Il Mappamondo istorico del gesuita Antonio Foresti (Parma 1690) vuol menzionarsi come il primo tentativo d’una storia universale: sei volumi pubblicò egli; n’aggiunse quattro Apostolo Zeno, trattando dell’Inghilterra, Scozia, Svezia, Danimarca, Holstein, Gheldria; nell’undecimo Domenico Suarez discorse dei califfi; nel duodecimo, Silvio Grandi della Cina.
Altri de’ nostri si occuparono di paesi forestieri. Antonmaria Graziani da Borgo San Sepolcro col cardinale Commendone per venticinque anni girò la Germania e la Polonia, fu fatto segretario da Sisto V, da Clemente VIII vescovo d’Amelia; ed oltre la guerra di Cipro, espose (De scriptis invita Minerva) i viaggi di Luigi suo fratello per tutta Europa, in Palestina, in Egitto, informando degli eventi e dei costumi di quei paesi; indi i fatti proprj, ove assai ragiona della Polonia. Pel qual paese combattendo, Alessandro Guagnini veronese vi ottenne l’indigenato; e scrisse Rerum Polonicarum libri tres, opera capitale per lo stile e pei fatti. Il gesuita Pietro Maffei da Bergamo, ad istanza del principe Enrico di Portogallo, descrisse le cose delle Indie Orientali in purgatissimo latino. Gianfrancesco Abela illustrò con molta erudizione Malta nel 1647. Gualdo Priorato vicentino, esercitatosi a lungo nelle guerre di Germania, poi in diplomazia, titolato istoriografo da Leopoldo I, scrisse le storie di Ferdinando II e III, del Waldstein, del Mazarino, de’ principi di Savoja; tutto boria e passione. Girolamo Falletti ferrarese (De bello sicambrico) narrò le guerre di Carlo V coi Francesi ne’ Paesi Bassi, contro la lega Smalcaldica.
Il cardinale Guido Bentivoglio ferrarese (1579-1644) col fasto e colla generosità erasi caricato di debiti, per ispegnere i quali non esitò a vendere il proprio palazzo e restringere il trattamento. Nunzio apostolico ne’ Paesi Bassi per nove anni, ne raccontò le guerre in un italiano nè fino nè grazioso, con zeppe inutili, frasi scolorite, andamento simmetrico, armonia da martello, alla quale sagrifica e la schiettezza e la brevità: le poche volte che aspira ad ingegno, cade in antitesi e concettose insulsaggini. Ma le sue memorie, e le relazioni delle Corti di Fiandra e di Francia sono preziose, e ben caratterizza gli uomini; quantunque, forse pel proposito di mostrarsi imparziale, restasse alla superficie, dilettandosi nella parte più vana della storia, la descrizione dei fatti d’armi. E solo per questi sono pregevoli i sei libri delle guerre di Fiandra di Pompeo Giustiniani (1609); mentre debolissimamente e in compendio le descrisse don Francesco Lanario, figlio del duca di Carpi (1615), che, quantunque soldato, non assistè alle imprese. Guglielmo Dondini bolognese, gesuita, latineggiò le imprese di Alessandro Farnese: ma per le cose belgiche ottiene maggior rinomo il padre Famiano Strada romano (1573-1649). Ebbe moltissimi documenti dal gabinetto di Madrid, ma ignora ciò che concerne i Protestanti; digiuno di politica e d’arte militare, vi supplisce con morale retta ma generica, siccome in libro destinato alle scuole. Ammiratore di Livio, lo sorpassa in prolissità, digredisce ogni tratto su che che gli capita, onde il Bentivoglio diceva che il «difetto dello Strada è l’uscir di strada». Vero è che con queste digressioni ci conservò molte particolarità sopra i personaggi da lui descritti. Compì due sole decadi; e dal 1590 al 1609 lo continuò l’altro gesuita Angelo Galluccio di Macerata[269].
Gaspare Scioppio, autore di una Grammatica philosophica, in rotta coi Protestanti che aveva lasciati, coi Gesuiti cui non voleva aderire, co’ letterati che censurava, avventò contro lo Strada l’Infamia Famiani, notandovi molte voci barbare, le quali del resto l’offendevano anche ne’ più purgati, nel Manuzio, nel Maffei. Però di gran cognizione del latino diè prove esso Strada nelle Prolusiones, precetti ed esempj di retorica, dove, fra altri esperimenti, recasi al difficilissimo di fingere un’accademia, in cui alquanti famosi del secolo precedente recitassero ciascuno un componimento, contraffacendo alcuno dei maggiori poeti latini; e da Giano Parrasi è rifatto Lucano, dal Bembo Lucrezio, dal Castiglione Claudiano, da Ercole Strozzi Ovidio, da Andrea Navagero Virgilio; mentre il Querno, «istromento d’erudita voluttà» a Leon X, improvvisa strambezze. Comunque sia riuscito, vuolsi stupenda dimestichezza coi classici per pretendere di contraffare ciascuno.
Il padovano Davila (1576-1631) trasse i nomi di Enrico Caterino dal re e dalla regina di Francia che aveano beneficato suo padre dopo che i Turchi l’ebbero espulso da Cipro dond’era connestabile. Coll’arte e sovente collo spirito degli antichi, e con fino occhio e savia disposizione descrive le guerre civili di Francia, cui prese parte; esatto nei fatti, cognito dei luoghi, de’ costumi, del carattere, non allucinato dalle ipocrisie solite ai partiti; realista più che cattolico, e apologista di Caterina de’ Medici, la politica considera come un giuoco di forti e di furbi, e la strage del San Bartolomeo riprova solo in quanto non raggiunse lo scopo. Dissero che conviene diffidare del Davila quando loda la Corte, e del De Thou quando la biasima. Scarso di lingua, senza testura di periodo, scrive con abbandono prolisso, minuzioso come chi s’avvezzò ad osservare nelle anticamere. Offeso in parole da Tommaso Stigliani, letterato di Parma, lo sfida e passa fuor fuori; allora entra al soldo de’ Veneziani, pei quali guerreggia in Levante; poi va governatore di Brescia, ove dà fuori la sua opera; e poco stante, mentre passava a governare Crema, è per istrada assassinato.
Eccellenti materiali alla storia sono i ragguagli degli ambasciatori, di cui larga messe offre l’Italia, e principalmente Venezia e Firenze; semplici con gravità, fermi di giudizio siccome di persone abituate, e valutando i tempi senza le idee preconcette degli storici.
Non pari all’aspettazione riescono i frutti de’ viaggi. Cosimo Brunetti fiorentino e Giambattista e Girolamo Vecchietti da Cosenza viaggiarono e osservarono, ma non resero pubbliche le relazioni loro. Pier della Valle romano dopo il 1614 descrisse Turchia, Persia, India in lettere prolisse e vanitose, e indulgendole; ma forma eruditi confronti, e appoggiasi a monumenti. Scipione Amato romano giureconsulto diè la storia del Giappone, ov’era penetrato come segretario d’ambasciadore. Ercole Zani bolognese, partito il 1669 per un lungo viaggio, di cui fu pubblicata postuma la relazione, trovò a Mosca molti Italiani, principalmente occupati a fabbricar vetri. Francesco Gemelli Carreri napoletano compì per terra il giro del mondo nel 1698, e la sua relazione, disposta con metodo, fu tradotta in diverse lingue. Non conosceva gli idiomi de’ paesi che visitò, adagiavasi talora alle relazioni altrui, fossero pure d’un missionario che gli parlasse d’uomini colla coda; e s’anche è vero che diè come veduto ciò che aveva solo udito, le recenti indagini gli tornano credito sopra molte particolarità[270]; e mentre alcuni leggermente asserirono ch’e’ non fosse mai uscito di Napoli, Humboldt riconosce che non poteva se non vedendoli aver descritto i paesi da esso Humboldt pure veduti, e massime le Filippine e il Messico.
Livio Sanuto veneziano aspirò ad essere il Tolomeo della sua età, «inventò strumenti per precisare le osservazioni astronomiche, lesse viaggiatori, storici, diarj per ridurre più esatte le carte, e pubblicò la Geografia in dodici libri (1588), dividendo la terra ne’ tre continenti Tolemaico, Atlantico e Australia; ma non compì l’opera. Importa soprattutto la descrizione dell’Africa; e non crede ancora inutile allungarsi nel provare che il Messico non è il Catajo. Il padre Vincenzo Coronelli, scrittore di libri a profluvio, fu chiamato a Parigi a far due globi del diametro di dodici piedi, più famosi per le iscrizioni onde gli ornò a lode di Luigi XIV.
Il gesuita Giambattista Riccioli da Ferrara (1598-1671) nella Geographa et hydrographa reformata propostosi, di far meglio de’ vecchi, cominciò dal comparare le varie misure, facendosene mandare i tipi da’ suoi confratelli di tutto il mondo; ma avendoli riferiti all’antico piede romano, non ben accertato, la sua fatica perdette valore. Tentò una misura della terra, con metodi che allora non poteano riuscire a precisione, attese le illusioni della rifrazione orizzontale. La sua geografia contiene da duemila settecento posizioni, nelle cui longitudini non erra più di otto gradi; sicchè è ciancia che Delisle[271] abbia accorciato di trecento leghe il Mediterraneo e di cinquecento l’Asia, mentre quarant’anni prima il Riccioli da mille ducensessanta leghe avea ridotto il Mediterraneo a ottocentottantadue, cioè solo quarantacinque più d’adesso. Volle anche riformare la cronologia, ed espose le particolari de’ diversi popoli; fin settanta sistemi esamina intorno all’anno della nascita di Cristo, preferendo il 5634, secondo i LXX; poi forma una cronaca de’ principali avvenimenti del mondo, dalla creazione fino al 1668, e le tavole cronologiche dei regnanti, dei concilj, delle eresie. Nè egli però, nè il Vecchietti De anno primitivo, nè Leone Allacci De mensura temporum raggiunsero il merito cronologico di Petau o di Scaligero.
La letteratura orientale fu coltivata al solo oggetto degli studj biblici. Frà Mario da Galusio negli Abruzzi, oltre la grammatica e il dizionario ebraici, fece le Concordanze bibliche, stampate postume (1621) a spesa di Paolo V, attenendosi al metodo dal rabbino Isacco Natsan seguito nell’opera simile stampata a Venezia il 1524, correggendone molti svarj, e indicando identica la radice d’alcune voci ebraiche e d’altre lingue orientali.