta nel Napoletano, ove era peggiore che altrove. Trattò delle monete Geminiano Montanari modenese (-1687), valente astronomo e fisico, meglio de’ precedenti con chiari principj, sobria erudizione, e prima dell’opera di Locke: raccomandava di serbar le proporzioni comuni nella valutazione dell’oro e dell’argento per non lasciar campo alle speculazioni de’ mercanti; le forestiere non computare al dissopra del valore intrinseco; della bassa lega non valersi che per la sola quantità occorrente al traffico spicciolo. Disapprova l’uso di Bologna di non detrarne neppure il rimedio[262].
Antonio Serra di Cosenza (-1599), stando nelle prigioni della Vicaria come complice del Campanella, diresse al vicerè Lemos un trattato sulle Cause che possono far abbondare i regni d’oro e d’argento, vedendo il nesso fra gl’istituti civili e la produzione. Da Napoli si asporta ogni anno per sei milioni di produzioni indigene, non è permesso portar fuori denaro, eppure quello è tanto scarso che bisogna vender le derrate a bassissimo costo, e altissimi sono i cambj con altre piazze, cioè fin il cinque per cento più che a Venezia; la qual Venezia abbonda di denaro, e le derrate vi han prezzo sostenuto, sebbene non ne produca, anzi deva importarne per otto milioni, e il portar fuori denaro non è impedito. Il cambio colle altre piazze è basso e talvolta senza aggio alcuno, e questa appunto è la cagione dell’abbondanza di numerario; sicchè il Governo di Napoli dovrebbe con severe leggi qui pure abbassar il cambio.
Così argomentava un Desantis: e il Serra, a questa che allora parea sapienza, rispondeva ragioni patenti; cioè che il denaro è merce come le altre, e come queste si acquista coll’industria; le quali nell’uomo sono fatica e intelligenza; ne’ governi traffico e provvedimenti. Le fonti delle ricchezze fa o naturali, come le miniere; o accidentali comuni che possono trovarsi in ogni paese, come le manifatture, il carattere degli abitanti, l’esteso commercio, il savio governo; o accidentali particolari come la fertilità del suolo e l’opportuna postura. È de’ pochissimi che preferissero l’industria all’agricoltura, perchè un terreno che porta cento moggia di grano non frutterà di più seminandolo per cencinquanta; mentre le manifatture possono anche centuplicare il prodotto senza proporzionato aumento delle spese. Venezia, sprovvista di tutto, supera in ricchezza Napoli, mercè il commercio e la saviezza d’un governo costante, mentre nel Regno cambiasi ad ogni vicerè, nello Stato pontifizio ad ogni papa.