Giambattista Raimondi cremonese nel lungo soggiorno in Asia acquistò famigliarità con quelle lingue, e il cardinale Ferdinando Medici lo prepose alla stamperia sua, dove con quattro caratteri arabi si stamparono nel 1591 gli Evangeli, nel 92 la Geografia d’Edrisi, nel 93 l’Avicenna, nel 94 l’Euclide, stampe di gran lunga le più belle che mai si fossero vedute. Metteva in ordine tutti i libri orientali che venivano mandati a Roma; preparò una grammatica araba e una Bibbia poliglotta, interrotta allorchè Ferdinando divenne duca.

Filippo Sassetti, colto mercante fiorentino, pieno d’allusioni ai poeti e alla storia patria, viaggiò alle Indie fra il 1578 e l’88, e descrisse que’ paesi in buone lettere, piene di utili notizie, sebbene egli pure credesse alle virtù misteriose dei corpi[272]: molte volte discorre dell’ananas, e fu il primo che all’Europa desse notizia del sanscrito, e vi trovasse somiglianza coi parlari nostri[273]. In quella lingua fu sì dotto il missionario Roberto Nobili, che gli si attribuì la contraffazione dei libri vedici. Il padre Paolino, austriaco di patria (Gianfilippo Werdin di Hoff), italiano d’adozione, negava l’esistenza dei Veda, appoggiato all’opinione di Marco della Tomba, erudito delle cose sanscrite. Basilio Brollo, nato il 1648 a Glemona nel Friuli, vestitosi minor osservante, partì missionario il 1680, e venuto nel Siam, si diè a studiar il cinese: da Clemente IX nominato vicario apostolico dello Scen-si, vi moriva nel 1704[274]. Appianò la via allo studio scientifico del cinese.

Francesco Negri da Ravenna, detto padre dei poveri e protettore degli orfanelli, indusse il papa e il cardinal Rasponi a fondare l’ospizio de’ Catecumeni; e dalla lettura di Olao Magno invogliato a cercar le terre più boreali d’Europa, nel 1666 giunse fino al capo Nord, a traverso pericoli, che allora erano a cento doppj; e ne scrisse otto lettere, stampate postume, con particolarità vere di storia, natura e politica, non infelice dizione, correggendo sbagli altrui. Eppure a’ dì nostri un Italiano vantò essere stato il primo che vedesse cotesta parte estrema, ma lasciò gran sospetto di non esservi stato che in sogno. Il Negri fu curato di Santa Maria in Cœlo eo, dove al Montfaucon che visitollo mostrò un rosajo, al cui rezzo poteano stare quaranta persone.

Applicandosi all’antiquarja, l’erudizione peccava ancora di minuzie, pure migliorò di accorgimenti; e se nel secolo innanzi erasi creduto ad Annio da Viterbo, or furono presto convinti di menzogna gli Etruscarum antiquitatum fragmenta, pubblicati il 1632 da Curzio Inghirami, ingannato o ingannatore. Gian Domenico Bértoli da Udine nel 1676 illustrò le antichità d’Aquileja, ch’egli primo raccolse e salvò dall’essere usate a fabbriche o a fornaci. Lazzaro Agostino Cotta d’Orta fece il museo Novarese (1719), la descrizione del lago Maggiore e altre opere di bastante erudizione, giovandosi della biblioteca Ambrosiana.

La numismatica alla storia applicò Filippo Paruta nella Sicilia descritta con medaglie (1612), opera da altri accresciuta, e più dal Torremuzza. Vincenzo Mirabella dichiarò la pianta di Siracusa antica, e Prospero Parisio i più rari numismi della Magna Grecia.

Altri si fissarono sulle iscrizioni relative a ciascun paese, quantunque la scarsa critica traesse in errori, che poi a fidanza ricopiavansi dai successivi[275]. Rafaele Fabretti da Urbino (1618-1700), in Ispagna auditore del nunzio, si rassodò negli studj classici; conobbe i dotti del tempo, Ménage, Montfaucon, Hardouin, Mabillon; e tornato a Roma con ricco impiego, dissertò sulle acque e sugli acquedotti romani, monumenti che offrono tanta meraviglia ai curiosi, quanti problemi ai dotti. Sotto ai begli intagli della colonna Trajana del Bartoli avea posato descrizioni il Bellori, piene di sbagli non meno della illustrazione latina dello spagnuolo Chaccon. Il Fabretti correggendo e supplendo faceva una delle più dotte e savie opere di archeologia intorno a quella colonna (1683), e fu de’ primi a comparare colle immagini d’altri monumenti per indurne il carattere e la significazione. Di questi paragoni coi monumenti e colle loro descrizioni si valse pure nell’illustrare la Tavola iliaca del Campidoglio. Gran numero di epigrafi nuove avea egli trascritte girando per la campagna di Roma con un cavallo, il quale avea contratto l’abitudine di fermarsi dovunque apparisse un’anticaglia. Il cardinale Carpegna poi gli aveva affidato l’ispezione sopra le catacombe, e gli donava tutte le iscrizioni che ne uscissero. Ne fregiò esso la propria casa, molte altre ne comprò, sempre favorito dai pontefici Innocenzo XI, Alessandro VIII, Innocenzo XII.

Frutto di tali studj e ricerche egli pubblicò quattrocentrenta iscrizioni in otto classi; ma nell’occasione d’illustrarle ne diè fuori quattromila seicento con erudite e sobrie note. È la prima raccolta non riboccante di spurie, e disposte in modo da sussidiarsi a vicenda, e con quella correzione tipografica che è di suprema importanza in tale materia. Il Gronovio, del quale rivelò molti sbagli, rispose acerbamente, e n’ebbe un ripicchio altrettanto scortese.

Roma fu sempre il campo delle maggiori indagini, e colà il Falconieri compilò le Inscriptiones athleticæ; Padova fu illustrata da Lorenzo Pignoria, uno de’ più estesi eruditi, che tentò alzare il velo de’ geroglifici egizj e spiegare la Tavola isiaca[276]. Degli illustratori di qualche parziale antichità i più scaddero di senso dopo le recenti scoperte.

Francesco Bianchini veronese (1662-1729), bibliotecario di casa Ottoboni, tentò un modo particolare di storia universale (1697), il silenzio degli scrittori supplendo coi monumenti per accertare la cronologia. Spiega molti simboli, e s’accorge come alcuni supposti fatti non sieno che miti; la guerra di Troja fa occasionare dal commercio, la cui libertà raffigurasi in Elena; e di tal passo va spiegando la mitologia. Non giunge che alla fondazione della monarchia assira, e le posteriori scoperte lo antiquarono. Valeva assai nelle matematiche, varie scoperte fece attorno al pianeta Venere, e, tracciata una meridiana nella certosa di Roma, intendeva prolungarla fin all’Adriatico e al Tirreno. Ciò nol distolse dall’archeologia, e illustrando il colombario della famiglia d’Augusto, allora scoperto sulla via Appia, chiarì le costumanze romane, mostrando nella casa di quel principe da seimila schiavi, il cui lavoro era tanto suddiviso, che uno non faceva altro che pesar la lana filata dall’imperatrice, uno custodiva gli orecchini di lei, uno la cagnuola.

Quantunque tali sussidj estendessero piuttosto le cognizioni che le vedute della storia, il mondo conosceva meglio se stesso, e diveniva sempre più atto a comprendere quella continuità di eventi, che connette le antiche colle odierne generazioni. E un gran passo diede la storia, da pura arte o narrazione elevandosi alla dignità di filosofia collo svolgere dal dramma degli avvenimenti la suprema moralità, osservare gli uomini come una famiglia sola, gli eventi sottoporre ad un solo concetto che ajutasse ad indovinare i futuri.