Di indigesta erudizione e di scolastiche sottigliezze infarcivansi le allegazioni particolari, non meno che le discussioni generali; e ben poco ne profittò la scienza delle leggi. Pure nella pratica, se non si osò innovare, si dovette però ingegnarsi di rendere più equa la civile, men feroce la giustizia criminale; e sarebbe errore l’attribuire ai giuristi le atrocità di questa, mentre seguivano le traccie antiche, tanto più che le prime erano state impresse da que’ Romani, la cui sapienza non dovea revocarsi in dubbio: rimasero infamati perchè a lungo si occuparono di giudizj assurdi, di procedure inumane, eppure è fatto che cercavano rendere più umana la pratica precedente.

I Veneziani, tranne lo Ziletti, poco applicarono al diritto universale, dovendo impratichirsi nel loro particolare. Enrico VIII avrebbe dato monti d’oro e la sua benevolenza se i giureconsulti di Verona avessero tolto a difendere il suo divorzio[265]. Nel regno di Napoli prevaleva la giurisprudenza pratica e consultiva; onde voluminose raccolte si pubblicavano, fondate sui casi parziali; avvocati e giudici si puntellavano di molteplici autorità, anzichè di ragioni, dalla pratica istruiti piuttosto che dalla scuola. Vantate erano le decisioni della corte di Santa Chiara a Napoli, e più quelle della Sacra Rota romana, composta di dodici auditori, de’ quali uno francese, uno tedesco, uno aragonese, uno castigliano, proposti dalla propria nazione, uno toscano o perugino, uno milanese, uno bolognese, uno ferrarese, uno veneziano e tre romani.

De Luca, fatto cardinale nel 1685, scrisse il Dottor vulgare in italiano, acciocchè la giurisprudenza venisse conosciuta anche ai non professori; e dai cavilli formali e forensi ritraeva alla ragione e al buon senso. Questi però non bastavano nelle quistioni di gius feudale e canonico contro pratiche positive, onde era forza ricorrere alla storia. Così cominciava la giurisprudenza storica, della quale può dirsi innovatore il napoletano Francesco d’Andrea, men tosto colle opere che coll’esempio e le lezioni. Egli informa largamente sui giureconsulti napoletani; ed oltre la perizia delle leggi, introdusse l’erudizione e giusto modo di discutere i punti legali, scrivere pulito, e diffuse migliori insegnamenti; e le scritture sue contro le pretensioni di Luigi XIV sul Brabante e sulla successione di Spagna servirono di modello agli altri che dibatterono quella quistione.

Le varie parti del diritto, illustrate, discusse, elaborate distintamente, pensò riassumere e adoperare come materiali ad edifizio grandioso Gian Vincenzo Gravina (1664-1718), che già incontrammo (pag. 451). Dissertando sull’impero romano volle mostrare che fu giusto nell’origine, regolato colle migliori leggi in un’evoluzione regolare, per cui la podestà passò dal re al popolo, da questo al senato, indi a un principe del senato, che equivaleva ad un re. Nella storia romana vede non coll’acume de’ moderni, ma meglio che i suoi maestri: e gli elogi che prodiga all’impero derivano dal concetto ch’egli erasi formato d’un dominio universale che tutti i popoli d’Europa riunisse sotto alle leggi e alla potenza medesima, e del quale non trovava esempj che dopo Augusto. Nelle Istituzioni del diritto civile seguitò l’ordine delle giustinianee; in quelle del diritto canonico mostrò erudizione e criterio, ma viepiù nell’Origine e progresso del diritto civile (1701-13), ove tentò rialzare la giurisprudenza dallo svilimento cui la riduceva la cura quasi esclusiva data alle scienze positive, in grazia del cartesianismo; e dalle circonvoluzioni di parole ricondurla alla filosofia e alle prische fonti.

Nel primo libro traccia la storia del diritto romano, nel quale vede un dramma della vita di tutte le nazioni, e non dei soli Romani; uno spontaneo sviluppo dell’essenza intima sua propria, essendo la ragion naturale applicata alle circostanze esterne. Età antica chiama quella che s’appoggia alle XII Tavole e alla superstizione delle formole: segue la media, degl’interpreti e magistrati, ove l’equità naturale tempera la rigidezza delle parole: varia e incerta è la nuova dei tempi d’Augusto: nella novissima, posteriore a Giustiniano, il diritto fu formato a scienza: decaduto, risorge nelle quattro scuole d’Irnerio, Accursio, Bartolo, Cujaccio, interpreti e chiosatori. Informato della condizione del popolo romano e delle circostanze tra cui crebbe a tanta grandezza, viene ai particolari oggetti in cui progredì la legislazione, tracciando, secondo il desiderio di Leibniz, la storia interna e la esterna. Nel libro secondo ragiona dell’origine del diritto naturale e delle genti, riferendolo alle XII Tavole e alle leggi Attiche. Nel terzo espone quella parte, principalmente di leggi private, che anche nelle XII Tavole pativa difetto, e per oscurità o perplessità bisognava dell’autorità del popolo, come quelle sulla manumissione, sulle tutele, sul matrimonio, sui testamenti, sulla dote, sui fedecommessi. E conchiude che le leggi romane contengono tanta rettitudine, che è impossibile periscano, e non vengano riprodotte dovunque è gente civile.

Quell’unità geometrica, per cui dalle cause esterne e interne si vede preparato e svolto il diritto romano come legge, poi come scienza, gli manca: ma l’animosa novità fa perdonargli qualche pedanteria di principj; e veramente la sua fu la prima storia sistematica del diritto esterno romano, ove si distinguessero i tempi e le successive evoluzioni, mediante le quali i giureconsulti meglio si rivelano secondo l’intenzione della loro dottrina. Ma egli ripone il diritto nella storia, sebbene non consideri attentato alla libertà il formare un codice, come l’odierna scuola storica. Nel giurisprudente il Gravina esige perizia di latino, buon raziocinio, giusta storia. E tutto ciò egli ha, e l’arte di copiar bene; riconduce la giurisprudenza alle fonti, anzichè divagare in parole: ma più storico che filosofo, ogniqualvolta dai fatti vuol salire all’ideologia e alla metafisica del diritto, riesce incompiuto e vacillante, e pende alle inumanità di Hobbes, ammettendo il diritto del più sapiente, che, chi ben guardi, si risolve in quello del più forte. Non mostrò accorgersi quanto la giurisprudenza romana fosse giovata dall’avvicinarsele il cristianesimo; nè della giurisprudenza canonica e della feudale ebbe altrettanta cognizione. Bartolo e Gotofredo sbeffeggia, ma dopo essersene ampiamente giovato; come di Manuzio, Cujaccio, Hoffmann. Altrettanto di lui si valsero Terrasson e Hugo; fors’anche se n’ispirò il Vico, intento egli pure ad introdurre la filosofia nel diritto, discernendo la giurisprudenza pratica, la storica e la filosofica, e subordinando i fatti a larghissime astrazioni. Così associavasi la giurisprudenza alla storia.

Pari ai grandi dell’età precedente nessuno storico avemmo. Le cronache scomparvero dacchè la vita individuale andò smarrita nei dolori comuni, tacitamente oppressivi a guisa della mal’aria. De’ fatti contemporanei parlarono Galeazzo Gualdo incoltamente; Pier Giovanni Capriata abbastanza imparziale; Natale Conti in buon latino; il Casoni, buono pel secolo xvi, ma del XVII resta solo un’accozzaglia di note, mal riunite dall’editore Benedetto Gritta. Da Girolamo Brusoni di Legnago, senz’arte d’aggruppare e con stile e passaggi vulgari, pagine intere copiò Carlo Botta[266]. Alessandro Zilioli veneziano, erudito e giureconsulto, continuò fino al 1636 le Storie più memorabili del mondo di Bartolomeo da Fano, che aveva continuato quelle del Tarcagnota da Gaeta, e fu continuato egli stesso fino al 1650 dal conte Majolino Bisaccioni ferrarese e dal Birago genovese. Certe Vite de’ poeti italiani d’esso Zilioli, tessute d’aneddoti poco onorevoli, non furono stampate. Pietro Nores narrò la guerra degli Spagnuoli contro Paolo IV.

Molti scrissero storie municipali, come la torinese e savojarda Emanuele Pingone; l’inquisitore Cimarelli quella d’Urbino, estendendosi a tutta l’Umbria senese; Pier Gioffredo la nizzarda, innestandovi documenti; il canonico Ripamonti la milanese, con verbosa fluidità latina; Ballarini e Tatti grossolanamente la comasca; Lavizzari quella della Valtellina. La storia di Ravenna di Girolamo Rossi fu pubblicata a spese della città, ed egli fatto dei senatori e medico della città, e col padre e i figli maschi esentato da ogni imposta. Delle napoletane si occuparono moltissimi, tra cui Francesco Capecelatro, imparziale e diligente; il padre Giannetasio in latino; Giannantonio Sumonte, il cui primo tomo, appena pubblicato nel 1602. Anche Camillo Tutini il suo Discorso sulle leggi e sui sette grandi uffizj non potè pubblicare senza molestie. Inveges Agostino di Sciacca in Sicilia diede gli Annali di Palermo antico sacro; la Cartagine siciliana, storia della città di Carcamo; e una del Paradiso terrestre. Le storie pisane di Rafaele Roncioni procedono ingenue se non meditate e fine.

Come storiografo di Venezia il Parata era seguitato in latino da Andrea Morosini, erudito e sperto del governo; poi da Michele Foscarini. Giambattista Nani (-1678) «tra le fatiche e i sudori di molti impieghi, e in più legazioni pellegrino per corti e paesi stranieri» espose i fatti dal 1613 al 71; e il secondo volume riempie colla guerra coi Turchi. Si gloria di voler dire la verità, e di «poterlo, atteso il suo accesso a principi, il negozio coi ministri, il discorrere con gli esecutori delle cose più insigni, il veder i siti,... l’ingresso nei pubblici archivj e ne’ più segreti consigli», e l’essere le imprese state maneggiate in buona parte da’ suoi maggiori e da lui. Chiaro spositore e non inelegante, abbastanza netto da antitesi e metafore, di rado però s’incalora, e nei riflessi va generico e comune. Mentre questi eransi stampati sol dopo morte, a Pietro Garzoni (-1719) impose la Signoria di consegnare, ogni due anni, quanto avesse terminato. Uomo d’affari e testimonio oculare, ebbe a narrare fatti gloriosi, quelli contro Maometto IV e successori suoi; e l’opera fu accolta con gran favore: ma dei sacrifizj a cui lo costringeva la protezione, diede novella prova l’ordine trovato non è guari di sopprimere passi concernenti l’acquisto e la perdita dell’isola di Scio, in cui egli «con pericolosa esattezza avea svelato materie arcane e gelose».

Strana è la facilità degli storici d’allora a registrare baje, e scarseggiando d’erudizione, alterare sino o fingere documenti per condiscendenza e adulazione a famiglie. Alfonso Ciccarelli, per avere nella storia della casa Monaldesca (1580) inventato carte false, venne condannato a morte; ma de’ suoi inganni o di simili si valsero altri, come il Sansovino nella Casa Orsini e nelle Famiglie celebri d’Italia; Pietro Ricordati nella Storia monastica; Ferrante della Marra ne’ Discorsi delle famiglie estinte e forestiere e non comprese nei seggi di Napoli; Eugenio Gamuni nelle Famiglie nobili toscane e umbre; il Morigia nelle Famiglie milanesi; Pier Crescenzi nella Nobiltà d’Italia; il Vedriani ne’ Cardinali modenesi; ed altri, che provano quanto scarsa fosse l’arte critica. All’opera di Lodovico Della Chiesa sui Marchesi di Saluzzo (Torino 1598) vengono in appendice elogi d’illustri famiglie di colà, Arbazzia, Barbetti, Biandrata, Caroli, Castiglioni, Chiesa, Della Torre, Gambandi, Leoni, Pevere, Romani, Saluzzo, Tiberga, Vacea, probabilmente lavoro del Chiesa stesso, benchè attribuito a un Carlo Ravano cremonese. Antonio Filippini di Vescovato in Corsica, perseguitato dalle alterne fazioni, volle trasmettere ai posteri il racconto delle guerre del 1555 e 64 di cui era stato testimonio, e vi unì tre antiche cronache di Giovanni della Grossa, Pietro Monteggiani e Marcantonio Ciaccaldi, e così formando una storia della Corsica: questi bevono grosso; egli è abbastanza imparziale, ma monotono. Pozzo di Borgo, quand’era ambasciadore di Russia nel 1832, ne procurò una nuova edizione a Pisa, da distribuire gratis a tutte le comunità e famiglie ragguardevoli di Corsica.