Esce dalla comune Vittorio Siri (-1685), parmigiano benedettino, che giovane cominciò un ragguaglio delle vicende giornaliere; e levò grido, massime che l’italiano correva allora quanto oggi il francese. Le quistioni per Mantova e il Monferrato ben discute pendendo ai Nevers e alla Francia, onde Richelieu lo favorì, e gli schiuse gli archivj; Luigi XIV il nominò limosiniere e storiografo; le Corti di Firenze e di Modena il regalavano; ministri e ambasciadori il visitavano e porgevangli informazioni a loro modo, affine d’illudere la posterità. Oltre i quindici grossi volumi del Mercurio politico (1635-55), gli otto di Memorie recondite (1601-40) sono ricchi di documenti autentici, benchè raccolti senza fior di criterio; narra prolisso, avviluppa gli avvenimenti, e uccellando a pensioni, collane, impieghi, sagrifica il vero, e secondo il vento sparla di quei che prima aveva incensati. Così l’Assarini, il Brusoni, il Priorato, il Pastori sono novellisti sfacciati e venderecci, dicendo e disdicendo secondo sono pagati: così i tanti storici dei duchi di Savoja, e Giambattista Birago Avogadro genovese, autore del Mercurio veridico, che più volte s’abbaruffò col Siri. Del Pallavicino e del Leti parlammo già (pag. 339).
Venezia, intermedia all’Europa e al Levante e centro del commercio, era opportuna ad avere e comunicare le novità, onde introdusse i giornali politici, che dalla moneta che costavano si dissero gazzette. Dilataronsi, e il medico Renaudot imitolli in Francia nel 1631: crebbero anche in altre nazioni, ma Voltaire raccontava come una meraviglia che al suo tempo a Londra uscivano dodici fogli per settimana. Gianpaolo Marana genovese pubblicò a Parigi lo Spione turco, ove suppone che uno scrupoloso Musulmano travestito visiti la capitale di Francia dal 1635 all’82, e ne scriva a patrioti suoi di diverso grado. L’opera fu proseguita da varj, e i primi volumi tradotti in inglese, come dall’inglese in francese gli ultimi. È fondamentalmente falso il concetto di un Turco che scriva tanto; pure piacevano la seria indipendenza onde le ridicolaggini e frivolezze della nostra società erano giudicate da uomo che ne è fuori; e l’osservare da differente punto i casi, gli aneddoti, la politica, le quistioni teologiche e metafisiche d’allora.
Nel 1665 era comparso a Parigi il Journal des savants, cui tennero dietro il Mercure galant, poi i giornali di Trévoux e Verdun, che delle opere nuove davano un sunto, più che un giudizio. A loro imitazione Francesco Nazzari bergamasco nel 1668 cominciò a Roma il Giornale dei letterati, che interrotto al 79, fu ripigliato all’86 da Benedetto Bacchini di San Donnino, il quale lo stendeva quasi tutto da sè, quantunque di materie variatissime.
Allora si sentì l’importanza delle scritture vecchie; e Gian Pietro Puricelli compulsa gli archivj milanesi, e illustra Ambrosianæ basilicæ monumenta; Felice Osio, pur da Milano, mette fuori le cronache di Albertino Mussato, di Rolandino, dei Morena, dei Cortusj e d’altri; Camillo Pellegrino, molte riguardanti il regno di Napoli; Caruso Giambattista, che dagli scolastici erasi vôlto a Cartesio e Gassendi, ito a Parigi e conosciutivi i più famosi, dal Mabillon fu ispirato alle ricerche storiche, e le estese alla sua patria[267].
Tale uffizio venne insignemente applicato alla storia ecclesiastica, e principalmente dal Baronio (tom. X, pag. 550). Gli Annali di esso furono commentati dal francescano Antonio Pagi, correggendone anno per anno gli svarj. Oderigo Rinaldi, trevisano dell’Oratorio, li continuò dal 1198 al 1565; poi lo compendiò con istile più corretto che allora non usasse. Anche le Vite dei papi e cardinali del Ciacconio furono proseguite dal padre Agostino Oldoini e da Andrea Vittorelli. Il polacco Abramo Bzovio, venuto qui domenicano, continuò le vite dei papi e il Baronio[268], al quale possono servire d’introduzione gli Annali del Vecchio Testamento del novarese Agostino Tornielli. La Storia generale de’ Concilj di monsignor Marco Battaglini è prolissa di stile e inesatta di critica; come quella delle Eresie del Bernini, figlio dello scultore. Ferdinando Ughelli, fiorentino cistercese, ordì la serie de’ vescovi d’Italia, divisi nelle ventisei sue provincie, accompagnandola di documenti. Il Mazarino gli mandò un ricco oriuolo, ed eccitò i Francesi ad imitarlo nella Gallia Christiana, di cui il primo volume comparve dodici anni dopo l’Ughelli. Niccolò Coleti veneziano lo continuò fino al 1733; Rocco Pirro v’aggiunse la Sicilia sacra; Cesare Caraccolo la Napoli sacra. Appena merita essere nominato il Mare oceano di tutte le religioni del mondo di Silvestro Maurolico (Messina 1613).
Ad Enrico Noris di Verona, agostiniano, per la Storia del Pelagianismo, i Gesuiti mossero scandaloso litigio, come inciampasse negli errori correnti intorno alla Grazia; ma Roma lo sostenne, e Cosmo III granduca lo chiamò a dettare storia ecclesiastica a Pisa, ove illustrò i cenotafj di Cajo e Lucio figli di Vipsanio Agrippa, le origini della colonia pisana; poi le êre di alcune città dell’Asia; Innocenzo XII il volle custode della biblioteca Vaticana, poi cardinale: scrisse la storia dei Donatisti e quella delle Investiture. Anselmo Banduri Benedettino raguseo, educato e dimorato sempre in Italia, pubblicò molte opere sulla storia ecclesiastica, l’Imperium orientale, i Numismata imperatorum romanorum.
Il padre Fortunato Scacchi d’Ancona scrisse intorno agli olj (Sacrorum oleochrismatum myrothecium sacroprofanum, 1625); alle epistole ecclesiastiche (1612) e alle concioni sacre (1618) Ottavio Ferrari; ad altri punti di liturgia il Galanti di Monza, Andrea Vittorelli bassanese. Gian Macario fece una Hagioglypta sulle pitture e sculture cristiane, edita appena testè. Il cardinale Querini produsse libri liturgici greci; Alessandro Zuccagni dalla Vaticana trasse documenti sulle prime età della Chiesa; e Giovanni Bona da Mondovì cistercese (-1674), priore d’Asti, poi cardinale, elaborò l’insigne opera Rerum liturgicarum, la Divina psalmodia, spiegazione dell’uffizio con curiose ricerche sul significato, e i Principi della vita cristiana, libro paragonato all’Imitazione di Cristo. Giuseppe Maria Tommasi, figlio del duca di Palma e principe di Lampedusa, aveva tre sorelle e uno zio monaci; egli pure si fece teatino e salì cardinale; e studiate le lingue orientali sotto l’ebreo Mosè di Cavi, trovò molte rarità liturgiche (Codices Sacramentorum nongentis annis vetustiores, 1680), responsoriali e antifonarj; e per la sua grande carità meritò d’essere beatificato. Anche Clemente Galano di Sorrento, che durò dodici anni in Armenia missionando e cercando documenti storici, stampò la Conciliazione di quella Chiesa colla romana, in latino e in armeno. Giovan Giustino Ciampini romano (-1698) fondò un’accademia per la storia ecclesiastica, poi un’altra per le scienze naturali, sotto gli auspizj della regina Cristina; raccolse ricca biblioteca e statue e anticaglie e lasciò dissertazioni troppe perchè possano essere di gran merito; fra cui primeggiano quella dei Sacri edifizj di Costantino, e i Vetera monumenta, dando l’origine delle prime chiese, il modo ond’erano costruite e ornate di musaici, e se da principio si adoperasse il pane azimo, quistione per la quale già si erano battuti il Bona e il Mabillon; esaminò pure il Libro pontificale e le Vite dei papi d’Anastasio Bibliotecario.
Giannantonio Viperano messinese, vescovo di Giovenazzo, avea sin dal 1569 stampato De scribenda historia con buoni precetti; poi il ferrarese Ducci nel 1604 un’Ars historica, di cui è poco meno che traduzione l’Arte storica di Agostino Mascardi da Sarzana (1630), tanto encomiato dal Tiraboschi. Ne vuole lo stile più elevato che nel genere deliberativo; e poichè le guerre ne sono principale ingrediente, non s’impicciolisca la tragedia con minuzie di racconti nè di cronologia o geografia. Chiede la verità, ma con molti riguardi ai grandi, ai quali è vero che intima, come unico modo d’ottenere indulgenza dalla storia, l’esser buoni. Poco fida in chi espone i fatti proprj; ma vorrebbe lo storico filosofo, versato nella scienza sociale, e degno d’esercitare le arti educatrici dei popoli, che sono pittura, poesia, istruzione morale e storia. Approva le arringhe, come tutti i retori suoi pari, ma purchè condotte dal soggetto. La dicitura istoriale vorrebbe tale che conservasse le immagini non le finzioni, l’armonia non la misura della poesia.
Anzi che ai precetti di lui e ancor meno agli esempj che diede nella Congiura di Fiesco, chi vuol farsi a quest’arte, ricorrerà agli storici stessi, e più agli uomini.
Antodio Possevino (1534-1611) nella Bibliotheca selecta esibisce una specie d’enciclopedia col metodo per istudiare ciascuna scienza, e i canoni principali, e un giudizio spesso assennato degli scrittori di esse. La compie l’Apparatus sacer, catalogo ragionato di ben seimila autori di cose ecclesiastiche con molti manoscritti. Era da Mantova; dopo servito nelle Corti entrò gesuita, e fu adoperato negli affari, massime contro i Protestanti del Nord; e la sua descrizione della Moscovia (1586) è il primo libro che c’introduca in quella ancor segregata nazione (tom. X, pag. 471).